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Dopo mesi di angosciosa attesa e silenziosa diplomazia, una breccia di luce si è aperta nelle celle del Venezuela. Caracas ha liberato due cittadini italiani - Luigi Gasperin e Biagio Pilieri - nell'ambito di un più ampio rilascio di prigionieri politici che coinvolge circa 250 persone, tra cui numerosi stranieri. Un gesto che la nuova presidente ad interim Delcy Rodríguez ha definito "unilaterale", compiuto in nome della "pacifica convivenza" e della ricerca della pace.
Ma mentre due famiglie italiane possono finalmente tornare ad abbracciare i propri cari, altre restano col fiato sospeso. Primo fra tutti Alberto Trentini, il cooperante veneziano detenuto da oltre 400 giorni senza accuse formali, e Mario Burlò, imprenditore torinese rinchiuso da più di un anno in circostanze ancora poco chiare. In tutto sono 28 gli italiani, molti con doppia cittadinanza, trattenuti nelle carceri venezuelane per ragioni che spaziano dall'attivismo politico all'attività professionale, fino alla semplice espressione di opinioni sgradite al regime.


Luigi Gasperin: l'imprenditore settantasettenne
Luigi Gasperin, 77 anni, imprenditore con solo passaporto italiano, era stato arrestato il 7 agosto 2025 a Maturín, nello Stato del Monagas. Le accuse mosse contro di lui riguardavano la presunta detenzione, trasporto e uso di materiale esplosivo presso gli uffici di una società di cui era socio di maggioranza e presidente. Detenuto in un centro nella zona di Prados del Este, nella capitale Caracas, Gasperin soffre di patologie cardiache, ipertensione e difficoltà respiratorie. La sua liberazione, secondo fonti diplomatiche, è stata accompagnata dall'immediato accesso alle cure mediche necessarie. Ora è finalmente in contatto con i familiari e il legale della famiglia.
Biagio Pilieri: il giornalista che ha sfidato la censura
Dopo un anno, quattro mesi e undici giorni di ingiusta detenzione, Biagio Pilieri ha potuto riabbracciare la sua famiglia. Sessant'anni, di origini siciliane, con doppio passaporto italo-venezuelano, Pilieri è stato un simbolo della battaglia per la libertà d'informazione in Venezuela. Giornalista e leader del partito di opposizione "Convergencia", fondato nel 1993, era stato arrestato il 28 agosto 2024 a causa del suo sostegno all'opposizione democratica e del suo impegno contro la censura editoriale.


Rinchiuso nel famigerato carcere dell'Helicoide - tristemente noto per l'isolamento e i duri interrogatori - Pilieri ha vissuto mesi drammatici, testimone anche della morte del compagno di cella Alfredo Díaz, ex governatore dello Stato di Nueva Esparta. Il regime di Maduro lo aveva accusato di terrorismo e tradimento. Affetto da fibromialgia e sindrome del colon irritabile, le sue condizioni di salute si erano progressivamente deteriorate.
«Questa è una frase che sognavo di ripetere da tempo e che oggi è diventata realtà», ha scritto il figlio sui social, esprimendo gratitudine per «tutto il sostegno, le preghiere, i messaggi e la forza di così tante persone». Ma aggiunge una preghiera: «Che questa gioia possa presto essere condivisa da tutte le famiglie venezuelane che soffrono l'ingiustizia della prigionia politica. Che siano tutti liberi».
Alberto Trentini: 400 giorni senza accuse
Il caso che più preoccupa l'Italia è quello di Alberto Trentini, 46 anni, cooperante veneziano con una lunga esperienza in zone di crisi. Arrestato il 15 novembre 2024 mentre viaggiava da Caracas a Guasdualito per la ONG Humanity & Inclusion, che si occupa di assistere persone con disabilità, Trentini è stato fermato a un posto di blocco insieme all'autista locale Rafael Ubiel Hernández Machado.
Da quel giorno è iniziato un calvario fatto di silenzio e incertezza. Per 181 giorni la famiglia non ha avuto notizie, fino alla prima telefonata nel maggio 2025. In questi quattordici mesi Trentini ha potuto parlare con i genitori solo tre volte e incontrare l'ambasciatore italiano a Caracas in due occasioni. Detenuto nel carcere di massima sicurezza El Rodeo, non gli sono mai state formalmente contestate accuse specifiche.
A Lido di Venezia, nella casa di famiglia, resta appeso ai balconi lo striscione "Alberto Trentini libero", simbolo di una battaglia che i genitori Armanda ed Ezio conducono con dignità e determinazione. La madre, in una recente conferenza stampa, aveva espresso con dolore la sensazione che il figlio stesse venendo usato dal regime come pedina di scambio in una partita più grande.
La Commissione Interamericana per i Diritti Umani ha concesso misure cautelari in suo favore già nel gennaio 2025, riconoscendo che si trova "in una situazione grave e urgente", con i diritti alla vita e all'integrità personale a rischio. Ma il Venezuela non ha mai risposto a queste richieste.
Mario Burlò: l'imprenditore scomparso nel nulla
L'altro caso che tiene col fiato sospeso l'Italia è quello di Mario Burlò, commercialista e imprenditore torinese. Partito per il Venezuela nel 2024 per esplorare nuove opportunità imprenditoriali, Burlò è detenuto da oltre un anno. I familiari riferiscono che non esistono motivi chiari per la sua detenzione. "Non lo vedo dal novembre 2024. Mi aveva detto che sarebbe partito per il Venezuela", ha raccontato la figlia in un'intervista al Corriere della Sera di Torino, spiegando di averlo sentito "a ottobre scorso, dopo undici mesi senza alcun contatto".
