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«Quante persone devono lavorare per mantenere un parassita solo perché costui esiste?». E ancora: «Mi sembra strano che l'eutanasia non sia allargata a tutti i costosissimi parassiti che gravano sulle famiglie e sullo Stato». Sono i commenti comparsi sulla pagina Facebook Autismo in Movimento, seguita da circa 230 mila persone, dove un'utente è arrivata a paragonare le persone con disabilità agli animali sofferenti da sopprimere per eliminare i costi a carico della collettività.
A ricevere quei commenti è stato Antonio Riggio, 48 anni, palermitano e padre di tre figli, tra cui Gaetano, 24 anni, un ragazzo autistico non verbale che necessita di un sostegno elevato nella vita quotidiana. È lui il fondatore della pagina, nata per raccontare la vita con suo figlio e condividere la propria esperienza con tante altre famiglie.
«Ci sono commenti che fanno veramente male», racconta a Famiglia Cristiana. «Stiamo tornando indietro di ottant'anni, quando in Germania le persone con disabilità venivano considerate non produttive ed eliminate perché ritenute un peso per la società. Peccato che siamo nel 2026 e ci sia ancora gente che la pensa in questo modo».
Le frasi sono comparse durante una discussione sul riconoscimento dei diritti dei caregiver familiari, coloro che si prendono cura quotidianamente di un proprio caro non autosufficiente. Antonio conosce bene questa condizione: per assistere il figlio ha dovuto cambiare radicalmente la propria vita.
LA SCELTA DI LASCIARE IL LAVORO
Prima di dedicarsi completamente all'assistenza del figlio, Antonio lavorava nell'azienda casearia di famiglia. Si occupava di amministrazione, produzione e rapporti con i clienti, un'attività che lo portava spesso a viaggiare, anche all'estero. Con il passare degli anni, però, le necessità di Gaetano hanno richiesto una presenza sempre maggiore a casa e quel lavoro, con i suoi ritmi e i suoi impegni, era diventato difficile da gestire.
Così ha deciso di cambiare attività, senza abbandonare il settore che conosceva bene. Per cinque anni ha venduto prodotti caseari porta a porta, concentrando le consegne al mattino per poter trascorrere il resto della giornata con il figlio. «Sono passato dal fare fatture da cinquantamila, sessantamila euro a vendere una ricottina da tre euro alla signora», racconta.
Poi è arrivata la pandemia. Gaetano ha dovuto interrompere la frequenza del centro diurno e, quando le attività sono riprese, tornare alla routine precedente si è rivelato molto difficile. La famiglia ha cercato altre strutture, ma nessuna di quelle contattate, secondo quanto riferisce il padre, era in grado di garantirgli l'assistenza individuale di cui aveva bisogno. Alcune non disponevano di personale sufficiente o adeguatamente preparato per seguirlo.
Senza una struttura che potesse accogliere il figlio durante il giorno, anche quel lavoro part-time era diventato insostenibile. Così, alla fine, ha dovuto rinunciare del tutto al lavoro. Da allora si occupa di Gaetano a tempo pieno.
LA VITA QUOTIDIANA CON GAETANO
Per capire cosa significhi prendersi cura ogni giorno di Gaetano basta pensare a una situazione comune a tante famiglie: portare i figli alle giostre. La sorellina Mirea di nove anni vorrebbe andarci, ma Gaetano non le ama e così i genitori devono organizzarsi. «Se mia figlia vuole andare alle giostre, uno di noi deve restare con Gaetano», racconta il padre. «Se andiamo al ristorante, invece, possiamo andarci tutti, perché anche a lui piace la pizza».
Gaetano ama anche frequentare i centri commerciali. Proprio in uno di questi, racconta il padre, i titolari di una pizzeria gli avevano dato la possibilità di aiutare a preparare i vassoi per l'asporto, sistemando le tovagliette.


A casa, invece, aiuta ad apparecchiare, a lavare i piatti e a rifare il letto. Sono autonomie sulle quali Antonio ha lavorato a lungo con lui, senza dare per scontato nulla. Altre attività, però, rimangono difficili da affrontare. Per un prelievo del sangue, per esempio, la famiglia deve tornare più volte in laboratorio, finché non arriva il momento in cui il ragazzo riesce a sottoporsi all'esame.
