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lunedì 14 ottobre 2019
 
Anniversari
 

Bedeschi, il medico che raccontò la guerra

31/01/2015  Nasceva 100 anni fa l'autore di "Centomila gavette di ghiaccio". Per celebrare l’anniversario, il Comune di Arzignano, il suo paese natale, mette a disposizione degli studenti un centinaio di copie del capolavoro.

31 gennaio 1915-31 gennaio 2015: cento anni dalla nascita di Giulio Bedeschi, autore, conosciuto ai più per il capolavoro autobiografico “Centomila gavette di ghiaccio”. E proprio quel libro racchiude i valori di fratellanza e solidarietà che hanno sempre ispirato la vita di Bedeschi, scrittore sì, ma prima ancora medico e alpino, che visse sulla sua pelle la dura esperienza della campagna di Russia, ma che egli seppe rendere poesia: “La notte di Natale calò sulla distesa bianca; era patetica e struggente come solo i soldati in trincea la sentono, lontani da ogni bene, dispersi nel silenzio, prossimi alle stelle”.

Nato ad Arzignano, in provincia di Vicenza, dopo la laurea in medicina a Bologna, si diploma alla Scuola allievi ufficiali della Scuola militare di sanità di Firenze. Viene, così, chiamato a far parte della commissione medica incaricata di esaminare i giovani soldati in partenza per il fronte greco-albanese; questo fa sorgere in lui il desiderio di arruolarsi volontario, e partire per quello stesso fronte, come ufficiale medico inquadrato nella divisione alpina Julia. Nell’estate del ’42, la Julia viene mandata a supporto delle operazioni dell’Armata Italiana in Russia (Armir), dove Giulio si unisce al fratello minore Giuseppe. Ma l’offensiva sovietica costringe gli italiani a una tragica ritirata. Bedeschi è incaricato di tenere il diario di batteria, dove annota le azioni, i nomi dei caduti…

E questo diario diventa “Centomila gavette di ghiaccio”: cambia i nomi, per rispetto, aggiunge qualche figura di fantasia, ma avvenimenti e date sono precisi. Il libro, iniziato nel 1945 e terminato nel 1948, viene poi riscritto, poiché la prima stesura va persa nell’alluvione del Polesine del 1951. Per 18 anni, l’autore riceve il diniego di numerose case editrici, perché la guerra era finita da poco e la questione era “ancora calda”; nel 1963, Mursia decide per la pubblicazione, creando la collana “Testimonianze tra cronaca e storia. Guerre fasciste e Seconda Guerra Mondiale”.

Il successo di pubblico è immediato e nel 1964 riceve il Premio Bancarella e per Bedeschi si apre la strada dell’impegno letterario e del giornalismo, con collaborazioni a “L’Europeo”, “Gente”, “Storia illustrata”. Non rinuncia, però, all’esercizio della professione di reumatologo, dapprima a Brescia, città in cui è domiciliato e dove, nel 1955, sposa Luisa Vecchiato; poi, dal 1960, a Milano, dove fonda e dirige il Centro polispecialistico reumatologico. Nel 1966 esce “Il peso dello zaino” (naturale seguito di “Centomila gavette di ghiaccio”), prosecuzione in terra italiana delle vicende dei reduci di Russia, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Seguono, nel 1972: “La rivolta di Abele” e “La mia erba è sul Don”. Il primo dei due risulta vincitore, nel 1973, del premio letterario “Città di Bergamo” e, nel 1974, del premio “Maria Cristina”, offerto da una giuria di oltre 3.000 donne abitanti in tutte le regioni d’Italia. 

Il successo di “Centomila gavette di ghiaccio” – negli anni è diventato una delle opere culto della letteratura di guerra, e oggi conta quattro milioni di copie vendute, più varie riduzioni scolastiche - fa sì che molti scrivano a Bedeschi raccontando la propria partecipazione alla seconda guerra mondiale. Egli diviene, così, per Mursia, il curatore della serie dei volumi “… c’ero anch’io”: “Nikolajewka: c’ero anch’io”, “Fronte greco-albanese: c’ero anch’io”, “Fronte d’Africa: c’ero anch’io”, e altri ancora. Una monumentale raccolta di testimonianze di quanti furono protagonisti diretti nei vari fronti.

Nel settembre 1990, dopo la lunga parentesi lombarda, Bedeschi rientra in Veneto, a Verona, dove si spegne il 29 dicembre dello stesso anno. Nel 2003, i suoi articoli (degli anni ’70 e ’80), racconti inediti e lettere diventano “Il Natale degli alpini”. Nel 2004 esce “Il segreto degli alpini”, che contiene, in particolare, le lettere dal fronte russo del ‘43; la raccolta è curata dalla moglie Luisa, che scrive anche una breve e toccante introduzione. Tutte le opere di Giulio Bedeschi sono edite in Italia da Mursia.
Per celebrare l’anniversario, l’Amministrazione comunale di Arzignano mette a disposizione un centinaio di copie di “Centomila gavette di ghiaccio”, che gli studenti interessati potranno trovare nella biblioteca civica (che a Bedeschi è intitolata), perché, dice l’assessore alla Cultura, Mattia Pieropan, «noi riteniamo che il modo migliore per perpetrare il ricordo di uno scrittore sia tener vivi i suoi libri, facendoli leggere alle nuove generazioni».

L’iniziativa è stata resa possibile dal contributo del nipote di Giulio Bedeschi, Giuliano, figlio di Giuseppe.
«Io ho settant’anni, sono nato nel 1944 -, e ho vissuto settant’anni di pace. Noi siamo fortunati perché le guerre le hanno combattute i nostri padri. Lo Stato chiamava, e loro andavano. Certo, non erano contenti, obbedivano. A chi piace andare in guerra? Guerre che, poi, erano delle mattanze. Ma quelli erano i tempi dell’amor patrio, che nella mia famiglia c’è sempre stato. Oggi cosa è rimasto di quell’amore? Praticamente, nulla. La parola “patria” è stata sostituita dall’impersonale “paese”, per evitare che ci siano rimandi al fascismo. Ma è un’interpretazione sbagliata, “patria” viene dal latino “pater”, e significa “terra dei nostri padri”, e di questo dobbiamo essere fieri. I libri dello zio, ma anche i racconti di mio padre sono quadretti di momenti di vita drammatici, in compagnia della fame, del freddo e del sonno perenne, eppure proprio in quei momenti accadeva che un soldato diceva all’altro: “Mangia tu questo tozzo di pane, che hai famiglia”, “Ti porto io lo zaino, che sei ferito”, “Lasciami qui, che io sono vecchio, tu vai avanti”: piccoli gesti eroici di gente semplice, che lo zio si è sentito in dovere di immortalare».

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