I tafferugli e la violenza del weekend a Milano hanno messo a tacere, purtroppo, le ragioni delle manifestazioni pacifiche di tanti studenti. Cosa ci stanno dicendo i giovani quando scendono in piazza e protestano contro un mondo che sembra non lasciare loro spazio? Quanto c’è di rabbia, quanto di paura e quanto di bisogno di essere ascoltati? Ne abbiamo parlato con Tiziana Iaquinta, prof di Pedagogia all’Università degli Studi Magna Graecia di Catanzaro e Ilaria Pitti, docente di Gender Studies e Youth Studies all’Università degli Studi di Bologna, autrici del libro edito Il Mulino da qualche giorno in libreria, Prima che accada.

Cosa ci stanno chiedendo davvero questi ragazzi?
PITTI: «Le manifestazioni che abbiamo visto in questi giorni rappresentano l’ennesima richiesta di ascolto da parte delle giovani generazioni contemporanee, che ormai da anni chiedono di dare priorità ai temi del cambiamento climatico, dell’istruzione, dell’uguaglianza e dell’inclusione sociale e della pace. A parlarci è una generazione consapevole del fatto che il patto sociale e intergenerazionale che ha garantito alle generazioni precedenti la possibilità di costruire il proprio futuro si è ormai incrinato, lasciando una quota sempre più ampia della popolazione giovanile (e non solo) priva di una prospettiva chiara e stabile. Le manifestazioni giovanili di questi giorni chiamano quindi in causa il mondo degli adulti chiedendo ascolto e dialogo che, fino a qui, sono mancati».

Ilaria Pitti, insegna Gender Studies e Youth Studies all'Università degli Studi di Bologna

Una parte di loro, purtroppo, ha messo a ferro e fuoco i negozi di Milano nel weekend scorso e tanti sono di seconda generazione. Che cosa significa crescere oggi per i ragazzi delle seconde generazioni, spesso sospesi tra culture diverse e alle prese con il bisogno di sentirsi riconosciuti e appartenenti a una comunità? Quali difficoltà specifiche incontrano nel costruire la propria identità e quanto il rischio di esclusione e discriminazione può alimentare disagio, rabbia e conflitto con il mondo adulto?
PITTI: «Credo sia importante evitare discorsi che distinguono in modo netto manifestanti “buoni” e cattivi ragazzi perché rischiamo di chiudere nuovamente gli occhi rispetto alla domanda di fondo, che è una domanda di giustizia sociale e riconoscimento che accumuna sia le forme di espressione pacifiche che quelle più conflittuali di questi giorni. La violenza espressa da alcuni dei ragazzi può essere affrontata solo se viene compresa come il sintomo di una mancanza di fiducia nei confronti delle istituzioni adulte percepite come sorde e spesso ostili. La reazione istituzionale alle richieste giovanili degli ultimi anni è spesso scaduta sul piano della repressione e criminalizzazione del dissenso: con queste soluzioni gli abbiamo simbolicamente detto che non ci interessava ascoltarli e ora ci lamentiamo perché scelgono forme conflittuali di azione. Il fatto che tra chi adotta forme di espressione conflittuali vi siamo molti ragazzi di seconda generazione ci invita a interrogarci sulle esperienze di esclusione, marginalità e mancato riconoscimento che continuano a segnare il loro percorso. Si tratta di ragazzi cresciuti in Italia che le istituzioni sistematicamente non riconoscono come italiani sia direttamente – normando in modo rigido l’accesso alla cittadinanza – che indirettamente – proponendo, per esempio, tetti al numero di stranieri per classe come se fossero una componente aliena: come possiamo attenderci che riconoscano le nostre istituzioni come dei giusti interlocutori?».

La copertina del libro edito Il Mulino

Nel vostro libro, però, parlate di una intera generazione per cui crescere è diventato difficile. Quali sono oggi gli ostacoli principali che adolescenti e giovani adulti incontrano nel costruire la propria identità e immaginare il futuro?
PITTI: «Nel libro analizziamo un’Italia che invecchia demograficamente e fatica sempre più a mettere al centro le giovani generazioni. Le scelte politiche in ambito lavorativo, pensionistico, economico e sociale degli ultimi cinquant’anni hanno infatti contribuito a scaricare sui giovani una parte significativa dei costi delle trasformazioni del mercato del lavoro e del progressivo ridimensionamento delle tutele sociali. La precarizzazione dell’occupazione, la diffusione di contratti temporanei e discontinui, la stagnazione dei salari e le difficoltà di accesso alla casa hanno reso sempre più complesso per molti giovani raggiungere l’autonomia economica e costruire percorsi di vita indipendenti. In questo scenario, le famiglie sono diventate ammortizzatori sociali indispensabili, chiamate a compensare le carenze del sistema di protezione pubblica e le disuguaglianze nell’accesso alle opportunità. Ma questa dipendenza non è priva di conseguenze: le possibilità di costruire il proprio futuro finiscono per dipendere sempre più dalle risorse economiche e sociali della famiglia di origine, riproducendo e talvolta amplificando le disuguaglianze di partenza. A tutto questo si aggiunge la difficoltà di immaginare un modello di sviluppo capace di garantire alle generazioni più giovani prospettive di benessere e sicurezza comparabili a quelle di cui hanno beneficiato le generazioni precedenti. Non si tratta di contrapporre i diritti di una generazione a quelli di un’altra ma di interrogarsi sulle modalità con cui risorse, rischi e opportunità sono state distribuite nel tempo».

