Gli dei dell’Olimpo non litigheranno questa notte: Alberto Tomba e Deborah Compagnoni a Milano, Sofia Goggia a Cortina, difficile metterli d’accordo più di così, con i nomi che più nella storia hanno onorato le nevi di casa. Dopo tante polemiche in corso di staffetta, nessun errore sotto i cerchi olimpici esplosi in una pioggia d’oro. Lo stadio ha capito e gradito, Sofia soprattutto, che quattro anni fa aveva perso per infortunio il suo posto da portabandiera, aveva diritto a un risarcimento.

Gli altri due sono per l’Italia il simbolo imperituro dell’Olimpiade invernale, come lo è Gustav Thöni, che ha passato la fiamma a Sofia. Qualche applauso in meno per lui, peccato, ma forse era solo questione di distanza anagrafica: tanti tra i presenti non erano nati, ma allo stadio non ci sono didascalie. Bisogna cogliere al volo, sapendo che tanto sfuggirà, che resteranno suggestioni, emozioni.

Il presidente della Repubblia Sergio Mattarella alla Cerimonia d'apertura di Milano Cortina 2026
Il presidente della Repubblia Sergio Mattarella alla Cerimonia d'apertura di Milano Cortina 2026
Milano Cortina 2026 Olympics - Opening Ceremony - San Siro Stadium, Milan, Italy - February 06, 2026. Italian President Sergio Mattarella during the opening ceremony Pool via REUTERS/Andreas Rentz TPX IMAGES OF THE DAY (Pool via REUTERS)

I nodi geometrici di Leonardo cui è ispirato il doppio braciere di Milano Cortina 2026, per esempio, sono importanti, sono una firma, quasi: nodi, ossia "vincoli", Vinci. Entrano di sguincio in tante opere, in tante pagine. Sei di questi fogli dormono alla Biblioteca Ambrosiana, una delle più antiche se non la più antica biblioteca aperta al pubblico al mondo. Citarli nel braciere, è stato un modo elegante di evocare una storia di spessore senza essere didascalici né scontati: con Leonardo, dalla Gioconda liscia e gassata, al treno inventato in Non ci resta che piangere cadere nel già visto è un attimo. Anche se è stato strano a un certo punto veder la fiaccola entrare nello stadio e poi, passando per le mani delle stelle della pallavolo, andarsene via per accendersi altrove.

C'erano una volta i cartoncini colorati, gli impermeabili bianchi a fingere stadi di fiocchi di neve. Non ci sono più. A San Siro Milano Cortina 2026 l'apporto del pubblico è stato un tripudio di lucine che cambiavano colore secondo le esigenze. Poeticamente bianche all'inizio, d'oro mentre salivano i cerchi, certo il momento più scenografico dentro lo stadio. Coloratissime mentre Mace al podio, trasformato in console del dj, faticava a riempire il vuoto delle delegazioni dedite agli sport della neve, tutte ovviamente lontano da Milano. Era nel conto la diffcoltà della sfilata dell'Olimpiade diffusa che solo l'espediente televisivo è riuscito (forse) in occasione della cerimonia a riaggregare nelle sue siderali distanze.

Vista dallo stadio, dove Milano e Cortina restavano divise al netto degli schermi, la sfilata ha funzionato da cartina di tornasole della "biodiversità" sportiva: il Canada grande Paese di ghiaccio e di neve mezzo qui e mezzo là, Cina e Corea che dominano il ghiaccio tutte a Milano a camminare nella spirale dello stadio, dove prima di vedere un portabandiera in carne e ossa dietro le dive d'argento che davano il nome alle Nazioni, s'è dovuta attendere l'Amenia, quelle venute prima tutte a Cortina.

Marco Balich aveva promesso di far cantare San Siro e per certi versi ha mantenuto, ma non forse dove si aspettava: il pubblico non ha seguito tanto il "Volare" di Mariah Caray, agghindata con stola bianca da diva anni Cinquanta, quanto Laura Pausini e la seconda stanza dell'inno di Mameli, al punto in cui cambia ritmo: prima non si poteva a causa dell'arrangiamento pop che a qualcuno potrà non piacere ma che lo stadio pare aver gradito. Molto istituzionale invece il Nessun dorma di Bocelli, forse citazione dell'omologo, fatte le debite proporzioni, di Luciano Pavarotti a Torino 2006.