Le comunicazioni con lui sono controllate e sporadiche. Durante una telefonata la figlia ha sentito in sottofondo una voce che in spagnolo scandiva: "Tres minutos, dos minutos, un minuto más...". Secondo quanto riferito, Burlò avrebbe perso circa 20 chili durante la detenzione.
Gli altri volti dell'emergenza
Ma la lista non si ferma qui. Nelle carceri venezuelane si trovano altri italiani la cui sorte rimane incerta. Daniel Enrique Echenagucia, imprenditore di Avellino, è stato arrestato il 2 agosto 2024 insieme alla famiglia. Dopo la liberazione dei familiari, lui è scomparso per settimane in quella che viene definita una "sparizione forzata". Oggi è detenuto a El Rodeo I, in quasi totale isolamento, e avrebbe perso 18 chili.
Nel carcere dell'Helicoide si trovano ancora Gerardo Coticchia Guerra, Juan Carlos Marruffo Capozzi, Perkins Rocha e si conta tra gli scomparsi Hugo Marino, datato 2019. Tutti loro rientrano nell'elenco dei cittadini italiani detenuti per motivi politici, con storie di lunghe settimane di isolamento, difficoltà di comunicazione con le famiglie e gravi rischi per la salute.
Il lavoro silenzioso della diplomazia
Dietro ogni nome c'è un lavoro diplomatico intenso e riservato. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha più volte ribadito che il governo sta facendo "il possibile e l'impossibile" per riportare a casa tutti i connazionali. Il dialogo è continuo con l'ambasciatore a Caracas, la rete consolare, esponenti della Chiesa cattolica e della società civile venezuelana. Anche l'intelligence italiana è al lavoro, così come il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, che coordina le operazioni più delicate. Fondamentale è stato il dialogo con gli Stati Uniti. Diverse le telefonate tra Tajani e il segretario di Stato americano Marco Rubio, con Washington che ha garantito tutto il suo impegno per facilitare le liberazioni. Il cambio di scenario dopo il blitz americano che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro e al suo trasferimento a New York, con la conseguente nomina di Delcy Rodríguez come presidente ad interim, ha aperto nuove possibilità. Per gestire la crisi è stato nominato un inviato speciale: Luigi Vignali, direttore generale per gli Italiani all'estero della Farnesina, già protagonista nel 2022 del rilascio di Marco Zennaro, l'imprenditore veneziano trattenuto in Sudan per un anno.
Le parole di Meloni: «Un segnale di pacificazione»
Nella conferenza stampa di inizio anno, la premier Giorgia Meloni ha commentato con cauto ottimismo le liberazioni: «Saluto con gioia la liberazione di Biagio Pilieri e Luigi Gasperin. Io sono fiduciosa e voglio dire che considero il segnale dato dalla presidente Rodríguez un segnale di grande valore, un segnale unilaterale che va nel senso della pacificazione nel Paese. Lo cogliamo pienamente e penso che possa anche rappresentare un elemento molto importante nella definizione di relazioni nuove e diverse tra Italia e Venezuela».
Prima ancora dell'inizio della conferenza stampa, Meloni aveva diffuso una nota ufficiale: «Seguo con attenzione la situazione in Venezuela e auspico che con la presidente Delcy Rodríguez si apra una nuova stagione di relazioni costruttive fra Roma e Caracas. In tal senso esprimo gratitudine per la scelta di avviare la liberazione di detenuti politici, fra i quali anche italiani, e spero vivamente che questo percorso prosegua con ulteriori passi nella medesima direzione. È molto doloroso non poter riuscire a dare risposte nei tempi che vorrei».
La situazione venezuelana resta estremamente fluida. Secondo l'ultimo rapporto della ONG Foro Penal, nel Paese ci sono 863 prigionieri politici, di cui 86 stranieri o con doppia cittadinanza. Le liberazioni annunciate da Caracas - circa 250 su 400 previste - rappresentano il più ampio rilascio di detenuti degli ultimi decenni.
Il gesto di Rodríguez si inserisce in una fase delicata per il chavismo, diviso tra rigurgiti anti-occidentali e tentativi di trovare un dialogo con Washington per superare senza traumi la cattura di Maduro. L'opposizione venezuelana, guidata da Corina Machado, ha rilanciato l'appello per un'amnistia generale di tutti i detenuti politici, trovando ascolto anche in alcuni settori del regime.
Una speranza che non si arrende
Mentre due famiglie italiane celebrano il ritorno dei loro cari, altre continuano a sperare e pregare. Il caso di Alberto Trentini ricorda da vicino quello di Cecilia Sala, la giornalista liberata dall'Iran un anno fa, l'8 gennaio 2025. Lei stessa, nell'anniversario della sua scarcerazione, ha scritto un messaggio di speranza: «Un anno fa il mio giorno più bello, ora lo diventi anche per lui». Al Lido di Venezia, davanti ai balconi con lo striscione che chiede libertà per Alberto, i genitori attendono con discrezione e dignità. In tutta Italia, comunità, associazioni e semplici cittadini continuano a tenere accesa l'attenzione su questi casi, consapevoli che dietro ogni nome c'è una persona, una famiglia, una vita sospesa.
Il Venezuela di oggi non è quello che Simón Bolívar aveva sognato. Ma forse, in questo segnale di apertura di Delcy Rodríguez, può esserci l'inizio di un cammino verso la riconciliazione. E la speranza - quella virtù cristiana che San Paolo chiamava "ancora dell'anima" - continua a sostenere chi attende il ritorno dei propri cari. Perché nessuno dovrebbe essere privato della libertà per le proprie idee, per il proprio lavoro, o per il semplice fatto di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Come ha detto il figlio di Biagio Pilieri: «Preghiamo Dio che questa gioia possa presto essere condivisa da tutte le famiglie venezuelane che soffrono l'ingiustizia della prigionia politica. Che siano tutti liberi».

















