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Donald Trump deriso sui social e 'punito' con la sua stessa arma, vale a dire l'intelligenza artificiale. Dopo la sconfitta dei repubblicani alle midterm, spopolano infatti diversi meme creati con l'IA che deridono il presidente americano. X/Alan Friedman
C'è una parola che Donald Trump ha scelto per raccontare la propria sconfitta: «Veto». L'ha fatta stampare su un cappellino rosso, lo stesso colore che per anni ha identificato il movimento Maga, e l'ha mostrata al mondo attraverso Truth Social. È un'immagine che dice molto del momento americano. Il presidente che aveva chiesto agli elettori di votare come se il suo nome fosse sulla scheda si ritrova adesso davanti a un Paese che, almeno nelle urne, gli ha voltato le spalle. E che gli ha consegnato un Congresso di segno opposto.
I Democratici hanno conquistato la Camera dei Rappresentanti e il Senato, strappando ai Repubblicani anche territori che sembravano inespugnabili. Dal Kansas al Texas, dalla Carolina del Sud all'Iowa, la geografia politica americana si è colorata di blu.


Non è soltanto una sconfitta parlamentare. È il giudizio su due anni di presidenza, sulle promesse economiche mancate, sulla guerra con l'Iran, sui dazi e su un potere che molti elettori hanno percepito sempre più concentrato nelle mani di un uomo e della sua cerchia.
Secondo l'Associated Press, i Democratici hanno conquistato almeno sette seggi al Senato e più di due dozzine di collegi alla Camera. Ma il dato politico più importante è un altro: per la prima volta dall'inizio del suo secondo mandato, Trump dovrà governare senza la maggioranza parlamentare del suo partito. E questo cambia quasi tutto.


La domanda, adesso, non è soltanto quanto sia profonda la sua sconfitta. È che cosa farà un presidente che non può più contare su un Congresso disposto ad assecondarlo, ma che conserva intatti i poteri della Casa Bianca. Le risposte possibili sono diverse. E non necessariamente rassicuranti.
Il presidente senza maggioranza: il potere del veto
Per capire i prossimi due anni bisogna partire da una distinzione fondamentale: Trump ha perso il controllo del Congresso, non quello dell'esecutivo. Resta presidente fino al gennaio 2029, conserva il comando delle forze armate, la guida della politica estera e la possibilità di intervenire attraverso gli ordini esecutivi. Può inoltre opporre il veto alle leggi approvate dal Parlamento.
È proprio su quest'ultima possibilità che ha scelto di costruire la sua prima risposta politica. Il cappellino con la scritta «Veto» non è soltanto una provocazione. È la dichiarazione di una strategia: se i Democratici proveranno a imporre la propria agenda, la Casa Bianca tenterà di bloccarla.
La strada, però, non è priva di ostacoli. Il Congresso può superare un veto presidenziale con una maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere, una soglia molto alta. Più realisticamente, la nuova maggioranza democratica potrà impedire l'approvazione delle leggi volute dal presidente, condizionare i finanziamenti federali e aprire un confronto serrato sul bilancio.
C'è poi un passaggio che Trump non potrà aggirare: le nomine. Il Senato ha il potere costituzionale di confermare o respingere numerosi incarichi dell'amministrazione, dagli ambasciatori ai giudici federali, fino alle principali cariche del governo. Da gennaio, ogni nomina politicamente controversa rischierà di trasformarsi in una trattativa o di finire bloccata.
Il presidente potrebbe dunque ritrovarsi con una Casa Bianca ancora potentissima, ma circondata da un sistema istituzionale che non gli garantisce più obbedienza. È il terreno della cosiddetta lame duck presidency, tradotto la presidenza dell'anatra zoppa: una condizione nella quale il capo dello Stato conserva formalmente tutti i suoi poteri, ma perde progressivamente la capacità di determinare il futuro politico del Paese.


Il rimpasto: chi pagherà il prezzo della sconfitta?
