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lunedì 18 ottobre 2021
 
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Dmitrij Muratov, un Nobel al coraggio

08/10/2021  La Novaya Gazeta, il giornale che dirige, ha visto sei giornalisti brutalmente uccisi per le loro temerarie inchieste su potere e corruzione. Per questo questo il riconoscimento che arriva da Oslo non giova solo al giornalismo di tutto il mondo: fa bene a tutta la Russia (di Fulvio Scaglione)

Dal 1901 a oggi sono stati assegnati 102 Nobel per la Pace. Solo 17 a donne, meno ancora a giornalisti. È quindi un evento che il premio, quest’anno, sia andato a Maria Ressa, fondatrice nelle Filippine del sito d’inchiesta Rappler, e a Dmitrij Muratov, direttore da vent’anni della Novaya Gazeta. Al di là delle statistiche, però, e fuori da ogni logica di corporazione, è importante che il Nobel riconosca alla libertà di stampa e di espressione un ruolo fondamentale per lo sviluppo e il benessere di qualunque Paese.

In questo senso, anche solo per ragioni di mera prossimità geografica e in una stagione di relazioni controverse con la Russia, noi europei siamo toccati in modo particolare il riconoscimento a Muratov che, pur non avendo nemmeno sessant’anni, da vent’anni dirige il giornale ed è da tempo uno dei grandi personaggi del giornalismo russo. Nato a Samara (che per tutto il periodo sovietico ebbe il nome di Kuybyshev, in omaggio a uno dei dirigenti dell’epoca bolscevica), studiò a Mosca per dedicarsi, ancora universitario, al giornalismo. È interessante notare che Muratov si fece le ossa nella Komsomolskaya Pravda, il giornale del movimento giovanile del Pcus che, con la perestrojka, divenne il quotidiano leader per dinamismo e libertà di pensiero.

Nel 1993, con altri colleghi, Muratov lasciò la Komsomolskaya per fondare, appunto, la Novaya Gazeta. Un’impresa che, nelle ristrettezze dell’epoca, pareva destinata a fallire. Un aiuto decisivo, nei primi tempi, arrivò da Mikhail Gorbaciov, che per sostenere il giornale sacrificò una parte del suo Premio Nobel. Per Muratov e soci gli inizi furono durissimi, anche se nemmeno in seguito il giornale ha nuotato nell’oro. Qualche anno fa incontrai Muratov nel suo ufficio: un vecchio computer su una scrivania ingombra di carte, un maglioncione addosso, la teiera in un angolo e un via vai continuo di giornalisti per i quali lui aveva sempre una risposta. Nessun lusso, nessuno status symbol, nessuno dei vezzi “da giornalista” che abbondano nelle redazioni. Una semplicità assoluta, che colpiva ancor più pensando al tipo di lavoro che lì si svolgeva.

 Muratov, infatti, con una testata in fondo piccola e dalla diffusione limitata in gran parte a Mosca e San Pietroburgo, è stato per lunghi anni promotore di un giornalismo d’inchiesta a volte tendenzioso ma sempre coraggioso e comunque puntato sui temi che più assillano la società russa: il rapporto tra potere e cittadini, la corruzione degli apparati statali (che di recente lo stesso ministro degli Interni, Vladimir Kolokol’zev, ha definito “piuttosto alta”), la criminalità, gli scandali finanziari. Un atteggiamento che è costato caro alla redazione che, negli anni, ha perso sei colleghi, caduti sul campo o brutalmente assassinati: Igor Domnikov nel 2000, Viktor Popkov nel 2001 (colpito mentre seguiva un combattimento in Cecenia), Yurij Shikoshikin nel 2003, Anna Politkovskaya nel 2006, Anastasiya Baburova e Natalia Estemirova nel 2009.

C’è infine qualcosa che travalica anche queste considerazioni, e che speriamo abbia influito nella decisione di premiare Muratov. A dispetto di anni di relazioni turbolente con l’Occidente, la Russia resta un Paese decisivo negli equilibrii politici internazionali e un grande laboratorio artistico e culturale. Negli ultimi tempi, però, si è rinserrata in una sorta di complesso di persecuzione che mortifica prima di tutto le sue potenzialità e non aiuta un dialogo internazionale che ha tanti avversari ma di cui c’è assoluta necessità. La sordina a tutte le voci critiche, il marchio d’infamia (con notevolissime difficoltà concrete) di “agente straniero” a tutte le organizzazioni, anche le più serie, che ricevono fondi dall’estero, le indagini a carico dei ragazzini che su Tik Tok esaltavano Navalny… Ecco, questo Premio Nobel arriva a ricordare al Cremlino che in un grande Paese c’è spazio per una grande varietà di opinioni e per tanti modi diversi di amare la patria. E che in questa varietà un Paese, anche un Paese grande come la Russia, si rafforza e non s’indebolisce.

 

 

   

 
 
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