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Illustration of AI board with the word AI in the center and abstract bokeh around it. Concept of Artificial Intelligence, Development of AI Technology with space for text.
di Francesco Anfossi
Non lo vediamo, ma ci osserva. Non lo votiamo, ma orienta le nostre scelte. Non lo conosciamo, ma ci consiglia. L’algoritmo è diventato l’infrastruttura invisibile della modernità: filtra le notizie, decide quali consumi incoraggiare, suggerisce relazioni, influenza mercati finanziari e campagne elettorali, si inserisce persino nelle dinamiche familiari visto che un recente sondaggio ci dice che tre ragazzi su quattro si confidano con ChatGpt per un supporto emotivo.
È la nuova architettura di un potere senza monarca. Ci semplifica l’esistenza, ma al prezzo di una crescente eterodirezione. Estasi per l’efficienza, tormento per la libertà. I primi ad accorgersi della pericolosità mortale di questa deriva algoritmica sono stati i cristiani. Il tema è stato oggetto di vari messaggi di Papa Francesco e Leone XIV, che ha una laurea in matematica. Il francescano-ingegnere Paolo Benanti, docente alla Gregoriana e membro della Pontificia Accademia per la Vita, è stato tra i primi in Italia a misurarsi con questi nodi senza cedere né al tecnofobismo né all’entusiasmo acritico.
«L’intelligenza artificiale può servire per tutto», ha ricordato Benanti lo scorso anno durante un incontro con i giornalisti e i dirigenti della Società San Paolo. «Può controllare la tenuta di un bullone e prevedere con anni di anticipo il guasto di una petroliera per evitare che rimanga alla deriva in mezzo all’oceano». La questione cambia quando l’algoritmo entra nei territori sensibili: credito, lavoro, giustizia, medicina, informazione. «Bisogna garantire che nessuna scelta della macchina sulla persona sia lesiva dei diritti umani». Formidabile nelle diagnosi, può una macchina decidere quando staccare la spina? Sulla base di milioni di sentenze, ha il diritto di giudicare un imputato? È in grado di decidere se effettuare un prestito a una famiglia o un’impresa? Se scrive un articolo con lo stile del miglior Montanelli, è anche capace di raggiungere il cuore del lettore? C’è poi il fronte del lavoro. L’IA minaccia milioni di posti tra le professioni intellettuali, non più quelle manuali come ai tempi della rivoluzione industriale: analisti, consulenti, impiegati, creativi. I colletti bianchi, finora convinti di essere al riparo, scoprono di essere i primi esposti, i nuovi proletari (con sempre meno figli). È una redistribuzione brutale che rischia di allargare le diseguaglianze se la politica non interviene.
Oggi i pensatori socio-economici Marx ed Engels dovrebbero riscrivere il loro Manifesto: «Uno spettro si aggira per l’Europa: l’algoritmo». Sul piano geopolitico, chi controlla dati, energia e infrastrutture controlla l’IA. E chi controlla l’IA esercita una nuova supremazia. L’innovazione non va esorcizzata, ma governata: servono alfabetizzazione digitale, cultura critica, governance globale. Come ricorda Benanti, si tratta di «trasformare l’innovazione in sviluppo che cooperi al bene comune». Se non impariamo a leggere il codice che ci legge, altri lo fa ranno per noi. E una libertà de legata nostro malgrado difficilmente si recupera.










