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La Corte Suprema degli Stati Uniti ha consegnato a Donald Trump un mercoledì di fuoco: tre sentenze nello stesso giorno, una vittoria e due sconfitte che rispecchiano il contrasto ideologico e istituzionale che definisce l'America di questi anni. Ma una domanda emerge, più acuta delle altre, al di là dei tecnicismi giuridici: quale significato civile ha il riconoscimento, ormai definitivo e inappellabile, che il presidente degli Stati Uniti è responsabile di abuso sessuale nei confronti di una donna?


Partiamo dai fatti, con la precisione che la giustizia americana esige. Il 29 giugno, la Corte Suprema ha rifiutato di esaminare il ricorso di Trump contro il verdetto di una giuria federale di Manhattan che, nel 2023, lo aveva ritenuto civilmente responsabile di violenza sessuale e diffamazione nei confronti di E. Jean Carroll, una scrittrice ed ex columnist. Il risarcimento: cinque milioni di dollari. Con quell'ordinanza breve e apparentemente burocratica, i nove giudici di Washington hanno trasfigurato quella sentenza in una verità giudiziaria definitiva.
Non è un dettaglio tecnico. È la pietra miliare di una responsabilità che nessun appello, ricorso o strategia legale può più cancellare.
La giuria non ha stabilito che Trump abbia commesso "stupro" secondo la definizione ristretta della legge penale di New York. Ma ha concluso, con la certezza richiesta al civile, che Trump abusò sessualmente di Carroll nei camerini di un grande magazzino di lusso di Manhattan nel 1996, e che l'ha diffamata successivamente mentendo pubblicamente sulla natura degli eventi.


Questo non è una sfumatura: è la base della responsabilità personale nel diritto americano. Il presidente degli Stati Uniti è ufficialmente, definitivamente, riconosciuto dalla massima corte del Paese come responsabile di violenza sessuale. Una donna ha provato il suo abuso. La giustizia lo ha confermato. Non c'è più strada legale.
Ma le tre sentenze di lunedì si intrecciano in un quadro più ampio. Accanto a questa sconfitta umiliante per Trump, la Corte Suprema gli ha consegnato una vittoria costituzionale sul controllo della macchina federale. Con una maggioranza conservatrice di sei giudici contro tre, ha autorizzato il licenziamento di Rebecca Slaughter, commissaria della Federal Trade Commission, rovesciando un precedente lungo quasi un secolo che proteggeva i dirigenti indipendenti dalle rimozioni politiche. È una sentenza che amplia il potere esecutivo sulla burocrazia federale, coerente con una visione presidenzialista della Costituzione. Trump ha salutato il verdetto come "storico", parola che non è casuale nella sua retorica.
Tuttavia, a questa vittoria si affianca subito una sconfitta. Con una differente maggioranza di cinque giudici contro quattro, la Corte Suprema ha respinto il tentativo del presidente di licenziare Lisa Cook dal board della Federal Reserve. La banca centrale americana, hanno stabilito i giudici, gode di un'autonomia costituzionale particolarmente protetta. Trump cercava di rimuoverla sulla base di accuse interne riguardanti presunte falsificazioni di documenti.
La Corte non ha negato il potere presidenziale di licenziamento in linea di principio, ma ha mantenuto un'ordinanza che protegge Cook fino al termine dei procedimenti giudiziari. È un confine sottile, ma significativo: il diritto di manipolare il bilancio monetario della nazione attraverso il controllo della banca centrale non appartiene a nessun presidente, nemmeno a questo.


Domani arriva la sentenza che potrebbe avere le conseguenze più devastanti per il Paese: quella sullo ius soli, il diritto di cittadinanza per nascita che fonda l'America dalla sua nascita. Trump vuole abolirlo; la Corte Suprema deciderà se la Costituzione glielo consente. Intanto, in una terza decisione del 29 giugno, il tribunale ha stabilito che i voti per corrispondenza, arrivati fino a cinque giorni dopo le elezioni, restano validi. Per anni Trump ha denunciato il voto per posta come infondato e frode; la Corte, ancora una volta, gli ha detto che si sbaglia.
Quello che emerge dal caos di queste sentenze è un quadro dell'America contemporanea dove il diritto tenta faticosamente di resistere alla prepotenza. La Corte Suprema amplia i poteri presidenziali, ma al contempo li circoscrive dove contano davvero: la moneta, il voto, le libertà individuali. E soprattutto, un tribunale ha detto al mondo che un presidente degli Stati Uniti è responsabile di abuso sessuale. Non è un reato penale nel senso stretto; non comporta carcere. Ma è il verdetto civile più grave che un uomo pubblico possa subire, e la Corte Suprema non ha mosso un dito per salvarlo.
La domanda che resta, quella che i giornali americani non smettono di porsi, riguarda la legittimità democratica di tutto questo. Come continua una nazione quando il suo presidente porta addosso, per sempre, la condanna giudiziaria per violenza sessuale? Come mantiene coesione civile un paese dove il diritto condanna e il potere procede? Questi non sono interrogativi tecnici: sono le fondamenta fragili su cui poggia la democrazia americana in questo momento. La Corte Suprema ha fornito le sue risposte legali. La storia giudicherà se siano state sufficienti.














