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martedì 21 novembre 2017
 
 

Ville venete, bellezze invisibili

25/09/2014  Straordinario patrimonio culturale del Paese, sono ignorate dalle istituzioni, che le considerano un bene di lusso da tassare, denuncia Alberto Passi, presidente dell'associazione che le rappresenta, premiata dalla Fondazione Masi.

«Finalmente qualcuno si accorge che le ville venete esistono e che c'è gente che si dà molto da fare». Saluta così, Alberto Passi, al secondo mandato come presidente dell'Associazione Ville Venete (dal 1978 riunisce i proprietari delle magioni storiche - oggi circa 600 - allo scopo di conservarle, valorizzarle e promuoverle), la notizia del Premio Masi Civiltà Veneta 2014, che gli verrà consegnato sabato 27 settembre.  Insieme a lui, la Fondazione Masi ha premiato Andrea Bocelli, Svetana Alexievich, Umberto Contarello e Mario Isnenghi.

A dir la verità sembra quasi impossibile che non ci si accorga delle ville venete, poiché stiamo parlando di 4.300 ville censite tra Veneto (3.900) e Friuli Venezia Giulia (400), quasi il 90% di proprietà di privati cittadini, totalmente inserite nel territorio urbanistico, tanto che il 98 per cento dei Comuni contempla da una a 17 ville. Centocinquanta sono quelle visitabili, le più importanti per l'imponente architettura, o gli affreschi di pittori noti sono una cinquantina, di cui una ventina palladiane (le vicentine villa Almerico Capra, detta la Rotonda, e villa Valmarana ai Nani; villa Barbaro a Maser di Treviso; villa Manin a Passariano di Codroipo, Udine; villa Pisani a Montagnana, tanto per fare qualche nome), le altre con una vocazione più turistico-alberghiera, perché magari appartengono a un'azienda agricola, oppure sono utilizzate come agriturismo.

Un patrimonio notevole, e nessuno se ne accorge? Com'è possibile? «In realtà, sono le istituzioni che non se ne accorgono. Nella gente vedo crescere la voglia di conoscere il proprio territorio, di cui la villa è parte integrante. La gente che viene in visita - io vedo chi viene da me (Passi è proprietario della villa secentesca Tiepolo Passi, a Carbonera, alle porte di Treviso) - si emoziona, perché qui ritrova le proprie radici, si sente parte della propria storia».


Invece le istituzioni? «Da una parte, c'è la poca attitudine generale dei nostri Governi nei confronti della cultura. Dall'altra, non hanno neppure capito che la cultura può essere un traino per l'economia. Per quanto ci riguarda, la “nostra” battaglia è per una tassazione più equa. Le nostre ville - che appartengono alle dimore storiche italiane - sono vincolate dallo Stato, questo perché giustamente ritiene che appartengano alla storia delle nostre popolazioni e quindi alle radici culturali del Paese. Il che è assolutamente vero. Ma questo vincolo fa sì che per qualsiasi intervento io debba prima ottenere il beneplacito della Sovrintendenza. L'art. 9 della Costituzione prevede che sia lo Stato a mantenere i beni vincolati. Se non può farlo direttamente, può delegare ai privati. Nel caso delle ville, a noi. Solo che dal governo Monti in poi, le agevolazioni sulle spese sono scomparse. Oggi, le dimore storiche sono considerate beni di lusso e come tali vengono tassate. Ma un conto è una villa costruita due anni fa, con piscina hollywoodiana, una cosa ben diversa è una villa del 4-'500, di 3, 4, 10mila metri quadrati. Abbiamo chiesto che le ville siano accatastate in una categoria speciale, e che almeno possiamo detrarre il 50% delle spese per la manutenzione ordinaria e straordinaria. E ci hanno risposto picche. Ma queste case hanno bisogno di manutenzione continua: ci sono giardini, statue, tetti di migliaia e miglia di metri quadrati, pavimenti delicati.... Io ho un tecnico, un idraulico, un elettricista, un falegname un giorno sì e l'altro anche».

Ma davanti ad una situazione critica sul fronte occupazionale e che pertanto necessita di investimenti per far ripartire il lavoro, forse i proprietari di ville non sono considerati le prime persone da aiutare. «E qui sta il punto focale. Ovviamente, la classe politica come fa a spiegare a un esodato, a un operaio senza lavoro, che intende dare una mano ai proprietari di ville? Serve un bel coraggio. Se non fosse che, diversamente da quanto pensano i più, i proprietari di ville non sono nobili ricconi; nella stragrande maggioranza dei casi sono persone normali, impiegati, contadini, professionisti..., che hanno ereditato la villa e che hanno l'amore di volerla conservare».

La villa veneta è una felice intuizione della Repubblica di Venezia. «Le ville nascono per rispondere al progetto della Repubblica di Venezia di rendere fruttuosa la terra ferma. Sono dei complessi produttivi. Dal '500 al '700, se ne costruiscono più di 5.000, di varie dimensioni, con comunità che vi gravitano attorno di 2-3.000 persone, tra artigiani, contadini, operai vari, che bonificano, lavorano le terre, coltivano... L'obiettivo è imprenditoriale: la redditività, il business. E Venezia ha una straordinaria capacità di capire le vocazioni del territorio. Pordenone ha il ferro, Treviso diventa il granaio della Repubblica, Verona ha la lana, il Cadore il legname. E' quel mondo straordinario di cui si innamorano tutti gli intellettuali che arrivano dall'Europa. La caratteristica più interessante è che c'era un forte legame tra i capi e il popolo, a cui veniva garantito un buon livello di vita. La casa padronale aveva le barchesse attaccate, e lì vivevano i dipendenti, così padroni e operai condividevano il destino. Oggi i nostri proprietari ripropongono questo stile di familiarità nel rapporto con i visitatori».

Obiettivi? «Raggiungere i mercati internazionali del turismo culturale, in fin dei conti il brand “Ville venete” possiamo averlo solo noi».

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