PHOTO
Una sessione di informazione e sensibilizzazione per le donne sul problema della violenza sessuale condotta da Msf in un campo profughi nel Darfur settentrionale.
Era aprile del 2025 quando Aisha e la sua famiglia hanno deciso di scappare dal campo profughi di Zamzam, nel Nord Darfur, assaltato dal gruppo paramilitare sudanese RFS (Rapid support forces). «Quel giorno hanno ucciso mio figlio, 12 anni, davanti alla porta di casa, poi hanno ucciso mio marito», racconta Aisha nella sua sofferta testimonianza a Medici senza frontiere. Lei è fuggita, ma lungo la strada è stata brutalmente picchiata e violentata più volte. Dopo il primo stupro, Aisha è rimasta incinta. Violentata di nuovo, ha perso il bambino che portava in grembo e ha avuto un’infezione. «Avevo perso tutto, mio figlio, mio marito», dice. «Volevo morire anche io. Ma ognuno di noi ha la sua ora per morire».
Un’altra voce arriva da Nyala, nel Darfur meridionale, da una donna di 25 anni. «Purtroppo, il giorno della caduta di Nyala, avevo con me la figlia di mia sorella. Aveva 13 anni. Viveva con noi e l’hanno violentata. Samo stati sfollati e vivevamo in una scuola a sud di al-Wahda. Hanno preso mia nipote, l’hanno portata vicino al punto dove c’è l’acqua e l’hanno violentata lì. Siamo andati a cercarla per riportarla a casa, è morta pochi giorni dopo. Credo due giorni dopo».
Aisha e la giovane di Nyala sono solo due delle migliaia di donne e ragazze che nel Nord e nel Sud Darfur hanno subito violenze sessuali e sono state assistite e curate nelle strutture supportate da Medici senza frontiere.


Una ragazza di 19 anni arrivata a Tawila, nel Darfur settentrionale, dopo essere fuggita da El Fasher.
(Cindy Gonzalez/MSF)Nel Darfur la violenza sessuale è ovunque, sia nelle zone di conflitto attivo che in aree lontane dai combattimenti. E’ quanto emerge dal rapporto internazionale di Msf C’è qualcosa che voglio dirti…: Sopravvivere alla crisi della violenza sessuale nel Darfur, che, con dati medici e testimonianze delle sopravvissute raccolte tra gennaio 2024 e novembre 2025, evidenzia chiari schemi di abusi diffusi e sistematici a sfondo sessuale durante la guerra in Sudan.
Un conflitto del quale il prossimo 15 aprile ricorre il terzo anniversario. «Tre anni di violenza inarrestabile in tutto il Paese», si legge nel rapporto, «hanno avuto conseguenze devastanti sul popolo sudanese e sugli operatori sanitari e umanitari sudanesi con cui MSF lavora. I civili stanno subendo il peso maggiore della guerra, subendo attacchi brutali sotto forma di uccisioni di massa, violenza sessuale, tortura e detenzione. Le infrastrutture civili essenziali, le strutture sanitarie e il personale medico, nonché gli aiuti umanitari continuano a essere sia presi di mira che attaccati indiscriminatamente dalle parti in conflitto. La violenza sessuale è diventata una caratteristica pervasiva e distintiva del conflitto, persistendo anche al di là delle linee del fronte attive. Questa guerra è stata, per molti versi, combattuta sulle spalle e sui corpi di donne e ragazze. Gli sfollamenti, il crollo delle reti di sostegno comunitarie, la mancanza di accesso all’assistenza sanitaria e le radicate disuguaglianze di genere sistemiche consentono inoltre a tali abusi di proliferare in tutto il Sudan».