Nella vita familiare, però, sono arrivate anche grandi soddisfazioni. Francesco, il figlio maggiore di 26 anni, ha vinto il concorso in Polizia. Una notizia che ha reso particolarmente felice Antonio: sapere che il primogenito potrà costruirsi un futuro lavorativo gli ha «tolto un peso dalla mente».
UNA STORIA CONDIVISA CON ALTRE FAMIGLIE
Nel tempo, il racconto della vita con Gaetano è diventato per Antonio anche un modo per entrare in contatto con altre famiglie che affrontano difficoltà simili. Sui social condivide esperienze, piccoli traguardi e problemi quotidiani, raccontando non soltanto le difficoltà, ma anche le possibilità di autonomia del figlio.
La loro storia è diventata anche un libro, Gaetano, il mio maestro silenzioso. Una storia di coraggio e verità, pubblicato nel 2025. Antonio ha scelto di mettere per iscritto la propria esperienza di padre, raccontando il rapporto con suo figlio e il percorso affrontato insieme negli anni.
«NON CHIEDO L'ELEMOSINA»
Oggi Antonio non lavora più e, come racconta, la famiglia riceve l'Assegno di inclusione. Ma la sua preoccupazione riguarda soprattutto il futuro: gli anni trascorsi ad assistere il figlio, senza un'occupazione, non gli permettono di maturare i contributi pensionistici che avrebbe accumulato lavorando.
«Non voglio l'elemosina. Quantomeno riconoscimi i contributi ai fini pensionistici», dice. È questo ciò che chiede alle istituzioni: un riconoscimento per chi, come lui, ha dovuto rinunciare al lavoro per occuparsi di un familiare non autosufficiente. Anche perché, sostiene, l'assistenza prestata a casa evita allo Stato di dover sostenere i costi di un eventuale ricovero in una struttura residenziale.
Dopo tanti anni di lavoro, ritrovarsi senza un'occupazione e dover contare su un sostegno economico non è stato facile. «A volte ti senti veramente un parassita», ammette. Poi guarda Gaetano e torna a convincersi della scelta fatta: «No, sto facendo la cosa giusta».


LE ACCUSE SUI SOCIAL
Raccontare pubblicamente la propria vita familiare espone anche alle critiche. Antonio ne riceve spesso, soprattutto da chi lo accusa di sfruttare l'immagine di Gaetano per ottenere visibilità e guadagnare sui social. Commenti ai quali, ormai, dice di essersi abituato.
A questo proposito ricorda un episodio del 2021, quando alla sua famiglia fu impedito di imbarcarsi su un traghetto Tirrenia da Napoli a Palermo perché il documento d'identità originale della figlia più piccola era rimasto in albergo e ne avevano soltanto una fotocopia. La vicenda ebbe un seguito legale. «Ho chiesto un euro simbolico di risarcimento. Volevo incorniciare quell'assegno», racconta. La controversia si concluse con un accordo tra le parti e, su proposta del suo legale, il 2 aprile 2023 Tirrenia accolse la famiglia Riggio e altri bambini autistici a bordo della nave Florio, nel porto di Palermo, per un'iniziativa dedicata all'inclusione.
LA DENUNCIA AI CARABINIERI
Le frasi comparse nei giorni scorsi su Autismo in Movimento, però, hanno per Antonio una gravità diversa. Non riguardano più le sue scelte come padre, ma le persone con disabilità, descritte come un peso per la società. Per questo ha deciso di rivolgersi ai Carabinieri e presentare una denuncia, nonostante gli sia stata prospettata la possibilità che il procedimento venga archiviato.
Prima ancora aveva segnalato i commenti a Facebook, chiedendone la rimozione. Secondo quanto racconta, però, la piattaforma non è intervenuta e le frasi sono rimaste visibili. Antonio fatica a comprendere come affermazioni che arrivano ad auspicare l'eutanasia per le persone con disabilità possano continuare a circolare sui social.
A rendere la vicenda ancora più amara è il contesto in cui tutto è accaduto: una discussione nata per chiedere maggiori tutele per i caregiver familiari si è trasformata in un attacco alle persone di cui si prendono cura.









