Leone XIV arriva in Uruguay, il Paese più laico dell’America latina per il suo sesto viaggio internazionale. Dodici giorni, fino al 17 novembre e una quarantina tra discorsi, omelie e saluti pronunciati in spagnolo. Per il Papa è un ritorno a casa perché con l’Argentina e, soprattutto il Perù di cui Prevost ha ancora il passaporto, sono i luoghi dove si è svolto il cuore della sua missione. Dopo la cerimonia di benvenuto il Pontefice, che ha rassicurato tutti sulla sua salute dopo che aveva subito l’intervento di lobectomia poco più di tre settimane fa, ha rivolto il suo primo discorso alle autorità e alla società civile. «Nel momento in cui mi accingo a compiere il viaggio apostolico in Uruguay, Argentina e Perù, affido i desideri di pace e fraternità di quelle popolazioni all'intercessione della Vergine Maria e dei Santi che hanno annunciato loro il Vangelo della carità», aveva scritto prima della partenza nel telegramma inviato al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. «Sono fiero di essere americano» ha detto in volo ai giornalisti che lo interrogavano sulle elezioni americane. E poi, dopo l’incontro privato con il presidente, a piazza Indipendenza, la piazza principale di Montevideo, parla subito di bene comune. «Nel 2025 si sono compiuti quarant’anni di democrazia ininterrotta in Uruguay, durante i quali si sono succeduti diversi Governi per volontà dei cittadini», sottolinea Leone.

E aggiunge: «L’autorità pubblica trova la sua ragion d’essere nel servizio al bene comune ed è chiamata ad esercitarsi nell’ambito dell’ordinamento giuridico, nel rispetto della libertà e della responsabilità dei cittadini. Da qui deriva il valore dei canali che consentono di partecipare alla vita pubblica, di delimitare con chiarezza le competenze delle istituzioni e di eleggere coloro che assumono l’incarico di governare. Il bene comune comprende anche la responsabilità di trasmettere a chi verrà dopo di noi i beni che oggi abbiamo ricevuto». Cita papa Francesco per ricordare che «il concetto di bene comune include anche le generazioni future». E proprio pensando alle risorse della terra e a chi verrà dopo di noi, il Pontefice loda l’Uruguay che, negli ultimi decenni, «ha profondamente trasformato il proprio sistema di produzione elettrica, che oggi si basa quasi interamente su fonti rinnovabili. Si tratta di un risultato notevole che ha richiesto decisioni ferme nel corso degli anni e il coinvolgimento di diversi settori del Paese. Il passo compiuto pone ora nuove sfide nei trasporti, nella produzione e nell’uso responsabile della terra, dell’acqua e dell’energia. Pensare a lungo termine significa proprio gestire questi beni senza compromettere le possibilità future».

Ma il bene comune include anche la tutela della vita nascente. Il Papa parte dal monumento ad Artigas, che campeggia sulla piazza, e a un suo fregio dove di vede una donna che stringe al petto un neonato mentre la marcia continua. Leone XIV lo richiama all’attenzione per dire che «chi non è ancora nato appartiene già alla famiglia umana e al futuro del proprio popolo». Parole pronunciate in un Paese che ha legalizzato l’aborto, l’eutanasia e il matrimonio tra persone dello stesso sesso, e dove la Chiesa sa di dover parlare a una società che ha scelto strade diverse. Proprio a questo popolo, che lo applaude più volte Leone ricorda che l’assoluta dipendenza del bambino dalla madre «non sminuisce la dignità che gli spetta né la protezione che merita. Gesù stesso ha voluto assumere questa condizione incarnandosi. Accogliere una nuova vita richiede che il padre si impegni ad assumersi la propria responsabilità insieme alla madre, che la famiglia offra il proprio sostegno e che esistano condizioni sociali che consentano ad entrambi di crescere
e prendersi cura dei propri figli
. La protezione di chi sta per nascere e il sostegno di chi lo accoglie sono inseparabili. La famiglia continua ad essere il primo ambito in cui ogni persona viene accolta e impara a vivere con gli altri».