Una delle prime conseguenze della disfatta potrebbe riguardare la squadra di governo. Quando un presidente perde una tornata elettorale di questa portata, la tentazione di individuare responsabili e sacrificare alcuni collaboratori diventa forte. Trump potrebbe cercare di anticipare le mosse degli avversari, sostituendo ministri e funzionari diventati politicamente ingombranti.
I dossier più esposti sono quelli dell'economia, dell'immigrazione e della sicurezza nazionale. La guerra con l'Iran, i suoi costi e le conseguenze sui prezzi dell'energia hanno contribuito a erodere il consenso repubblicano. Anche la politica dei dazi, presentata come uno strumento per proteggere l'industria americana, si è trasformata in un problema per molte famiglie e imprese.
Il presidente potrebbe tentare di attribuire gli errori ai collaboratori, presentando un nuovo gruppo dirigente come l'inizio di una seconda fase della sua presidenza. Ma un rimpasto non sarebbe una soluzione semplice. Il Senato democratico potrebbe rallentare o bloccare le nomine che richiedono la sua conferma. E ogni sostituzione rischierebbe di diventare un nuovo terreno di scontro.
Il problema, per Trump, è anche politico. Cambiare alcuni uomini senza cambiare la direzione della politica americana potrebbe non bastare a recuperare la fiducia degli elettori. La sconfitta ha mostrato che il malessere non riguarda soltanto singole figure dell'amministrazione, ma l'intero impianto della sua seconda presidenza.
Il Congresso diventa una macchina d'inchiesta
È probabilmente questo lo scenario più concreto dei prossimi mesi: una stagione di indagini parlamentari sulla Casa Bianca. Con il controllo delle commissioni, i Democratici potranno convocare funzionari, chiedere documenti, organizzare audizioni pubbliche e utilizzare gli strumenti di indagine del Congresso. Non si tratta soltanto di un potere politico. È una forma di controllo istituzionale che per due anni, con i Repubblicani in maggioranza, ha funzionato in maniera molto più limitata.
I fronti sono numerosi. Dalla gestione della guerra con l'Iran alle scelte in materia di immigrazione, dai rapporti con i grandi gruppi economici alle decisioni che hanno coinvolto i familiari del presidente.
Un capitolo particolarmente delicato riguarda proprio gli interessi economici della famiglia Trump e le relazioni con i Paesi del Golfo. In questi giorni, un'inchiesta del giornalista Matthew Cole, contenuta nel libro Princes and Thieves, ha riportato l'attenzione su Jared Kushner, genero del presidente ed ex consigliere della Casa Bianca, oggi coinvolto in dossier diplomatici di primo piano, compresi i negoziati in Medio Oriente. Il libro ricostruisce, sulla base di fonti in gran parte anonime, presunti accessi a fondi per oltre due miliardi di dollari riconducibili a interessi emiratini e sauditi. Kushner ha respinto le accuse. Non si tratta di responsabilità accertate, ma di contestazioni giornalistiche che potrebbero diventare oggetto di ulteriori verifiche.
La questione, tuttavia, va oltre il singolo caso. Quando interessi privati, rapporti familiari e diplomazia si avvicinano fino a sovrapporsi, il confine tra affari e responsabilità pubblica diventa un problema per qualsiasi democrazia. E un Congresso controllato dagli avversari del presidente avrà tutto l'interesse a verificare dove quel confine sia stato rispettato e dove, eventualmente, sia stato oltrepassato.
Per Trump potrebbe aprirsi una stagione di audizioni e rivelazioni potenzialmente molto dannose. Non necessariamente perché ogni indagine porterà a una violazione della legge, ma perché il presidente sarà costretto a difendere pubblicamente scelte e relazioni che finora hanno potuto contare su una protezione politica molto più solida.
