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C’è un Trump che parla e straparla. E poi c’è un Trump che fa cose. Difficile star dietro al primo, fra annunci, dichiarazioni al volo, comizi, interviste, conferenze stampa, strampalati e spesso contraddittori messaggi scritti sui social magari di notte, in un tripudio di maiuscole e punti esclamativi.
Se invece facciamo attenzione alle azioni concrete, vediamo che Trump sta mandando in Medio Oriente un migliaio di Paracadutisti della 82a divisione aviotrasportata. Si tratta dell'unica divisione dell'Esercito degli Stati Uniti in grado di dispiegarsi in qualsiasi parte del mondo entro 18 ore dalla propria base di Fort Bragg, in Carolina del Nord, mantenendo quella che viene definita la capacità di "Forza di risposta immediata”. Il suo motto è “All the way”, cioè “Fino in fondo”.
Secondo i media americani non è ancora chiara la precisa destinazione di questi militari considerati tra le punte di diamante delle forze armaste Usa, ma la loro presenza nel teatro di guerra si unisce a quella di alcuni migliaia di Marines in viaggio verso il Golfo. Si tratta di un nuovo segno di escalation del conflitto cominciato il 28 febbraio da Israele e Stati Uniti contro l’Iran.
Come ricorda la CNN, dal secondo dopoguerra, la 82ª Divisione aviotrasportata ha combattuto in Vietnam, Grenada, Panama, Iraq e Afghanistan, oltre ad aver partecipato a operazioni contro l'ISIS in Medio Oriente. Ora potrebbe essere usata per conquistare la strategica isola di Kharg oppure per tenere aperto lo Stretto di Hormuz e garantire così il transito delle petroliere. Si tratterebbe di interventi a rischio non alto, ma altissimo. L’intervento armato di terra (i famigerati boots on the ground, gli stivali sul terreno) sarebbe davvero l’ultima risorsa per un presidente che appare sempre più in difficoltà nel gestire un conflitto cominciato nella più totale incoscienza, sulla spinta della brillante e indolore operazione militare che a gennaio aveva portato alla cattura del dittatore venezuelano Nicolas Maduro. Dopo tante parole al vento (abbiamo vinto, l’Iran è annientato, stiamo trattando per un accordo, io e l’ayatollah gestiremo lo stretto di Hormuz…) l’invio di militari nel Golfo può invece rappresentare un nuovo strumento di pressione mentre si cerca una via di uscita diplomatica dalla guerra.
Teheran smentisce che siano in corso trattative con gli Stati Uniti. Il portavoce del quartier generale centrale iraniano Khatam al-Anbiya, il principale comando militare del PaeseEbrahim Zolfaghari ha dichiarato in un videomessaggio rivolto agli Stati Uniti e pubblicato dai media iraniani che “il livello del vostro conflitto interno ha raggiunto il punto in cui state negoziando con voi stessi?”. “Non rivedrete né i vostri investimenti nella regione né i precedenti prezzi dell’energia e del petrolio, finché non capirete che la stabilità nella regione è garantita dalla mano potente delle nostre forze armate. La stabilità deriva dalla forza”, ha affermato Zolfaghari, aggiungendo che “qualcuno come noi non troverà mai un accordo con qualcuno come voi. Né ora, né mai”.
Al di là della retorica, qualcosa si muove. Secondo quanto riferito dal Pakistan, che in questa fase funge da intermediario, l’Iran avrebbe ricevuto dagli Stati Uniti un piano di pace in 15 punti. Il piano, che non è stato reso pubblico, prevederebbe lo smantellamento degli impianti nucleari da parte dell’Iran in cambio della revoca delle sanzioni. Martedì Trump, ribadendo le sue dichiarazioni sui colloqui in corso con un alto funzionario iraniano, ha inoltre affermato che l'Iran aveva fatto agli Stati Uniti un “regalo molto grande, del valore di una somma enorme”. Non si capisce bene che cosa voglia dire.
Intanto, se si aprirà un tavolo di trattative, la parte americana potrebbe vedere nel ruolo di negoziatori il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio. Sarebbe così scavalcato l’immobiliarista di fiducia di Trump, Steve Witkfoff, da mesi improbabile e improvvisato mediatore di tutte le crisi del pianeta.
In questo momento esistono canali diplomatici attivi tra Washington e i paesi della regione in senso lato (Turchia, Pakistan ed Egitto) che a loro volta possono trasmettere messaggi all’Iran. Anche l’Oman continua ad esercitare un ruolo di mediazione. Ma resta anche da vedere come l’apertura di una eventuale trattativa fra Stati Uniti e Iran potrebbe essere accolta da Israele, sempre determinato a rendere inoffensivo l’Iran. Il ministro dell'Economia israeliano, Nir Barkat, ha dichiarato alla BBC che è "probabilmente" improbabile che l'Iran accetti il piano in 15 punti che, descrivendolo come "bello sulla carta", ma bisognoso di garanzie per poter essere attuato.
Ma conta anche il punto di vista di altri paesi del Golfo, come l’Arabia Saudita, che continua a doversi difendere dai missili iraniani lanciati contro le sue infrastrutture. Secondo le rivelazioni del New York Times, il principe ereditario saudita Mohamed Bin Salman (di fatto guida del paese al posto del padre anziano e malato) avrebbe chiesto a Trump, in colloqui telefonici riservati, di andare fino in fondo nelle operazioni militari contro Teheran.