Altissime anche le quotazioni di Leopardi/Favino, con la lettura dell'infinito. Altre rime rispetto a quelle cui sono abituate le curve del Meazza, al loro ultimo evento di tale portata, cui non potevano mancare Beppe Bergomi e Franco Baresi, entrati insieme per primi con la fiaccola.

La temperatura esterna, verso le 21.30 ha cominciato a dare una bava di vento naturale alla bandiera italiana sul pennone, a far soffrire il pubblico sugli spalti (il vento dell'alzabandiera era finto), e a congelare coreografi e cantanti di lì in poi, soprattutto le donne come Cecilia Bartoli e Brenda Lodiagiani fasciate in scollati agli abiti da sera, ma almeno ha graziato un poco all'inizio da una parte l'Amore alato che, in una elegantissima coreografia, ha celebrato Canova e il suo classicismo, e dell'altra l'ombelico scoperto dell'omaggio a Raffaella Carrà, cui lo stadio ha risposto ballando.

Ma è stato davanti all'incedere della bandiera italiana vivente che avanzava come si sarebbe fatto in un defilé di Giorgio Armani che su San Siro è calato un silenzio commosso prima che comparisse in bianco e nero sullo schermo la foto dello stilista milanese da poco scomparso che tanto ha dato allo sport italiano e che come ultima cosa ha disegnato le divise dei portabandiera, anche se molti magari sugli spalti non lo sapevano perché non c'è nessuno a dirglielo. Però hanno colto. E in questo sì la Cerimonia di Milano Cortina 2026 ha mantenuto la sua promessa di immediatezza, trasmettendo emozioni come un grande teatro di musica, danze e mimo, qualcosa vibra anche dove non ci sono parole didascalie: lunghezze d'onda che portano luce, colori, suoni, a costo di qualche caduta nel kitsch, come i tre poveri Rossini, Puccini e Verdi ridotti a maschere di carnevale, a cantare un inguardabile Milano Cortina al ritmo di Vamos a la playa dei Righeira.

Invece visti da lontano i tre enormi tubetti di tempera rosso, giallo e blu, colori primari da cui nascono tutti i colori del mondo, nella loro ironica naïveté sono stati efficaci: le stoffe scese da lontano sembravano proprio colore puro che colava.

Se Israele e Stati Uniti, J.D. Vance, inquadrato un attimo, hanno raccolto qualche fischio e l’Ucraina un grande tifo, il presidente Sergio Mattarella ha preso applausi scroscianti e unanimi, fin dalla comparsa, sorridente e spiritosa, nel video dell’arrivo in tram con Valentino Rossi, a riprova del feeling tra il presidente e lo sport. Molto applaudito, e giustamente, il discorso che non sembrava di circostanza, della Presidente del Cio Kirsty Coventry, che ha parlato agli atleti con il sentimento autentico di chi sa che cosa si prova per esserci passato. Una autenticità che dagli spalti si è avvertita. Grande tributo dei presenti anche ai volontari, applausi scroscianti a ogni citazione.

Chissà se Ghali, chiamato a interpretare Promemoria di Gianni Rodari, dal centro del palco ha capito di essere stato protagonista del momento in assoluto più poetico, quando i ragazzi di una coreografia tutta under 20, hanno invocato la pace formando una colomba bianca al centro del palco, sostituendo il tradizionale volo dei colombi (qualcuno gli avrà spiegato nel frattempo che la Cerimonia prevede solo le lingue ufficiali (francese, inglese e lingua del Paese ospitante)? Bella performance però, elegante.

Mentre la sfilata azzurra al grido di "bravo bravissimo" al ritmo di un Barbiere di Siviglia rock ha restituito all'Olimpiade la sua anima il tanto di leggerezza che una cosa che si chiama Giochi non dovrebbe mai perdere. Rendendo l’immagine di un Paese che sa celebrare e persino autocelebrarsi con un filo di autoironia senza eccedere in retorica.