Impeachment: una minaccia reale, ma non una rimozione scontata
In questo scenario torna una parola che accompagna da anni la storia politica di Trump: impeachment. Il presidente è già stato sottoposto due volte alla procedura di messa in stato d'accusa durante il suo primo mandato. La prima volta nel 2019, per la vicenda ucraina; la seconda nel 2021, dopo l'assalto al Campidoglio del 6 gennaio. In entrambi i casi il Senato non raggiunse la maggioranza necessaria per condannarlo.
Adesso la situazione parlamentare è cambiata. I Democratici potranno avviare nuove indagini e, se riterranno di avere elementi sufficienti, presentare articoli di impeachment. La Camera può approvarli con una maggioranza semplice. Ma questo non significa che il presidente venga automaticamente rimosso.


Per destituirlo serve una condanna del Senato con il voto favorevole di almeno due terzi dei senatori presenti. È una soglia molto più difficile da raggiungere, che richiederebbe una rottura profonda anche all'interno del Partito repubblicano.
Ecco perché, almeno nell'immediato, l'impeachment appare più come una possibilità politica e uno strumento di pressione che come uno sbocco inevitabile. I Democratici sanno che una procedura avviata senza prospettive concrete di condanna potrebbe trasformarsi in un regalo per Trump: il presidente potrebbe denunciare una persecuzione politica, ricompattare la propria base e tornare a presentarsi come vittima di un sistema ostile.
La lezione del passato è ancora presente. Trump ha dimostrato di saper trasformare gli attacchi dei suoi avversari in strumenti di mobilitazione. Per questo la nuova maggioranza dovrà scegliere con attenzione dove fermarsi e dove procedere.


Iran e Medio Oriente: il rischio di una nuova escalation
C'è poi il mondo fuori dai confini americani. Ed è forse il terreno sul quale Trump conserva la maggiore libertà di movimento. Il presidente può essere frenato dal Congresso sul piano legislativo e finanziario, ma in politica estera dispone di poteri molto ampi. La guerra con l'Iran è diventata uno dei fattori decisivi della sua crisi politica. L'operazione militare, che avrebbe dovuto dimostrare la forza americana e ridisegnare gli equilibri regionali, ha invece alimentato instabilità, tensioni energetiche e preoccupazioni tra gli alleati.
L'analisi pubblicata dal centro studi Stimson il 2 novembre, alla vigilia del voto, indicava un rischio concreto: la tentazione per l'amministrazione di utilizzare il periodo che precede l'insediamento del nuovo Congresso per tentare un'ultima offensiva contro Teheran. Una nuova operazione militare potrebbe essere presentata come il modo per ottenere un risultato strategico prima che il controllo democratico del Parlamento renda più difficile proseguire la guerra.
Trump, tuttavia, ha lasciato aperta anche la possibilità di un accordo. Dopo il voto ha dichiarato di voler ancora cercare una soluzione negoziale, avvertendo che, in caso contrario, avrebbe potuto «finire il lavoro». Due opzioni che raccontano la fragilità della situazione.
Una nuova offensiva comporterebbe rischi enormi: la reazione iraniana, il coinvolgimento degli alleati regionali, le ripercussioni sullo Stretto di Hormuz e un ulteriore aumento dei prezzi energetici. Sarebbe anche una scommessa politica pericolosa per un presidente appena punito dagli elettori proprio per le conseguenze economiche della guerra.
Non va dimenticato Israele. Benjamin Netanyahu, uscito a sua volta indebolito dalle elezioni israeliane, potrebbe cercare di mantenere aperta la possibilità di un'azione comune contro Teheran. Ma l'intesa con Washington non è più un automatismo. Trump deve fare i conti con un'opinione pubblica stanca del conflitto e con una nuova maggioranza parlamentare che chiederà conto delle decisioni militari.
Il paradosso è che proprio mentre la sua libertà politica interna diminuisce, il presidente potrebbe essere tentato di mostrare all'estero una forza ancora intatta. È una delle incognite più pericolose della fase che si apre.
