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Manifestanti a New York contro il regime di Teheran.
La sera del 28 febbraio, il giorno in cui Stati Uniti e Israele hanno cominciato l’operazione militare “Ruggito del leone” contro l’Iran, Ashkan, 28 anni, era in piazza Duomo, a Milano, a festeggiare con bandiere e slogan in mezzo a una marea di giovani iraniani. «Ci siamo sentiti come schiavi liberati dalle catene», racconta Ashkan – che preferisce non dire il suo cognome per motivi di sicurezza e per proteggere la sua famiglia in Iran - arrivato in Italia da Teheran quasi due anni fa per intraprendere gli studi di Giurisprudenza.
Dopo l’attacco di Usa e Israele, hai avuto modo di contattare la tua famiglia a Teheran?
«No, perché le autorità hanno di nuovo interrotto la connessione Internet. Ma so che loro stanno bene. Avevo parlato due giorni prima con i miei genitori e anche loro aspettavano a breve un intervento esterno e speravano che avvenisse».
Cosa pensi di questa guerra?
«Avevamo assolutamente bisogno di un aiuto esterno. Nell’ultima grande ondata di proteste in Iran, scoppiata alla fine di dicembre del 2025, gli iraniani sono stati lasciati da soli, sono stati uccisi, massacrati senza che nessuno facesse qualcosa per loro. Nel giro di pochissimi giorni, a metà gennaio, c’è stata una carneficina, la gente veniva uccisa e a nessuno importava. E quando la connessione Internet è stata ripristinata ho scoperto che anche alcuni miei amici erano stati uccisi. Nei video circolati ho visto enormi montagne di corpi ammassati. È stato orribile. Tanti video non sono stati tradotti e diffusi, ma si vedono i miliziani che sparano sui civili, per le strade, perfino dentro i negozi. Per non parlare dei tantissimi manifestanti arrestati, chiusi in carcere, dei quali non si hanno più notizie. Durante le proteste “Donna, vita, libertà” tantissimi iraniani sono rimasti ciechi a causa dei proiettili di plastica sparati negli occhi. Quando ero in Iran, durante la protesta scoppiata dopo la morte di Mahsa Amini, io non sono sceso in strada a manifestare perché avevo paura, la repressione era davvero violenta. Il regime recluta e usa tanti miliziani provenienti da Paesi vicini come il Pakistan e l’Iraq per colpire e reprimere la popolazione iraniana. Oggi sono felice che Ali Khamenei sia morto. Quando io sono nato lui era già al potere e per tutta la mia vita non ho conosciuto un altro Iran. E da soli, con le nostre forze, a mani nude e senza armi, non saremmo riusciti a liberarci. Ovviamente c’è una parte della popolazione iraniana che sostiene il regime e prova dolore per la morte di Khamenei. Ma la grande maggioranza, quando la notizia è stata confermata, ha festeggiato. E sono convinto che anche la mia famiglia avrà celebrato».
Il timore adesso è che il post-Khamenei apra uno scenario ancora peggiore e porti a una repressione ancora più dura. Tu che cosa speri per il prossimo futuro dell’Iran?
«Nel lungo termine, è chiaro che il regime non potrà cadere domani, ma quello che io e molte persone come me speriamo è che gli attacchi continuino fino a quando l’intelligence e l’intera forza militare del regime di Teheran non siano collassati e non abbiano perso la capacità di colpire e uccidere ancora i cittadini. Così, magari nelle prossime settimane o nei prossimi mesi gli iraniani saranno in grado di scendere di nuovo per le strade e portare a termine la rivoluzione. L’ultima volta sono stati vicinissimi ad ottenere il rovesciamento del regime, e se non ci sono riusciti è stato perché loro erano disarmati e sono stati massacrati dalle forze delle autorità».
Pensi che il popolo iraniano sia pronto a un cambio di regime che porti a un processo democratico?
«Certamente. L’Iran in questo momento è l’unico Paese del Medio Oriente che non ha una popolazione in maggioranza musulmana. Storicamente siamo musulmani, la mia famiglia lo è sempre stata. Io sono stato musulmano fino a 16 anni. Ma a causa della repressione, della brutalità e della crudeltà della Repubblica islamica tantissimi iraniani hanno abbandonato e stanno abbandonando l’islam. Io l’ho fatto tanti anni fa, mia madre si è allontanata dall’islam durante le proteste per la morte di Mahsa Amini, mio padre lo ha lasciato tre anni fa. Noi iraniani siamo molto diversi dagli altri Paesi mediorientali, non usiamo più i nomi arabi per i nostri figli. L’Iran è molto diverso da Paesi come la Siria, la Libia, lo Yemen. Da noi non prevarrà i’islamismo radicale. Il popolo iraniano è in larghissima parte laico, molto secolarizzato, aperto, moderno, istruito, vicino alla mentalità occidentale ed europea. Ad esempio in Iran la poligamia è legalmente permessa, ma nessun iraniano oggi ha quattro mogli; da noi non ci sono matrimoni forzati e precoci, né mutilazioni genitali femminili. Gli iraniani rifiutano la commissione fra politica e religione. E sono sicuro che quando saremo finalmente liberi sceglieremo una democrazia liberale per il futuro del nostro Paese».