La prevenzione e la cura passano innanzitutto dall’ascolto. Come possono genitori, insegnanti ed educatori riconoscere i segnali di disagio dei ragazzi prima che si trasformino in chiusura, aggressività o comportamenti distruttivi?
INQUINTA:
«Il primo passo è che gli adulti accettino di vedere. Spesso i segnali non sono nascosti, sono gli adulti a preferire di non coglierli. Esiste un «modo difensivo di essere genitori», in cui non si fanno domande per paura delle risposte; in cui ci si accontenta di un «tutto ok»; ci si rassicura perché la/il figlio/a ha risposto a un messaggio o perché sappiamo in tempo reale dove si trova. Ma sapere dove si trova non significa sapere come sta e, certamente, non esonera il genitore a dialogare con lei/lui una volta rientrati a casa. La geolocalizzazione non sostituisce la relazione.

Bisogna imparare a leggere i comportamenti come un linguaggio. A molti adolescenti mancano le parole per dire ciò che provano, come si sentono. A monte di un impoverimento linguistico generale, e non solo generazionale, agli adolescenti sembra mancare una grammatica e una semantica del mondo emotivo, e ciò che non riesce a farsi parola tende a diventare gesto. Troppo spesso, violento. Occorre fare attenzione a certe oscillazioni emotive che non possono essere liquidate come caratteristiche dell’età. Adolescenti spenti e demotivati durante la settimana che cercano nell’eccesso del weekend l’unico momento in cui sentirsi vivi; che mostrano una serenità che non provano, che a scuola si isolano e a casa fingono che vada tutto bene. Artefici di esplosioni di rabbia sproporzionate, di gesti contro il proprio corpo, che molte volte sembrano «languire» e che si sentono soli nonostante la loro vita sia piena di contatti.

Ci sono poi segnali più silenziosi che rischiano di passare inosservati: cambiamenti nel ritmo del sonno e nell’alimentazione, calo improvviso del rendimento scolastico o, al contrario, perfezionismo esasperato che non concede tregua; l’abbandono di passioni e attività che fino a poco prima davano gioia; il cambio repentino del gruppo di amici; la tendenza a chiudersi in camera e a vivere sempre più dentro lo schermo, fino al ritiro sociale. Segnali che vanno letti senza allarmismi ma osservati con attenzione in relazione alla singolarità di ogni adolescente. Nessuno di questi, da solo, è predittore di un disagio o di qualcosa di grave, ma costituisce un elemento che gli adulti non dovrebbero banalizzare e su cui soffermare lo sguardo.

Il secondo passo riguarda, poi, il modo in cui il mondo adulto tende ad ascoltare i più giovani. Gli adulti tendono ad ascoltare per risolvere. Ogni confidenza diventa un problema da sistemare, un intervento da attivare, e i ragazzi imparano presto che parlare significa mettere in moto un meccanismo, non aprire uno spazio di comprensione. Così smettono di farlo. Lo stesso accade quando la comunicazione ruota tutta attorno alla prestazione, alla performatività: i voti, la media degli esami sostenuti, i risultati sportivi, ecc.

Ascoltare in modo attivo richiede non solo tempo ma scelta dei momenti giusti. Con gli adolescenti raramente funzionano i colloqui frontali, che somigliano a un interrogatorio. Le confidenze arrivano più spesso di traverso: in macchina, mentre si cucina insieme, a tarda sera, quando l’adulto non ha fretta e non pretende risposte immediate. Serve una presenza disponibile, che non incalza ma resta.

Per gli insegnanti vale lo stesso. Molti ragazzi vorrebbero che un docente si accorgesse di loro al di là del profitto, ma non trovano il coraggio di manifestare questo bisogno. La scuola è un osservatorio straordinario, a patto che lo sguardo si soffermi sulla persona-studente e vada oltre la valutazione. Riconoscere i segnali, però, non basta, occorre sapere che cosa farne. Il disagio intercettato da un insegnante, da un allenatore, da un educatore dell’oratorio deve poter arrivare alla famiglia, e viceversa. Troppo spesso scuola e famiglia si guardano con diffidenza, quando non si contrappongono apertamente, e il ragazzo finisce nel mezzo. Serve un’alleanza educativa autentica, fatta di comunicazione e fiducia reciproca, perché nessun adulto, da solo, vede il ragazzo per intero».

