Ci sono immagini che la giustizia ritiene necessarie e immagini che il cuore, forse, non è mai davvero pronto a sostenere. A pochi mesi dalla tragedia della notte di Capodanno al disco-pub Le Constellation di Crans-Montana, in cui hanno perso la vita 41 persone e 115 sono rimaste ferite, la procura di Sion ha deciso di rendere visibili alle parti civili e agli indagati un video inedito di otto minuti, dall’1.20 all’1.28 del primo gennaio, che documenta gli ultimi istanti prima che le fiamme divorassero il locale. Si tratta di immagini registrate dalle telecamere interne, rimaste finora fuori dai fascicoli per la loro durezza. I familiari possono ora visionarle in una sala riservata, ma senza possibilità di fotografarle o riprodurle.

Una scelta che riporta al centro una domanda difficile: vedere può aiutare a comprendere oppure rischia di riaprire un dolore che non ha ancora trovato una forma?

«Dipende dalle persone, perché ciascuno di noi ha tempi interiori diversi e modalità diverse di attraversare il trauma», spiega Roberta Brivio, componente del Gruppo di Lavoro “Psicologia delle Emergenze” dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia e presidente Sipem Sos Lombardia. «C’è chi sente il bisogno di sapere fino in fondo e chi invece, secondo me in modo corretto, protegge se stesso scegliendo di non guardare. Capitasse a me, io non andrei a rivedere quel filmato perché sarebbe riaprire una ferita lancinante».

Per Brivio il punto non è il video in sé, ma il significato che quel gesto assume per chi guarda. «A un genitore chiederei: che senso ha per lei vedere queste immagini? Perché ne sente il bisogno? A cosa gli serve pensare a cosa può aver sofferto suo figlio in quel momento? Cercherei di capire le motivazioni, perché il rischio è che il desiderio di capire si trasformi in una nuova esposizione al trauma».

Le vittime di Crans Montana. Prima fila da sx: Achille Osvaldo Giovanni Barosi e Emanuele Galeppini. Seconda fila da sx: Riccardo Minghetti, Giovanni Tamburi e Chiara Costanzo.
Le vittime di Crans Montana. Prima fila da sx: Achille Osvaldo Giovanni Barosi e Emanuele Galeppini. Seconda fila da sx: Riccardo Minghetti, Giovanni Tamburi e Chiara Costanzo.
Le vittime di Crans Montana. Prima fila da sx: Achille Osvaldo Giovanni Barosi e Emanuele Galeppini. Seconda fila da sx: Riccardo Minghetti, Giovanni Tamburi e Chiara Costanzo. (ANSA)

Anche sul piano giudiziario la psicologa invita a distinguere i piani. «La ricerca della verità appartiene a chi indaga. I familiari hanno il diritto di scegliere, ma non il dovere di caricarsi di un peso ulteriore. Persino chi visiona questi materiali per lavoro può sviluppare ferite profonde, è un modo di ripetere l’abuso. Questo è il motivo per cui sono previste turnazioni per certi professionisti esposti continuamente a video o fotografie scioccanti, come per esempio nel caso di abusi su bambini o di certi delitti efferati».

Più ampio ancora è il tema del dolore esposto. «Oggi assistiamo a una forma di voyeurismo del dolore. Ci sono persone che raggiungono i luoghi delle tragedie per fotografarsi, quasi per misurare la distanza tra la morte degli altri e la propria vita. È un turismo macabro che interroga la nostra coscienza. Ci vuole rispetto della sofferenza». Diverso, osserva Brivio, è il valore educativo della memoria condivisa: «Se una scuola torna in un luogo ‘ferito’ per riflettere, allora quel luogo può diventare monito, formazione, prevenzione».

Per questo il vero interrogativo, forse, non è se quelle immagini debbano essere viste, ma se la nostra epoca sappia ancora distinguere tra il diritto di conoscere e il dovere di custodire, e soprattutto dove si debba porre il limite. Perché, come scriveva Eugenio Montale, «ciò che conta non è il rumore del dolore, ma il silenzio che gli si mette accanto».