Non c’è solo lo strazio. Dentro e fuori il Duomo di Nola, s’accavalla tutto: le lacrime, il ricordo, la rabbia, la delusione, le proteste, le persone con addosso la t-shirt con la scritta “Il nostro guerriero”. L’arrivo del feretro del piccolo Domenico Caliendo, alle 11 in punto, accende un applauso. La madre Patrizia, subito dietro, scoppia in lacrime. Sembra troppo grande il Duomo per quella piccola bara bianca adagiata ai piedi dell’altare: «Ti voglio bene, troverai tanti angeli che giocheranno con te», si legge in una lettera posata sopra il feretro, «ciao Domenico sono Andrea. Volevo dirti che ti voglio bene e che ora sei tra gli angeli. Volevo chiederti di salutare i miei nonni, anche loro tra gli angeli. Ora troverai tanti angeli che giocheranno con te. Ti voglio bene. Andrea». In piazza è stato appeso uno striscione: «Tutto questo non ha alcun senso, che nulla resti impunito. Il tuo ricordo in eterno mai sbiadito. Giustizia per Domenico».

Poco prima delle 15 arriva la premier Meloni. Entra in Duomo, va a salutare i genitori di Domenico, Antonio e Patrizia, e poi prende posto accanto al sindaco di Nola, Andrea Ruggero, al presidente della Regione Campania, Roberto Fico, e al sindaco di Napoli Gaetano Manfredi. A presiedere la celebrazione è il vescovo di Nola, Francesco Marino. Sull'altare c’è anche l'arcivescovo di Napoli, il cardinale Mimmo Battaglia, che è stato accanto alla famiglia di Domenico negli ultimi giorni ed ha impartito l'estrema unzione al bimbo. Fuori giornalisti, cameramen e fotografi. Arriva padre Maurizio Patricello: «Il dolore quando è condiviso è sopportabile perché è un dovere di tutti noi essere qui», dice auspicando che sulla vicenda si faccia chiarezza.

Lo striscione affisso nella piazza antistante il Duomo di Nola dove si sono svolti i funerali del piccolo Domenico
Lo striscione affisso nella piazza antistante il Duomo di Nola dove si sono svolti i funerali del piccolo Domenico

Lo striscione affisso nella piazza antistante il Duomo di Nola dove si sono svolti i funerali del piccolo Domenico

(ANSA)

È ai genitori, Antonio e Patrizia, che si rivolge il vescovo di Nola all’inizio dell’omelia: «Il vostro bambino Domenico, infatti, in queste lunghe e atroci settimane è diventato un po’ figlio di tutti noi; e se è vero che i figli sono “pezzi di cuore”, anche quello di ciascuno di noi, come quello vostro di mamma e di papà, si è spezzato nel dolore di questa assurda tragedia. Come ci suggerisce il Vangelo proclamato, siamo noi tutti, quale comunità cristiana e civile insieme con voi genitori, quella madre, la vedova di Nain, che accompagna alla sepoltura il suo unico figlio e che viene incontrata da Gesù».

Il vescovo ha ripercorso tutto quello che è accaduto: «Scorrono davanti ai nostri occhi, inondati di lacrime, le immagini di questi mesi: prima l’affannosa speranza del trapianto, il desiderio di un’esistenza nuova, la prospettiva di donare una vita bella a Domenico; poi tutto si è infranto, come una mareggiata, contro gli scogli del fallimento e la durezza fragile di quel cuoricino che, non riuscendo mai a battere, ci ha agghiacciati nel dolore», ha detto, «in mezzo a noi sentiamo vicina anche l’altra madre che, perse inizialmente le proprie speranze, aveva voluto generosamente donare il cuore del proprio figlio Moritz con il desiderio di farlo battere ancora in un’altra vita; anche lei piange con noi e soffre due volte in più».

La madre del piccolo Domenico all'esterno del Duomo di Nola, 4 Marzo 2026. ANSA/CIRO FUSCO
La madre del piccolo Domenico all'esterno del Duomo di Nola, 4 Marzo 2026. ANSA/CIRO FUSCO
Patrizia, la madre del piccolo Domenico all'esterno del Duomo di Nola (ANSA)

Monsignor Marino sa bene che la rabbia è tanta: «I sentimenti umani che si agitano in questo momento – forse comprensibilmente, e non dobbiamo spaventarcene – sono di rabbia, di delusione, di atroce spasimo. Ci chiediamo “perché?”, vorremmo dei responsabili con cui prendercela, vorremmo che chi ha sbagliato soffrisse come ha sofferto Domenico… Ma, proprio mentre ci assalgono questi desideri cattivi – ne sono certo – finiamo per sentirci ancora più male, più in colpa. Sì, fratelli e sorelle», scandisce, «perché ascoltando veramente la voce della nostra coscienza, sappiamo bene che la sofferenza non si cura mai con il risentimento, il male non si vince con altro male, il lutto non si può elaborare con il desiderio di vendetta. La caccia ai colpevoli, per un momento appaga, ma non può mai ripagare una perdita così grande. Una cosa è riconoscere giustamente le responsabilità penali, che chi di dovere dovrà esaminare e sanzionare, altra cosa è presumere che la giustizia dei Tribunali o, ancor peggio, il giustizialismo privato lenisca il dolore che nessuno, se non il Signore Gesù, può consolare con il balsamo dello Spirito d’amore».