Ucraina, Putin e la partita con la Cina
Anche la guerra in Ucraina potrebbe risentire del nuovo equilibrio di Washington. La sconfitta repubblicana non significa automaticamente un ritorno alla politica di sostegno incondizionato a Kiev. I Democratici sono tutt'altro che un blocco uniforme e dovranno trovare un equilibrio tra la difesa dell'Ucraina, la sicurezza europea e le priorità interne.
Tuttavia, la nuova maggioranza potrà esercitare pressioni sulla Casa Bianca affinché le scelte sull'assistenza militare, sulle sanzioni alla Russia e sui rapporti con Vladimir Putin siano sottoposte a un controllo più rigoroso.
Per il Cremlino, la transizione potrebbe aprire una fase di attesa. Putin sa che Trump conserva la possibilità di trattare direttamente con Mosca, ma sa anche che ogni eventuale accordo dovrà confrontarsi con un Congresso meno disposto a concedere margini di manovra al presidente.
Sul fondo rimane la Cina. Pechino osserva una Washington attraversata da una nuova frattura istituzionale, mentre la politica commerciale americana e la guerra in Medio Oriente continuano a produrre effetti sugli equilibri globali. Il rischio è che gli Stati Uniti entrino in una fase di maggiore conflittualità interna proprio mentre il mondo avrebbe bisogno di una strategia internazionale coerente.
Il vero vincitore potrebbe essere il 2028
C'è infine una partita che si giocherà lontano dalle commissioni parlamentari e dalle conferenze stampa della Casa Bianca: quella per la successione a Trump. Le elezioni di metà mandato sono già diventate il primo appuntamento della campagna presidenziale del 2028. Per i Democratici, la vittoria offre l'occasione di costruire una nuova classe dirigente e di misurare le ambizioni dei possibili candidati. Hakeem Jeffries, destinato a diventare speaker della Camera, avrà un ruolo centrale. Tra i nomi che potrebbero emergere ci sono anche governatori e senatori capaci di parlare a un elettorato molto diverso da quello delle grandi città.
Il successo di James Talarico in Texas, democratico moderato e figura di forte sensibilità religiosa, racconta una strada possibile: conquistare territori che sembravano definitivamente repubblicani senza rinunciare alla propria identità politica. Altri candidati, come Abdul El-Sayed in Michigan, rappresentano invece un'anima più progressista. La coalizione che ha travolto Trump dovrà ora dimostrare di poter diventare un progetto di governo.
Dall'altra parte, il Partito repubblicano dovrà interrogarsi su quanto della sconfitta sia riconducibile al presidente e quanto alle scelte di una classe dirigente che ha legato il proprio destino alla sua leadership. Il vicepresidente JD Vance, tra i possibili protagonisti della successione, si trova davanti a un dilemma: raccogliere l'eredità del trumpismo o prendere progressivamente le distanze da una stagione che ha appena subito una pesante battuta d'arresto.
Anche per Trump il 2028 sarà un orizzonte inevitabile. La Costituzione gli impedisce di candidarsi per un terzo mandato. Può ancora condizionare il partito, indicare un successore e tentare di conservare il controllo del movimento Maga. Ma dovrà farlo mentre il suo potere istituzionale si riduce e i potenziali eredi iniziano a guardare oltre di lui. La vera incognita, dunque, non è se Trump continuerà a combattere. La sua storia politica suggerisce che lo farà. È piuttosto capire quale strada sceglierà per non diventare un presidente che occupa la Casa Bianca senza riuscire più a governare il Paese.
Il cappellino rosso con la scritta «Veto» potrebbe essere il simbolo di questi ultimi due anni: un presidente che conserva il potere di dire no, ma non più quello di decidere da solo la direzione dell'America. E una democrazia che, attraverso il voto, ha rimesso in movimento i propri contrappesi. La partita non è finita. Ma per Trump, per la prima volta dopo il ritorno alla Casa Bianca, non si gioca più soltanto alle sue condizioni.



















