«C’è una mancanza totale di consapevolezza. Non possiamo continuare a sorprenderci, la crisi climatica è una realtà ormai da tempo». Sono decenni che Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana, studia il clima e mette in guardia sul riscaldamento globale. «Ho iniziato nel 1986, esattamente 40 anni fa – dice il climatologo, che ha appena pubblicato Breve storia del clima in Italia. Dall’ultima glaciazione al riscaldamento globale –. Allora la scienza prevedeva quel che sarebbe successo, oggi a confermarlo sono i dati: l’ambiente è malato e, se continueremo a ignorare il problema, il clima diventerà talmente inospitale da rendere difficile la vita. La scienza serve perché venga usata, perché faccia da guida a non finire dentro una trappola colossale: usiamo i dati per salvarci, non per negare i morti da caldo. La posta in gioco siamo noi, la nostra sopravvivenza».

I dati sono noti, eppure i climatologi non vengono ascoltati…
«È così, ed è frustrante. Il lavoro dei climatologi viene osteggiato con arroganza, come se fosse tutto un complotto. Succede perché ci sono forti pressioni economiche, giganteschi interessi in gioco che fanno lobby, oggi pesantemente rinforzati dall’America di Trump che per protezionismo punta al mercato dell’energia fossile. Il dolo è manifesto: sta a noi isolarlo, e considerarlo un tentativo di truffa ai danni dell’umanità. Se l’Europa si farà trascinare dagli Stati Uniti riducendo l’efficacia del green deal, andrà sempre peggio».

Una parte della cittadinanza pare non essere troppo allarmata, è così?
«Nelle persone comuni noto un atteggiamento di deresponsabilizzazione, un non voler rendersi conto per evitare l’ansia. Poi c’è parecchia confusione, e in questo quadro il negazionismo organizzato fa il suo gioco. Eppure, ogni italiano è responsabile, in media, della produzione di 6,5 chilogrammi di anidride carbonica all’anno. Le responsabilità sono dei leader politici ma anche di ciascuno di noi. Per lasciare alle prossime generazioni un pianeta vivibile dobbiamo arrivare alla neutralità climatica entro il 2050: ogni faccia la propria parte».
Stiamo attraversando la terza ondata di caldo, quanto durerà?
«Il sistema satellitare dell’Unione europea ha confermato che lo scorso mese è stato il giugno più caldo di sempre nell’Europa occidentale. Si conferma la tendenza iniziata nel 2003: dopo la prima estate africana nel Mediterraneo e l’Europa ne sono seguite altre cinque. Stiamo vivendo un’estate di caldo estremo. La prossima settimana sarà ancora più calda, con temperature sui 35-37 gradi centigradi».

Cosa possiamo aspettarci per i prossimi giorni?
«Le previsioni meteo sono attendibili a 15 giorni, oltre non possiamo dire. Sappiamo comunque che i fenomeni estremi non si fermeranno, che dopo il caldo in autunno arriveranno le alluvioni».
La crisi climatica è diventata una questione sociale…
«Esattamente, e lo diceva papa Francesco già nel 2015 con l’enciclica Laudato si’. Si tratta di una questione scientifica ed etica insieme: se l’ambiente sta male stiamo male anche noi, i più deboli soprattutto. L’estate 2024, moderatamente calda, ha provocato circa 62.700 morti in Europa, di cui circa 19 mila in Italia, il Paese più colpito. L’equilibrio con l’ambiente è la più grande sfida che abbiamo davanti, è una questione scientifica ed etica».

Si parla tanto di adattamento alla crisi climatica, è la via da intraprendere?
«L’adattamento è una piccola pezza al problema, non certo la soluzione. Allieva i sintomi ma non cura».

Le estati fresche sono lontane. Che ricordo ha del clima delle sue estati da ragazzo?
«Ricordo l’estate nel 1978, fra le più fresche e piovose della seconda metà del Novecento. Avevo 12 anni, il mare era freddo e in Romagna pioveva sempre. Ricordo i lamenti per le vacanze compromesse, si passeggiava con il maglioncino. Fu un’estate che oggi considereremmo nordica, con una sola settimana di caldo a 32 gradi».
Quando si è reso conto, per la prima volta, di essere davanti alla crisi climatica?
«Era il 1989. Quell’anno ho percepito l’inizio dell’arretramento dei ghiacci. Studio da allora il ghiacciaio Ciardoney, nel Parco nazionale del Gran Paradiso: in meno di quarant’anni ha perso più di 50 metri di spessore. Oggi è irriconoscibile».