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venerdì 18 settembre 2020
 
intervista
 

«Ritroviamo il fascino del matrimonio in Chiesa»

21/11/2019  «Se non ci riusciamo, difficilmente invertiremo la tendenza». Padre Marco Vianelli, direttore dell'Ufficio pastorale perla famiglia della Cei, commenta il presunto "sorpasso" del matrimonio civile su quello cristiano. E spiega che cosa sono e perchè sono sbagliate le nozze "take away"

Ci si sposa sempre meno (e non più giovanissimi), le cerimonie civili superano quelle in Chiesa, aumentano vertiginosamente le libere unioni e di coseguenza i figli nati fuori dal matrimonio. Questo lo scenario rilevato dall'Istat e che mostra un panorama in profonda mutazione della società e desolante riguardo i valori dell'impegno a mettere su famiglia tra le giovani coppie. Ne parliamo con padre Marco Vianelli ofm, direttore, dallo scorso settembre, dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Famiglia  della Cei. 

I dati parlano di libere unioni quadruplicate in 20 anni. La Chiesa  si è interrogata sulle ragioni?

«Non è semplice individuare una causa specifica. E sebbene sia importante interrogarsi sulle cause, ancor più importante è lasciarsi interrogare dal fenomeno. Cosa ci dicono le persone che scelgono di legarsi non definitivamente? Che cosa li spaventa? Perché la dimensione del sacro è scomparsa dal loro orizzonte, dalle loro necessità? Perché tutto è ridotto a un fatto privato, in modo particolare l’amore? Penso sia più affascinante cominciare ad ascoltare delle domande non poste».

Quali sono le azioni che la Chiesa può fare per invertire questa tendenza?

«Non penso che la Chiesa abbia la funzione di vigile, non è chiamata ad incanalare il traffico, ma piuttosto si deve preoccupare di accendere il desiderio. Se non riusciamo a manifestare il fascino della vita nuziale, difficilmente invertiremo la tendenza. Dovremmo provare a mostrare cosa c’è in più nel diventare segno della presenza amante di Qualcuno. Come la vita cambia se il Signore è presente e si serve dei nostri piccoli gesti quotidiani per amarci e per realizzare il regno dell’amore?»

Cosa dire a chi sostiene che la convivenza è una sorta di "prova" prima di arrivare al matrimonio?

«Penso che ogni scelta meriti rispetto e attenzione. Che sia comprensibile aver le vertigini di fronte al matrimonio e che, in un tempo segnato dalla precarietà, ogni forma di stabilità possa spaventare, ma l’amore non si “prova”, si vive. L’amore come tale necessita della totalità, della radicalità, se così non è non sarà mai soddisfacente. A volte dietro la scelta della convivenza c’è il bisogno di essere sicuri che le cose possano funzionare, ma la fatica più grossa non sta nel con-vivere (nel vivere con qualcuno) ma nel per-vivere (scegliere per chi valga la pena vivere). In questo caso la convivenza rischia di essere un’illusione, perché è una prova che non centra l’obbiettivo. Che non risponde alla domanda giusta, quella che inquieta di più».

Le risulta che parte di queste coppie poi finisca per sposarsi in Chiesa?

«Sì. E questo ci fornisce una grandissima opportunità. Perché ci raccontano che, pur essendosi presi tutto della vita nuziale, si accorgono che gli manca qualche cosa. Una cosa che, in realtà, potrebbero scoprire essere una Persona. Che non si può prendere, ma che si può solo ricevere in dono». 

I dati Istat parlano anche di 1 bambino su 3 nato fuori dal matrimonio. Mettere al mondo un figlio non è più sentito come un motivo per regolarizzare la propria unione? 

«In effetti molte coppie conviventi arrivano a celebrare le nozze dopo la nascita non solo del primo, ma anche del secondo figlio. Per certi versi si è attenuata l’esigenza di un “matrimonio riparatore”. Questi fratelli, se ad un certo momento della loro storia, decidono di accostarsi al sacramento delle nozze ci pongono una grossa sfida pastorale. Come accompagnarli alla scoperta della bellezza del “per sempre”, quando questo “per sempre” se lo sono già detto nella carne? Perché un figlio è “per sempre”. Allora diventa importante aiutarli a recuperare il fatto che forse non sono riusciti a dirsi “per sempre” nella libertà delle parole e hanno sentito il bisogno di rafforzarlo nella carne. Diventa allora prezioso ri-evangelizzare il valore della libertà, fondamento di ogni scelta».

Sui giornali si è insistito sul fatto che oltre la metà dei matrimoni in Italia (51,1%) sono avvenuti con rito civile, una formula che è in costante aumento (nel 1970 erano il 2,3% del totale, nel 2008 il 36,7%). Come leggere questi dati? 

«In realtà se scorporiamo il dato riguardante le seconde e terze nozze, i matrimoni religiosi sono ancora superiori a quelli civili (la percentuale di primi matrimoni con rito civile è il 31,3%). Ma questo non può consolarci, non possiamo “giocare” con i numeri per riaccendere la speranza. La Speranza è una virtù teologale e ha un’altra fonte che la genera. Dobbiamo prendere atto che l’aver privatizzato l’amore e aver dato il primato ai sentimenti, ha orientato la nostra gente verso uno stile di cristianesimo un po’ soggettivo (potremmo dire take-away o self service, dove ognuno si sente in diritto di modellare l’attuazione della fede a seconda della propria soggettività ). Sarà importante partire comunque dal bisogno di formalizzare una relazione, intrinseco nella scelta del matrimonio civile, e da lì accompagnare le persone nello scoprire la possibilità di divenire canali di grazia per altri. Di essere memoriale vivente di una presenza, di  “un presente”».

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