In Italia la giustizia, dai tempi di Tangentopoli, è un tema bollente e un campo di battaglia politico: ogni tentativo di riforma solleva un vespaio tra primo e terzo potere dello Stato. L’ultimo episodio di questa "guerra dei trent’anni” passa dagli elettori, chiamati il 22 e 23 marzo a esprimersi su una riforma che promette di cambiare gli equilibri della magistratura. Ma vediamo come si è arrivati a questo importante appuntamento popolare.

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Referendum, separazione delle carriere, Csm, Alta Corte. Le cose da sapere

Referendum, separazione delle carriere, Csm, Alta Corte. Le cose da sapere
Referendum, separazione delle carriere, Csm, Alta Corte. Le cose da sapere

Il 13 giugno 2024 il Governo, a firma della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del ministro della Giustizia Carlo Nordio, ha presentato un disegno di legge costituzionale intitolato “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”. Il 16 gennaio 2025 la Camera l’ha approvato nella prima lettura delle quattro previste. Lo stesso ha fatto il Senato il 22 luglio, poi di nuovo la Camera il 18 settembre e infine il Senato il 30 ottobre in via definitiva.

Un testo blindato, senza nemmeno una virgola cambiata e senza nessun emendamento accolto, cosa che ha suscitato le proteste dell’opposizione (ma anche qualche mal di pancia all’interno della maggioranza). La votazione finale ha fatto registrare 112 sì (Centrodestra e Azione di Carlo Calenda), 59 no (Partito democratico, Avs e Cinque Stelle) e 9 astenuti (Italia Viva di Matteo Renzi). Poiché la riforma è stata approvata con la maggioranza semplice (e non con due terzi del Parlamento) dovrà passare al vaglio dei cittadini attraverso un referendum popolare.

Spetterà dunque agli elettori promuovere o bocciare la riforma con la maggioranza semplice dei voti validi. Nei referendum costituzionali infatti non è previsto un quorum come per quelli abrogativi: per approvare o respingere la riforma basterà un voto in più del sì o del no.

Si tratta della quinta consultazione costituzionale della storia della Repubblica, dopo quella del 2001 sulla modifica del Titolo V della nostra Carta (approvata), quella del 2006 sulla devolution (bocciata), la riforma Boschi-Renzi-Verdini del 2016 (anch’essa respinta) e infine il referendum del 2020 sul numero dei parlamentari (da 945 a 600, approvato). Gli elettori si ritroveranno una scheda con un solo quesito, unico per tutte e tre le parti della riforma (separazione delle carriere dei magistrati, i due Csm “sorteggiati” e l’Alta corte di giustizia). Dunque non sarà possibile scindere il voto per chi è favorevole o contrario alla prima parte e viceversa sulla seconda parte: dovrà essere un sì o un no secco su tutto il pacchetto. Gli schieramenti politici corrispondono a quelli dell’attuale assetto parlamentare: per il sì il Centrodestra (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia), per il no l’opposizione (Partito democratico, Cinque Stelle, Avs, Azione e Italia Viva).

Tutto il mondo politico, almeno al momento, ha dichiarato che non è un referendum sul Governo Meloni (a differenza di quanto fece Renzi nel 2016). Anche la segretaria del Pd Elly Schlein ha dichiarato che in caso di sconfitta non verranno chieste le dimissioni («vogliamo batterli alle urne del 2027», ha dichiarato). Più agguerrito invece il Movimento Cinque Stelle. Dunque anche l’elettore favorevole alla maggioranza potrebbe votare no, e viceversa. Ma i toni sono surriscaldati e sarà difficile non tener conto di imprevedibili sussulti politici in caso di vittoria o di sconfitta del Governo. La partita, nell’ultimo miglio della campagna referendaria, è più che mai aperta.

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