Torna al passato papa Leone, all’Esodo del 1811, dalla Redota, quando il popolo orientale, ricorda il Papa, «ha dovuto lasciarsi alle spalle gran parte di ciò che possedeva». E in quella folla di bronzo ripresa nel fregio del monumento ci sono anche i vecchi curvi, i bambini che camminano accanto agli adulti, le donne eleganti che seguono i carri. Nessuno è misurato da ciò che produce. «La dignità fondamentale di ogni persona non si acquisisce e non si merita», dice, citando la sua enciclica Magnifica humanitas. Una risposta a chi, in Uruguay e nel mondo vorrebbe ridurre il valore umano alla sola autonomia o alla capacità di cavarsela da soli. Il Papa chiede di essere gli uni attenti agli altri, perché «possiamo vivere circondati da persone, condividere con loro il lavoro, la strada o persino la propria casa, e ignorare il peso che portano in sé. La solitudine, l’angoscia e la perdita di speranza possono diventare così profonde che una persona smette di trovare ragioni per continuare a vivere. Di fronte alla dolorosa realtà del suicidio, l’assistenza sanitaria, i legami familiari e la vicinanza della comunità risultano indissolubili. Nessuno dovrebbe arrivare a sentirsi estraneo tra i propri cari né pensare che la propria assenza conti meno della propria presenza». E ancora parla della malattia, della disabilità, del dolore fisico, della perdita di autonomia, della povertà. «Recentemente», confessa, «ho sperimentato in prima persona i limiti imposti dalla malattia e ho ricevuto cure per le quali sono profondamente grato. Questa esperienza mi porta a pensare ai tanti uomini e donne che non dispongono dei mezzi necessari per ottenere una diagnosi tempestiva o ricevere le cure di cui hanno bisogno. Garantire che l’assistenza sanitaria sia alla portata di ogni persona, indipendentemente dalle sue risorse, è una responsabilità che interpella l’intera società. Chi si trova in una di queste situazioni non smette per questo di essere un membro a pieno titolo della società né perde nulla del valore della propria vita. In tali circostanze, la sua fragilità rende ancora più urgente che riceva l’assistenza, le risorse e il sostegno di cui ha bisogno». Leone chiede una sanità per tutti, assistenza a chi non ha mezzi per una diagnosi tempestiva, accompagnamento fino alla fine naturale della vita in un Paese che appena approvato la legge sulla morte assistita.
Lo ascoltano il presidente Yamandú Orsi e l’intero corpo diplomatico. A loro il Papa chiede che la neutralità dello Stato non confini la fede alla sfera privata, che credenti e non credenti possano convivere «in libertà e nel rispetto reciproco».

E infine torna a parlare del monumento i cui rilievi si estendono su tutte e quattro le facce del piedistallo, ma da un solo punto se ne vede solo una parte. «Per scoprire gli altri è necessario avvicinarsi», dice. E camminare insieme. Perché «il popolo emerge proprio dall’insieme. In quella folla possiamo riconoscere qualcosa che permane nella vita dell’Uruguay: la responsabilità reciproca, che permette a persone di diverse generazioni e condizioni di continuare a costruire una storia comune». Spiega lo scopo del suo viaggio sottolineando che «in questo Uruguay sono venuto come Successore di Pietro e come pastore, con il desiderio di incontrare la Chiesa in cammino su questa terra e di avvicinarmi, con affetto, a tutto il suo popolo. I legami tra la Santa Sede e l’Uruguay risalgono ai primi anni della sua indipendenza. In quel contesto, il mio predecessore papa Gregorio XVI, confermò le facoltà di padre Dámaso Antonio Larrañaga e lo nominò Vicario Apostolico della Repubblica con un breve apostolico del 14 agosto 1832. Quell’atto, di natura ecclesiastica, è stato interpretato anche come un implicito riconoscimento dell’indipendenza del nuovo Stato orientale, che all’epoca cercava di consolidare la propria posizione tra le nazioni. Con una storia di fede e di servizio che risale a secoli fa, la Chiesa desidera continuare a offrire al popolo uruguaiano ciò che essa stessa ha ricevuto – Gesù Cristo e la speranza del suo Vangelo – e collaborare, nell’ambito della propria missione, con tutti coloro che operano per il bene comune e la dignità di ogni persona».