Giovedì, a Wall Street, il futuro ha perso più di duemila miliardi di dollari in una sola seduta. Non è un modo di dire: è il valore che il Nasdaq ha lasciato per strada cedendo circa il 5 per cento, mentre l’S&P 500 scendeva del 4,3, la peggiore giornata dall’aprile 2025, quando Donald Trump annunciò i dazi poi bocciati dalla Corte Suprema. Nvidia ha perso il 7 per cento, Tesla e SpaceX l’8. A Tokyo il Nikkei ha aperto in calo del 5,1. Due giorni prima gli americani avevano votato, consegnando ai Democratici Camera e Senato. Il mercato, animale nervoso ma dal fiuto eccellente, ha fatto due più due prima di tutti.

Il prezzo della paura

Che cosa teme, esattamente, chi ha venduto? Teme i data center, quei capannoni senza finestre che divorano energia e acqua e senza i quali l’intelligenza artificiale non respira. Molti candidati Democratici hanno promesso regole più dure e l’ostilità verso gli impianti unisce elettori dei due partiti. Bernie Sanders chiede una moratoria nazionale; in Texas la governatrice eletta Gina Hinojosa ne vuole una subito. Persino l’analista Dan Ives calcola che il 10 per cento dei mille impianti in programma negli Stati Uniti non nascerà.

Per due anni Trump ha fatto da ombrello. Con i Repubblicani padroni di entrambe le Camere ha lasciato che i colossi dell’AI sviluppassero i loro modelli quasi senza regole, in nome della supremazia americana e della sicurezza nazionale. I capi della Silicon Valley, da Elon Musk a Mark Zuckerberg, hanno ricambiato con una vicinanza che non nascondevano. Da gennaio, quando si insedierà il nuovo Congresso, l’ombrello si chiude. Trump, intanto, ha dato la colpa ai Democratici: nel giorno in cui il Dow Jones ha perso 1.833 punti, ha ricordato agli americani che i loro fondi pensione si sono assottigliati.

«Trovatevi un avvocato»

Il vero sismografo non è la borsa, è il linguaggio. «Lawyer up», trovatevi un avvocato: sono le due parole con cui Robert Garcia, atteso alla guida della commissione Vigilanza della Camera, ha salutato il voto. Il senatore Ed Markey è stato più fantasioso e ha avvisato i manager che per stampare le citazioni servirà piantare nuove foreste. Tra i possibili bersagli compare anche Elon Musk.

Tra i filoni d’inchiesta sul clan Trump, si va dalle criptovalute ai telefonini d’oro a Truth Social. Altri resoconti, da Npr al Financial Times, aggiungono i file di Jeffrey Epstein, che i Democratici ritengono consegnati in parte oscurati; gli affari esteri dei figli con investitori stranieri; i perdoni a chi aveva donato; le pressioni sugli studi legali; la guerra all’Iran e i suoi costi. Secondo una stima di Reuters, i Trump avrebbero incassato dalle cripto almeno 2,3 miliardi di dollari dal gennaio 2025.

Pete Hegseth è il Segretario della Difesa (o Segretario alla Guerra) degli Stati Uniti d'America, in carica dal 25 gennaio 2025 all'interno della seconda amministrazione del presidente Donald Trump.
Pete Hegseth è il Segretario della Difesa (o Segretario alla Guerra) degli Stati Uniti d'America, in carica dal 25 gennaio 2025 all'interno della seconda amministrazione del presidente Donald Trump.
Pete Hegseth è il Segretario della Difesa (o Segretario alla Guerra) degli Stati Uniti d'America, in carica dal 25 gennaio 2025 all'interno della seconda amministrazione del presidente Donald Trump.

C’è poi il caso Kushner (genero di Trump): il libro di Matthew Cole, Princes and Thieves, parla di due miliardi legati a Emirati e Arabia Saudita, su fonti in gran parte anonime. Il genero del presidente nega tutto e nulla è accertato; ma Jamie Raskin, che guiderà la commissione Giustizia, lo ha già definito inadatto a qualsiasi ruolo.

Il veto e la trincea

Trump non è disarmato. Resta presidente fino al 2029, comanda le forze armate, può opporre il veto: per questo, come abbiamo raccontato su Famiglia Cristiana, ha mostrato al mondo un cappellino rosso con la scritta «Veto». Ma il fuoco amico è già partito.

A sinistra l'autocrate Vladimir Putin che da anni guida la Federazione Russa. A destra, Donald Trump, Presidente degli Stati Uniti d'America

L’accordo con Vladimir Putin sul gasolio, firmato a inizio ottobre per abbassare i prezzi prima del voto, sta naufragando: due delle prime petroliere partite dalla Russia hanno cambiato rotta, una verso il Brasile, l’altra in attesa di ordini al largo dell’Algeria, e alla pompa americana il gasolio costa sempre intorno ai 6,3 dollari al gallone.

Frenano i dubbi legali, perché una legge del 2022 vieta l’import di carburanti russi. Secondo la CNN, la commissione Esteri del Senato ha già chiesto a banche e operatori portuali di conservare i documenti.

E poi c’è Pete Hegseth. Il repubblicano Thomas Massie, battuto alle primarie dopo che Trump aveva sostenuto uno sfidante, riporterà la prossima settimana alla Camera gli articoli di impeachment contro il capo del Pentagono, accusato di aver fatto la guerra all’Iran senza l’autorizzazione del Congresso. Hegseth replica che l’impeachment «non ha funzionato contro il presidente Trump e non funzionerà con me»; Trump ripete che ha fatto un lavoro fantastico. Per Bloomberg i voti potrebbero esserci, anche perché molti Repubblicani sconfitti non hanno più motivo di tornare a Washington.

Gli scenari

Lo scenario più probabile è meno apocalittico di quanto abbia scontato la borsa. Una legge federale sull’AI deve passare Camera e Senato e superare il veto, che si scavalca solo con i due terzi: una soglia lontanissima. Le regole vere arriveranno dagli Stati e dalle comunità locali, già in movimento, e dalle audizioni che costringeranno i padroni del digitale a rispondere sotto giuramento. Il danno sarà di reputazione, prima che normativo. Adam Kovacevich, della lobby Chamber of Progress, finanziata dalle big tech, avverte che un’ondata anti-Trump non va scambiata per un mandato contro la tecnologia.

Il secondo scenario è un fronte democratico meno compatto del previsto. Hakeem Jeffries promette un’agenda su costo della vita, sanità, dazi e fine della guerra entro cento ore dall’insediamento; sull’impeachment il partito è diviso, perché una procedura senza i due terzi del Senato rischierebbe di restituire a Trump la parte che gli riesce meglio, quella della vittima. Il terzo è il più inquietante: un presidente senza Congresso amico potrebbe cercare all’estero, dall’Iran all’Ucraina, la forza che in patria gli manca.

Tra i grattacieli di Manhattan e le valli del silicio, in questi giorni, c’è chi ha riscoperto una cosa antica e noiosa: il potere, anche il più brillante, ha bisogno di un giudice, di un contrappeso, di un’aula dove rispondere. Per anni qualcuno ha scambiato la velocità per un diritto. Il voto di martedì ricorda che in democrazia la corsa si ferma davanti a un semaforo, e il semaforo si chiama Parlamento. I mercati si riprenderanno. Resta da capire se la politica saprà guardare dove vuole andare l’intelligenza artificiale, e non solo quanto perde in borsa.