Camminare tra le lunghe file di pietre bianche del Cimitero Monumentale di Fortogna, insieme a Micaela Coletti, significa sfiorare una ferita che 261 metri di diga del Vajont intatta e sessantatré anni di storia non hanno mai rimarginato. Tra i cippi immersi nel prato liscio, spiccano alcune piccole cornici con i ritratti di una famiglia: il padre Sergio, la madre Giacomina, la sorella Leila e la nonna Anita. Sono le foto dei cari di Micaela, che lei stessa ha appoggiato sul marmo, in un gesto di fiera e composta ribellione.

Disastro del Vajont, la sopravvissuta Micaela Coletti: «Lo spiego nelle scuole: non fu colpa della natura, ma dell’uomo»

Aveva appena 12 anni quando, la sera del 9 ottobre 1963, la tragedia del Vajont le portò via quasi tutta la famiglia. Micaela Coletti, sopravvissuta alla frana del Monte Toc e all’onda che travolse Longarone, racconta quei momenti drammatici, il risveglio sotto il fango e la solitudine affrontata dopo la perdita dei suoi cari. Oggi porta la sua testimonianza nelle scuole per mantenere viva la memoria.

«Sono l’unica che continua a portare le foto dei propri morti, anche se per la burocrazia del sacrario sarebbe proibito», racconta con voce ferma e profonda, dietro i grandi occhiali dalla montatura scura. «In un cimitero niente dovrebbe essere proibito, quando cerchi di rendere omaggio ai tuoi affetti. Le persone che vengono qui non dovrebbero vedere solo numeri o fredde lapidi omologate: devono poter guardare negli occhi chi è stato ucciso. I numeri servono alla statistica, i volti servono alla coscienza».

Belluno 1963: vittime del disastro del Vajont vengono trasportate dai soccorritori.
Belluno 1963: vittime del disastro del Vajont vengono trasportate dai soccorritori.

Belluno 1963: vittime del disastro del Vajont vengono trasportate dai soccorritori.

(ANSA)

Micaela Coletti aveva appena dodici anni la sera del 9 ottobre 1963. La sua vita era quella semplice e operosa delle comunità montane della Valle del Piave, ritmata dalla quotidianità di una famiglia numerosa.

Micaela, che ricordi conserva dei giorni prima della tragedia?

«Eravamo cinque figli e io ero la terza. Mio padre lavorava proprio lì, nei cantieri della diga. A casa, durante il pranzo e la cena, c’era da giorni un’atmosfera strana. Io ero piccola, ma percepivo chiaramente i bisbigli e la preoccupazione nei discorsi tra i miei genitori. Papà capiva che c’era qualcosa che non andava, tanto nella montagna quanto nella struttura. Ricordo che avevano persino ipotizzato di mandare noi bambini a Belluno, da una zia, se la situazione fosse peggiorata. Purtroppo non fecero in tempo a metterci in salvo».

Micaela Coletti, sopravvissuta al disastro del Vajont.
Micaela Coletti, sopravvissuta al disastro del Vajont.

Micaela Coletti, sopravvissuta al disastro del Vajont.

Cosa accadde in quei drammatici minuti, prima delle 22.39, il 9 ottobre 1963?

«Fu un volo tremendo e cieco, nel buio. L’onda d’acqua e fango (che si stima abbia superato i 250 metri d’altezza) generata dalla frana del Monte Toc travolse tutto, strappandomi dalla mia casa e scaraventandomi a più di cinquecento metri di distanza in linea d’aria. Mi sono risvegliata completamente sepolta sotto terra e detriti, immobilizzata, con fuori soltanto un piede e una mano. Quando i soccorritori arrivarono per cercare eventuali superstiti, videro quella mano muoversi nel fango e cominciarono a scavare. Ricordo ancora le loro parole: “Abbiamo trovato un’altra vecchia!”. Io, da sotto la terra, pensai: “Ma se ho solo dodici anni!”. Sentirsi dare della vecchia a quell’età fu quasi buffo, ma in quel momento la mia infanzia era davvero finita per sempre».

Dopo i primi soccorsi, come fu l’approccio con la comunità e le istituzioni?

«Nessuno ci ha preparato a quello che ci attendeva. All’ospedale di Pieve di Cadore vedevo la gente entrare nella stanza e mi ripetevo continuamente: “Prima o poi papà e mamma arriveranno a prendermi”. Non arrivarono mai. In una sola notte avevo perso quasi tutta la mia famiglia. La realtà è che per noi sopravvissuti, e in particolare per noi bambini rimasti soli, non ci fu alcun tipo di sostegno psicologico o umano. Fiumane di soldi arrivarono a Longarone per la ricostruzione, ma nessuno ebbe il cuore o la lungimiranza di dire: creiamo delle strutture pensate appositamente per tutelare questi bambini che hanno perso tutto. Siamo stati affidati a tutori e la gestione dei fondi fu spesso cinica e distaccata. Ci siamo dovuti rimboccare le maniche da soli, senza che nessuno ci chiedesse mai semplicemente: “Come stai?”».

Il disastro del Vajont viene ancora definito da molti come un incidente. Lei cosa dice?

«Dico che è una bugia. Il Vajont non è stato un’imprevedibile calamità naturale, ma una tragedia provocata dall’uomo, dall’avidità di profitto e dalla fretta di collaudare un’opera senza ascoltare la natura, ignorando colpevolmente le perizie degli esperti. Lo Stato e le grandi società dell’epoca hanno pensato agli interessi economici, dimenticandosi del valore della vita umana. Per anni c’è stato un muro di gomma, un tentativo di far cadere l’oblio sulle responsabilità».

Oggi lei spende il suo tempo incontrando i ragazzi nelle scuole. Qual è il messaggio che desidera consegnare loro?

«Vado nelle scuole perché ho capito che la memoria non deve essere un monumento fossile, ma un impegno attivo per il presente. Quando parliamo del Vajont spesso ci si ferma all’aspetto tecnico o idraulico. Ma dietro quei numeri ci sono persone in carne e ossa, sogni spezzati, famiglie annientate. Ai giovani non nascondo nulla: mi metto a nudo davanti a loro, racconto i miei dubbi e la fatica di ripartire da zero. Vedere i ragazzi che si commuovono e capiscono l’importanza della dignità umana e della custodia del creato è per me la gioia più grande. Quando un giovane mi si avvicina e mi abbraccia, sento che il dolore sofferto non è stato vano e che le voci di chi non c’è più continuano a parlare attraverso di noi».

Vajont dam disaster aftermath in Longarone, Italy, 24 October 1963. ANSA/OLDPIX
Vajont dam disaster aftermath in Longarone, Italy, 24 October 1963. ANSA/OLDPIX
Vajont dam disaster aftermath in Longarone, Italy, 24 October 1963. ANSA/OLDPIX (ANSA)

Il tempo che passa attenua l’eco delle tragedie, smorza l’effetto della storia sulle coscienze. Le persone incontrate percorrendo il coronamento della diga, le guide, gli abitanti di Erto e Casso riconoscono il valore del ricordo: i lavori teatrali e cinematografici di Marco Paolini e di Renzo Martinelli, tra gli anni ’90 e il 2000, hanno contribuito a riportare le persone nella valle. Ma le testimonianze dirette, come quella di Micaela Coletti, restano il monito più potente per il presente e per il futuro.