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«Il Libano è determinato a schierare il suo esercito al confine con Israele». Il presidente Joseph Aoun, durante un incontro a Beirut con il comandante del Comando Centrale degli Stati Uniti per il Medio Oriente (Centcom), l'ammiraglio Brad Cooper, lo dichiara apertamente e poi lo mette per iscritto. Nel comunicato della presidenza libanese, datato 29 giugno, si legge, infatti, della «determinazione dello Stato libanese a estendere la propria autorità, attraverso le forze armate, fino al confine con Israele». Ma mentre Aoun e Cooper discutono di come attuare l’accordo quadro firmato con Israele il 26 giugno, sotto l'egida di Washington, che prevede il ritiro delle forze israeliane dal Paese dei cedri e il monopolio delle armi in capo allo Stato libanese con il conseguente disarmo di Hezbollah, Tel Aviv è di altro parere. E così il ministro della Difesa Israel Katz, nelle stesse ore in cui Cooper incontrava Aoun e il capo delle Forze armate libanesi, il generale Rodolphe Haykal, dichiarava che il suo Paese «non ha ambizioni territoriali in Libano», ma il suo esercito non si ritirerà «di un millimetro» dalle «tre zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza».
Il nodo Hezbollah, allo stesso tempo conseguenza e causa dell’occupazione israeliana, non é facile da sciogliere. Il presidente del Parlamento libanese, che, per una precisa suddivisione dei poteri per cui quello della repubblica è sempre un cristiano e il premier sempre uno sciita, respinge infatti l’accordo. Nabih Berri, del partito Amal alleato di Hezbollah, ha affermato che il testo dell’accordo non garantisce i diritti di Beirut e non può essere accettato nella sua forma attuale. Nel pomeriggio del 29 giugno ha diffuso una nota nella quale sottolinea che quello siglato a Washington è un accordo di imposizioni, non un accordo che preserva i diritti del Libano».
Hezbollah nasce come conseguenza diretta dell’invasione israeliana del 1982. Noto come “Operazione pace in Galilea” quell’intervento militare creò le condizioni di una instabilità duratura. Iniziata il 6 giugno di quell’anno con il pretesto ufficiale di respingere i gruppi armati palestinesi dell’Olp di Arafat a oltre 40 chilometri dal confine Nord di Israele, in realtà celava il desiderio dell’allora ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon di distruggere l’Olp, cacciare le truppe siriane dal Libano e insediare a Beirut un governo filo israeliano. L’esercito di Tel Aviv, però, non si fermò ai 40 chilometri, ma proseguì fino alla capitale assediandola per la prima volta. La missione si trasformò così in una lunga e sanguinosa occupazione del Sud del Libano che durò fino al 2000, causando un numero enorme di vittime tra i civili. Le Nazioni Unite la definirono una «palese aggressione» contro la sovranità libanese.
Gli sciiti libanesi, all’inizio favorevoli all’invasione perché stanchi delle incursioni palestinesi e perché storicamente emarginati, cambiarono, con il tempo, posizione. Con il passare del tempo, infatti, sentirono sempre di più il peso dell’occupazione. Il risentimento crebbe rapidamente, creando un terreno fertile per l'influenza della rivoluzione islamica iraniana del 1979, che vedeva in Israele un nemico ideologico da combattere.
Il regime di Teheran colse l'occasione e, con l'appoggio della Siria, le Guardie Rivoluzionarie iraniane iniziarono ad addestrare i miliziani sciiti nella valle della Bekaa, forgiando un nuovo movimento di resistenza. L'obiettivo era duplice: liberare i territori libanesi occupati e, in prospettiva, instaurare una repubblica islamica.
Hezbollah, il cui nome significa "Partito di Dio", emerse come forza combattente e dimostrò subito la sua efficacia. L'11 novembre 1982, un attentato suicida distrusse il quartier generale del governatore militare israeliano a Tiro, uccidendo più di 100 soldati israeliani.
Di fronte a questa nuova minaccia e alla crescente impopolarità di un'occupazione costosa in vite umane, Israele si ritirò da gran parte del Libano già nel 1985, mantenendo però una «zona di sicurezza» al confine fino al 2000. La strategia di Sharon, che mirava a indebolire i nemici di Israele, aveva prodotto l'effetto opposto, creando un avversario radicato nel tessuto sociale sciita e destinato a diventare una delle milizie non statali più potenti del mondo.
In una prima fase (1982-1992) Hezbollah si caratterizza come movimento di resistenza armata, combattendo sia l'occupazione israeliana nel sud del Libano sia nella guerra civile libanese (1975-1990). È il periodo degli attentati, delle tattiche di guerriglia e delle azioni paramilitari che valgono al gruppo la designazione come organizzazione terroristica da parte di molti Paesi occidentali.
In una seconda fase (1992-2000), nota come libanesizzazione c’è l’ascesa alla segreteria generale di Hassan Nasrallah. Hezbollah compie una svolta decisiva. Pur senza rinunciare alle armi, il gruppo entra nella politica istituzionale, trasformandosi da milizia a vero e proprio partito. Sviluppa una fitta rete di servizi sociali, scuole, ospedali e un apparato mediatico (la tv Al-Manar) che gli garantiscono un solido radicamento popolare tra gli sciiti. Diventa così uno "Stato nello Stato", capace di offrire assistenza laddove lo Stato libanese è debole o assente.
Infine la terza fase, quella che dura tutt’oggi. Dopo il ritiro israeliano dal Libano nel 2000, Hezbollah allarga il suo orizzonte. La guerra del 2006 contro Israele lo consacra come forza militare di primo piano. Ma è con l'inizio della guerra civile siriana (2012) che il gruppo compie il salto definitivo intervenendo a fianco del regime di Bashar al-Assad. Hezbollah si trasforma in attore regionale, combattendo in un conflitto che esula dalla resistenza anti-israeliana.
Oggi, con il suo arsenale sofisticato e la sua capacità di combattere su più fronti, è un alleato strategico per l'Iran, che continua a fornirgli ingenti finanziamenti – si stimano circa 200 milioni di dollari all'anno – e supporto militare. Allo stesso tempo, la sua duplice anima – di partito e di milizia – lo rende ambiguo e difficile da gestire nell’ottica di una pace duratura.
Senza contare che, se parte della popolazione considera Hezbollah responsabile della nuova invasione israeliana, un’altra parte li considera necessari per fermare l’avanzata dell’esercito di Tel Aviv. La speranza è che, con l’appoggio degli Stati Uniti, la già approvata normativa che prevede che solo lo Stato abbia il monopolio delle armi, contemporaneamente con un reale ritiro delle truppe dell’Idf e un rafforzamento delle Forze armate libanesi possa davvero spianare la strada a un futuro di pace.




