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martedì 11 dicembre 2018
 
 

Ivana Pais: "Uno stimolo a creatività e innovazione"

20/09/2013  In un articolo sulla rivista "Vita e pensiero" la sociologa Ivana Pais spiega perché il coworking è un incentivo alle politiche del lavoro e all'occupazione.

Nella classifica mondiale del coworking, l'Italia si posiziona all'ottavo posto, con 91 spazi mappati. Ma, nella realtà, i luoghi di lavoro condiviso sono molti di più.  Un fenomeno, dunque, in crescita e fermento anche nel nostro Paese. E una grande opportunità, esso stesso, di creare occupazione e incentivare il mercato del lavoro, grazie alla rete di relazioni e di contatti, alle sinergie e alla condivisione di esperienze che mette in campo. Ad affermarlo è Ivana Pais, sociologa, ricercatrice, docente di Sociologia economica alla Facoltà di Economia dell'Università Cattolica di Milano, che ha studiato a fondo il fenomeno del coworking visitando varie realtà in giro per il Paese.

Su Vita e pensiero lei scrive che il coworking non è solo un modo per risparmiare, ma anche un incentivo a nuove politiche del lavoro.
Quando si parla di coworking si tende sempre a mettere in evidenza l'elemento del risparmio. Osservando i luoghi di coworking e ascoltando il linguaggio dei coworkers stessi, ho potuto notare una affiliazione a un modo di pensare il lavoro, una vicinanza fra le persone che prescinde dalla condivisione degli spazi: i coworkers tendono dunque a sentirsi parte di una community. Inoltre, intessendo reti di relazione si creano anche nuove opportunità di lavoro alle quali, stando chiusi in casa propria, da soli, non si avrebbe accesso. Spesso il lavoro c'è, ma domanda e offerta non si incontrano. Il coworking stesso diventa una forma di business, uno spazio di progettualità che viene coltivata.

In Italia siamo ancora indietro rispetto ad altri Paesi?
Ora ci stiamo muovendo molto anche noi. Negli ultimi mesi ho trovato una grande attenzione verso il fenomeno anche da parte delle amministrazioni locali che vedono le opportunità offerte da questo approccio al lavoro.

Milano è capofila nel nostro Paese.
Sì, ma stanno nascendo sempre nuove realtà anche in centri urbani più piccoli e isolati , che proprio perché isolati cercano nel coworking un modo per mettere in connessione le persone e creare reti sociali. Di recente sono stata a visitare il coworking di Pordenone, che ha sviluppato attività molto interessanti e innovative, proprio per il fatto di essere una città periferica, lontana dalle grandi reti di comunicazione. Un altro caso è quello di Veglio, un paesino in provincia di Biella, dove il sindaco ha creato il coworking come opportunità per trattenere persone che altrimenti se ne sarebbero andate.  Grazie al lavoro condiviso, assistiamo spesso a fenomeni di recupero di spazi periferici altrimenti abbandonati. Nelle periferie si innova di più che nel centro.

I coworkers sono soprattutto giovani?

Molti sono giovani, sì, ma non giovanissimi.  Le prime esperienze di coworking in Italia sono state create da persone della generazione fra i 40 e i 50 anni. 

Il coworking può dunque essere visto come una "filosofia", una cultura del lavoro...
Sì, ed proprio così, come una filosofia del lavoro, un fatto culturale che i coworkers vivono questa realtà. Come un'idea di apertura mentale, di condivisione di idee e progetti. Soprattutto fra persone che svongono professioni differenti. Molti coworkers mi raccontano che questa esperienza permette loro di entrare in relazione con professionisti che altrimenti non avrebbero mai cercato e con i quali non avrebbero mai pensato di interagire. E da questa relazione nasce lo stimolo a progettare, creare, innovare. In questo senso i mediatori degli spazi coworking - che gestiscono i luoghi di condivisione organizzando anche eventi al loro interno - ricoprono un ruolo di mediazione molto importante: mettere in relazione due persone con professionalità e competenze molto diverse, che parlano linguaggi differenti, può dare come risultato un valore aggiunto superiore in termini di creatività e spinta all'innovazione, ma è un processo all'inizio più faticoso, che comporta un investimento di energie maggiore.

E gli svantaggi quali possono essere?
Si tratta certamente di luoghi più rumorosi rispetto ad esempio alla propria casa. Immaginavo dunque che ci fosse il limite della dispersione e della mancanza di concentrazione. Però i coworkers non vivono a tempo pieno la realtà dello spazio condiviso e sono dunque attenti a distribuire il tipo di lavoro che devono fare: se devono svolgere un lavoro che richiede molta concentrazione lo fanno a casa piuttosto che nello spazio condiviso. E' comunque vero che nello spazio coworking si possono trovare angoli di maggiore isolamento. Certamente si è sottoposti a più stimoli.

Ci sono poi le esperienze di cobaby...
A questo proposito mi ha colpito molto l'esempio di una ragazza sui trentanni con lavoro dipendente che era in maternità. Durante quel periodo di assenza dal lavoro ha ripensato il suo percorso professionale e, dopo aver parlato con i suoi capi, ha deciso che, al suo rientro, si sarebbe spostata in un'altra divisione con incarichi parzialmente diversi. Così, ha acquistato nella società di coworking Piano C di Milano un pacchetto di ore, durante le quali lasciava il suo bambino nello spazio cobaby e lei usava quel tempo per studiare, aggiornarsi e prepararsi alle nuove mansioni che da lì a poco avrebbe assunto in azienda. Tra l'altro, il pacchetto di coworking le era stato regalato da suo marito per il suo compleanno.

Nel Meridione ci sono realtà di coworking significative?
Ho visitato quella di Matera: qui fanno coworking e coliving. Persone che vogliono prendersi un periodo di isolamento, ad esempio per scrivere un libro, oltre a lavorare in uno spazio condiviso possono anche dormire e soggiornare lì.  Si tratta di un'esperienza molto bella e interessante, un modo per far confluire persone in una città difficilmente raggiungibile come Matera. Ecco il valore aggiunto del coworking: avere intercettato persone che, in un momento di crisi e difficoltà, non si sono rassegnate e si sono messe in gioco per portare avanti idee e progetti forti.

 
 
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