Ma al di là dell’inchiesta giudiziaria, che dovrà far luce sull’incredibile catena di errori che hanno portato a quest’epilogo, le parole del vescovo Marino, commentando il brano del Vangelo, abbracciano il dramma del piccolo Domenico da un’altra prospettiva: «Chiedo, con delicatezza e paternità, il coraggio della scelta: vogliamo continuare a tormentarci nel corteo della morte o vogliamo trovare ora la forza di metterci dietro il nostro Maestro che accosta questa piccola bara bianca da un’altra prospettiva, quella della vita? La prima cosa che Dio fa davanti al dolore non è spiegare, ma condividere. Non offre una teoria, ma una vicinanza. Gesù si avvicina, tocca la bara, entra nella scena della morte, non scappa, ci chiede di non piangere, ma di fidarci di lui. Oggi possiamo credere che Gesù si è avvicinato anche al letto di ospedale, alla sala operatoria, alle ore cariche di attesa e di paura. Era lì, nel silenzio dei corridoi, nel battito fragile di quel piccolo cuore. E quando quel cuore si è fermato, l’amore di Dio non si è fermato». Il vescovo ricorda che sì «noi siamo tristi, sì. Profondamente. Ma non siamo senza speranza. Perché Gesù, toccando ora questa piccola bara bianca, come quel giorno il feretro a Nain, ci restituisce nella dolce speranza Domenico, come restituì quel figlio a sua madre», sottolinea, «ce lo restituisce già in maniera nuova, ma non meno reale; non in quel corpicino, ma in una memoria viva che nel tempo abbiamo il dovere di custodire e raccontare negli anni che verranno; proprio come tu, cara mamma Patrizia, con tutte le tue forze, ci stai gridando nel tuo esemplare e composto dolore».

Anche da una così grande tragedia po' venire qualche germe di speranza e di bene: «Possiamo raccogliere con pietà qualcosa di bello in questa triste vicenda, perché realmente trionfi la vita e non vinca la morte?», chiede il vescovo, «tra le tante bellezze collaterali ne vorrei sottolineare alcune. Domenico ci parla del calore della nostra gente, dell’empatia, di un popolo che è capace ancora di farsi prossimo, nonostante tutto. Voi genitori avete sperimentato da parte di tantissimi che, anche solo con un fiore, con un abbraccio, un gesto di vicinanza, hanno desiderato farvi sentire meno soli. Abbiamo pregato con voi qui in cattedrale, nella vostra parrocchia della Stella, in molte case e comunità», dice ricordando le tante manifestazioni organizzate per “sostenere” il piccolo Domenico nella sua battaglia al Monaldi di Napoli.

«Carissimi Antonio e Patrizia», dice rivolgendosi di nuovo direttamente ai genitori, «ci avete ricordato che il dolore ha bisogno di essere condiviso, perché da soli non si può portare un peso così grande. Domenico, poi, ci ha ricordato la fragilità del cuore umano. Bisogna aver cura di ogni cuore, accostare la vita degli altri con delicatezza e sensibilità! Dobbiamo riscoprire la responsabilità di farci carico del cuore degli altri e dobbiamo sapere che quando si mette mano ai sentimenti altrui, si sta toccando un “organo” delicatissimo per il quale ci vuole competenza, prudenza e amore».

Il vescovo conclude auspicando che si continuino a donare gli organi e che «Domenico ci parli ancora, continuando a incoraggiarci sul delicato tema della donazione degli organi. La sua storia ci racconta la generosità di genitori che hanno donato un cuore e di altri che ne hanno sperato da tempo la compatibilità. Incoraggiamo la donazione degli organi come gesto di grande amore e generosità», è l’appello, «continuiamo a credere nella buona medicina, nella formazione scientifica ed etica e non permettiamo agli errori umani, che pur ci sono stati, di spezzare quell’alleanza fiduciaria tra medico e paziente che è un valore necessario e che, come sappiamo, si rivela occasione di salvezza per tantissimi ammalati nei nostri ospedali, i quali – ricordiamolo sempre – sono delle eccellenze sanitarie. Se tutti possiamo sbagliare, questa dolorosa vicenda deve insegnarci l’umiltà di non sentirci mai onnipotenti, anche quando siamo molto competenti. I miracoli li fa solo il Signore, noi siamo fragili e quando ci sentiamo troppo sicuri di noi stessi diventiamo fallaci».

Il vescovo ha ancora una volta invitato alla speranza: «Con gli occhi del cuore, crediamo che la risurrezione di Cristo ha operato qualcosa di più grande di noi: Domenico vive per sempre con il Cuore di Cristo! Il suo piccolo cuore, che ha sofferto tanto, ora riposa nel Cuore grande di Dio. E quel cuore non conosce fallimenti, non conosce interventi andati male, non conosce morte».