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venerdì 19 agosto 2022
 
GIORNATA CONTRO LE MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI
 

ActionAid: la battaglia comincia dalle scuole e dall'educazione dei giovani

06/02/2022  Per combattere queste violazioni dei diritti serve "una strategia coraggiosa, sperimentale e continuativa nel tempo", afferma Katia Scannavini, vice-segretaria dell'organizzazione, che sul territorio di Milano promuove la campagna "Chain", nell'ambito di un progetto che coinvolge cinque Paesi dell'Unione europea

Mira Beshay ha 32 anni ed è nata al Cairo, in Egitto. Si è trasferita in Italia da bambina con la sua famiglia. «Vorrei continuare a essere un ponte tra le due culture, in cui sono cresciuta: quella italiana e quella egiziana», racconta. «Mi piacerebbe facilitare la comunicazione e rendere accessibili alle persone di ogni età le informazioni che, a volte, sembrano impossibili da comprendere. Da anni lavoro come mediatrice linguistica e culturale presso un’associazione che si occupa di donne, bambine e bambini. Lavoro anche in una scuola primaria, dove ho potuto conoscere meglio il mondo dell'istruzione».

Mira è una community trainer della Ong ActionAid per il progetto “Chain” contro le mutilazioni genitali femminili (Mgf), una piaga terribile diffusa nel mondo che viola i diritti delle bambine e delle donne, la loro salute, il loro benessere, compromettendo gravemente il loro futuro. La campagna - co-finanziata dal programma REC (Rights, Equality, Citizenship) - Diritti, Uguaglianza, Cittadinanza - dell'Unione europea e implementato in cinque Paesi europei attraverso diverse organizzazioni - ha l’obiettivo di rafforzare in cinque Paesi europei, fra cui l’Italia, la prevenzione, la protezione e il sostegno a donne e ragazze esposte al rischio di Mgf o matrimoni forzati e precoci. A ricoprire un ruolo chiave sono le figure dei community trainer, sette donne e un uomo, selezionate tra cinque comunità (Somalia, Nigeria, Egitto, Pakistan e Senegal) particolarmente interessate da questi fenomeni sul territorio di Milano.

«La campagna “Chain"», spiega Mira, «invita all’apertura e all’ascolto reciproco per conoscere l’altro o l’altra e cercare di capire i suoi punti di vista antropologici, culturali, sub-culturali e tradizionali su tali pratiche. Anche se si parla tanto di comunicazione, di ascolto ed empatia, spesso ci si dimentica che inizia tutto con uno sforzo, un tentativo di provare a mettersi nei panni altrui per creare una possibile connessione empatica per poi poter comunicare nel vero senso della parola e saper agire di conseguenza. Insieme alle altre community trainer, porto avanti attività di informazione e formazione in ambito educativo per diffondere una maggiore e corretta conoscenza sui temi riguardanti le mutilazioni genitali femminili e i matrimoni precoci e forzati affinché il personale scolastico sappia come intervenire se si presentassero dei casi a scuola».

Il 6 febbraio ricorre la Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili. Una pratica che riguarda almeno 92 Paesi, in modo particolare nel continente africano. Per quanto riguarda l’Italia le stime più recenti si riferiscono al 2019 e sono state raccolte dall’Università Milano Bicocca: sarebbero 87.600, di cui 7.600 minorenni, le donne portatrici di mutilazioni genitali femminili presenti nel nostro Paese; le bambine a rischio sarebbero circa 5mila. Le più esposte sono le donne nigeriane, etiopi ed egiziane.

La pratica delle mutilazioni - la circoncisione femminile nelle sue varie forme, dal taglio del clitoride all’infibulazione - è antichissima, profondamente radicata nelle comunità e tribù che la perseguono, legata a norme sociali e culturali, non alla religione, e rappresenta il rito di passaggio della bambina nell’età adulta. Quando le ragazzine vengono tagliata, sono dunque considerate pronte a sposarsi e spesso costrette ad abbandonare la scuola, a contrarre matrimoni precoci e avere gravidanze in giovanissima età. «Bisogna comprendere che molte tradizioni e convinzioni non sono semplici da sradicare», osserva ancora Mita, «e che richiedono tempo perché possono essere state tramandate di generazione in generazione e sembrare logicamente adatte e utili. Per questo motivo è importante anche informare sulle conseguenze negative a livello fisico e psicologico che le mutilazioni genitali femminili e i matrimoni precoci e forzati possono causare anche sul lungo periodo».

Da noi, in Italia e in Europa, è importante agire attraverso campagne di informazione e sensibilizzazione che coinvolgono i media. «Alle istituzioni chiederei di investire nelle nuove generazioni che hanno il coraggio di usare la propria voce attraverso la scrittura, i video, i social media per influenzare anche le generazioni precedenti affinché possano osservare il mondo da un altro punto di vista e iniziare a pensare in modo critico senza la paura di perdere le proprie tradizioni e valori». Nel nostro Paese sono in vigore una legge contro le mutilazioni genitali femminili e una contro i matrimoni precoci e forzati. Sono stati inoltre attivati due piani programmatici contro le mutilazioni genitali, con un numero verde dedicato 800 300 558 gestito dal ministero dell’Interno. Nel biennio 2020-2021 le chiamate sono state in tutto tredici. Le mutilazioni genitali femminili e i matrimoni precoci e forzati sono compresi anche nel Piano antiviolenza 2021-2023.

«Il Piano deve essere l’opportunità di segnare finalmente un cambio di passo in termini di prevenzione, protezione e contrasto alla violenza di genere», afferma Katia Scannavini, vice-segretaria generale ActionAid Italia. «Perché quindi non far convergere il Numero Verde contro le mutilazioni genitali femminili nel numero verde 1522, formando il personale, allargando la rete dei centri e dei servizi disponibili e destinando i 340 mila euro annui in capo al Ministero dell’Interno a queste attività? Trattare queste pratiche lesive come problemi a sé stanti rischia di aumentare le probabilità di stigmatizzare le comunità praticanti e di chiudere quindi ogni possibilità di dialogo. Occorre invece una strategia coraggiosa, sperimentale e continuativa nel tempo che permetta di raccogliere puntualmente informazioni, condividere saperi, adattare pratiche consolidate e disegnarne di nuove».

(Foto Reuters in alto: bambine in una scuola del Kenya durante una rappresentazione contro le mutilazioni genitali femminili)

 
 
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