Tra gennaio 2024 e novembre 2025, almeno 3.396 sopravvissute a violenza sessuale si sono rivolte alle strutture supportate da Medici senza frontiere. Ma questo dato rappresenta solo una minima parte del fenomeno, poiché molte sopravvissute non riescono a raggiungere in sicurezza le strutture di assistenza. Le donne, le ragazze e le bambine rappresentano il 97% delle persone sopravvissute a violenze sessuali curate nei programmi di MSF.
«La violenza sessuale è una componente distintiva di questo conflitto, non limitata alle linee del fronte, ma pervasiva in tutte le comunità», denuncia Ruth Kauffman, responsabile medica di MSF per le emergenze. «Questa guerra si sta combattendo sulla pelle di donne e ragazze. Gli sfollamenti, il crollo dei sistemi di supporto comunitario, la mancanza di accesso all’assistenza sanitaria e le profonde disuguaglianze di genere stanno permettendo a questi abusi di continuare in tutto il Sudan».
«La violenza sessuale», spiega ancora il rapporto, «è stata perpetrata da tutte le parti in conflitto. Ma nel Darfur, la sua persistenza affonda le radici in decenni di conflitto e nel ripetuto fallimento nel proteggere i civili e nell’assicurare i responsabili alla giustizia. La caduta di El Fasher nell’ottobre 2025 è stata uno degli episodi più scioccanti, caratterizzato dalla brutalità più inimmaginabile. Le donne e le ragazze che sono riuscite a fuggire dalla città hanno descritto in questo rapporto le prova più orrende che nessuno dovrebbe mai dover sopportare».
Dopo la conquista di El Fasher – la capitale del Darfur settentrionale – da parte delle RSF il 26 ottobre 2025, nel mese di novembre MSF ha curato più di 140 sopravvissute in fuga dalla città verso Tawila; il 94% di loro sono state aggredite da uomini armati e molte hanno denunciato di aver subito violenze durante la fuga.
In un solo mese, tra dicembre 2025 e gennaio 2026, l’organizzazione umanitaria ha individuato 732 sopravvissute nei campi profughi intorno a Tawila, dove le donne hanno denunciato aggressioni sia durante il viaggio che all’interno dei campi stessi, centri sovraffollati, dove mancano le condizioni di sicurezza e di base e servizi igienici adeguati.
Per molte donne e ragazze la violenza è parte della vita quotidiana: avviene ogni giorno, quando si va nei campi e al mercato a fare la spesa. Sconvolge la testimonianza di un’ostetrica, Naomi Samuriwo, che ha lavorato a Nyala nel Darfur meridionale per sette mesi: «Se sei una donna o una ragazza, ad un certo punto sarai vittima di stupro. E non c’è nulla che tu possa fare, anche se cerchi di proteggerti». Ricorda un caso in particolare: la violenza atroce subita da una bambina di 9 anni, presa per la strada e violentata per tre giorni.
La violenza sessuale viene utilizzata come arma di guerra e come mezzo sistematico per controllare i civili, in violazione del diritto internazionale umanitario, avverte MSF. Oltre allo strazio nel corpo e nell’animo, le sopravvissute devono affrontare anche tanti altri problemi, come la difficoltà nell’accesso alle cure e lo stigma sociale da parte della società.
I capi delle comunità, ostetrici e ostetriche, attivisti e attiviste e le sopravvissute riuniti nei focus group organizzati da MSF hanno chiesto la cessazione immediata della violenza sessuale in tutto il Sudan, esigendo protezione, accesso alle cure e dignità, oltre a giustizia e assunzione di responsabilità. MSF invita tutte le parti in conflitto — comprese le RSF e i loro sostenitori — a porre fine e a prevenire la violenza sessuale e a garantire che i responsabili rispondano delle loro azioni.
MSF invita infine le Nazioni Unite, i donatori e gli attori umanitari a potenziare con urgenza i servizi sanitari e di protezione nel Darfur e in tutto il Sudan.
Medici senza frontiere opera in 73 Paesi del mondo, con 65mila operatori umanitari impegnati. Per informazioni visitare il sito