Che cosa dovrebbero cambiare gli adulti nel loro modo di relazionarsi con i giovani? E quale responsabilità hanno la scuola, le istituzioni e la società nel creare condizioni concrete perché i ragazzi si sentano accolti, compresi e messi nelle condizioni di progettare il proprio futuro?
INQUINTA
: «Agli adulti si chiede di recuperare l’autorevolezza, che come sappiamo bene non è autoritarismo. Molti genitori, per evitare il conflitto, da tempo, hanno scelto di fingersi amici dei figli. Ma gli adolescenti non hanno bisogno di un altro amico; hanno bisogno di un adulto che sappia orientarli, che dica loro di no se necessario, che tenga ferma l’asimmetria della relazione, accogliendo al tempo stesso i bisogni autentici e il pensiero dissonante dei più giovani. Il conflitto non va temuto. È il luogo in cui un adolescente afferma la propria autonomia e costruisce la sua identità in una dialettica in cui è anche il genitore a crescere. Per far questo è necessario passare dal figlio immaginato al figlio reale. Viviamo l’epoca della «tirannia delle aspettative» e questo riguarda sia la società che la famiglia. Si proiettano sui figli sogni non realizzati, ansie sociali, bisogni di riscatto; gli adolescenti lo percepiscono e si «sacrificano» per non deludere i genitori. Così facendo, però, l’immagine ideale del/la figlio/a prende il posto della persona che realmente è. È necessario, inoltre, smettere di proteggere i figli da ogni frustrazione o piccola sofferenza. Togliere dal loro cammino la verità del dolore, che è aspetto consustanziale all’esistere, è controproducente per la loro crescita. Educare alla sofferenza è possibile, per farlo non servono parole arzigogolate o difficili da comprendere. Dire «capisco che fa male» invece di «non fa poi così male», «sono qui con te» invece di «non piangere». Significa stare accanto senza minimizzare o far finta che l’inciampo esistenziale non si sia verificato. Ma c’è poi un lavoro che l’adulto deve fare su sé stesso. Un genitore che non ha mai fatto i conti con la propria fragilità difficilmente saprà riconoscerla, accettarla e accoglierla nei figli. E un adulto che non mostra fragilità o che non ammette di sbagliare, diventa un modello irraggiungibile e non un esempio. I giovani ci osservano molto più di quanto pensiamo. Gli adulti, infine, dovrebbero tornare a essere testimoni di speranza. La guerra, la crisi, il clima, il lavoro che non c’è; i giovani ascoltano ogni giorno adulti che parlano del futuro come di una minaccia. Non si tratta di negare le difficoltà, ma di farsene carico. Di mostrare con la propria vita che vale ancora la pena impegnarsi, che il futuro non è soltanto qualcosa che ci capita, ma qualcosa che si costruisce. Questione centrale è anche l’educazione emotiva, legata all’educazione al pensiero e alla parola. Più la lingua si impoverisce e il sentire non riesce ad essere rappresentato; più il pensiero si appiattisce e il gesto può degenerare in violenza. Le istituzioni e la società non possono continuare a leggere la questione giovanile come una debolezza individuale o generazionale. I giovani crescono in un tempo di precarietà lavorativa e abitativa, aspetti che la collega Pitti ha ben messo in evidenza, con la percezione di un futuro senza futuro; e questo non è un incidente ma anche l’esito di scelte collettive. Servono luoghi fisici di aggregazione gratuiti, sicuri, non legati al consumo, perché oggi mancano e spingono i ragazzi a ritirarsi nel digitale. Serve investire nella formazione dei genitori, perché anche l’adulto cresce, e ha bisogno di essere sostenuto in questo. Perché i giovani possano progettare il futuro, bisogna lasciare loro spazio nel presente. Coinvolgerli davvero nelle decisioni che li riguardano, nella scuola, nel quartiere, nella parrocchia, nella città, e non soltanto consultarli per poi decidere senza di loro. Il protagonismo giovanile non è una concessione, è il modo in cui un ragazzo scopre che la sua voce conta e che il mondo può essere cambiato anche da lui. Senza ricorrere a gesti o ad atti violenti. È indispensabile cambiare passo, cambiare logica. Passare da quella dell’emergenza, che interviene solo quando qualcosa si è già rotto, a quella della “prevenzione”. Educare significa esserci prima che accada, esserci durante e continuare ad esserci dopo. Per costruire il futuro insieme ai giovani, non al posto loro».