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Hanno facce serissime, Julio Velasco e Ferdinando Fefè De Giorgi, i Ct delle nazionali di pallavolo italiane femminile e maschile arrivate entrambe al titolo mondiale 2025, mentre guardano sullo schermo i trionfi trascorsi della passata stagione. Sembrano concentratissimi, quasi accigliati, non scappa loro un solo sorriso, un solo lampo di compiacimento negli occhi.
Sanno di essere al vertice, Julio Velasco da due stagioni ininterrotte, De Giorgi fresco titolo mondiale, coincidenza vuole che stiano seduti, alla presentazione della stagione azzurra che si apre, l’uno accanto all’altro al 39° piano di Palazzo Lombardia a Milano, dalle cui vetrate si domina l’intera città fino a San siro e oltre a perdita d’occhio. Non esiste miglior metafora dello stare in alto in città e rende il senso di quanto percepiscano alto il rischio di precipitare partendo dal punto più alto da cui è difficile salire e un attimo scendere.
«Alle mie giocatrici io dico sempre che continuare a festeggiare è il miglior modo di perdere», osserva Velasco che non ha mai perso la seconda pelle che gli deriva dalla formazione filosofica, «non dobbiamo pensare di avere vinto ma ragionare come se avessimo perso. Hanno fatto un documentario intitolato Nate per vincere su di noi, che mi ha fatto toccare anche le scarpe – dice eufemisticamente in termini scaramantici –: nessuno è nato per vincere, ogni anno si ricomincia da zero e mentre noi guardiamo i nostri festeggiamenti, quelli che hanno perso hanno rabbia, non vedono l’ora di batterci e lavorano per farlo. Due esempi importanti ci sono venuti dall’Olimpiade di Milano Cortina – di cui il palazzo che ospita l’incontro porta ancora le insegne –: Ilia Malinin, il superfavorito, quello di cui il vincitore ha detto: “Ho battuto il miglior pattinatore della istoria”, al momento decisivo schiacciato dall’obbligo di vincere è caduto tre volte, dall’altra parte Federica Brignone, che ha fatto un’impresa che credo si ricorderà per secoli nella storia dello sport, rilassata perché al rientro da un grave infortunio senza pressioni ha vinto due ori. Ecco noi puntiamo a che le nostre ragazze facciano come Brignone, giochino rilassate, senza l’obbligo di vincere. Poi certo per rivincere dovremo giocare meglio degli altri perché nello sport non è automatico che chi gioca bene vinca, bisogna anche fare meglio di tutti gli altri. Detto questo io sono fiducioso».
Ed è una fiducia che non si nasconde dietro scaramanzie: «Punto a vincere l’Europeo non solo in vista della qualificazione olimpica per Los Angeles, che per la situazione è difficile non raggiungere, ma perché non ho mai vinto un Europeo con l’Italia femminile e voglio vincere la Vnl, facendo le prime due parti dando due mesi di riposo alle giocatrici che hanno avuto play off di campionato e Champions, e spazio ad altre. A proposito di chi parla di squadre di minatori, si vede che non hanno mai visitato una miniera vera!».
La frecciata scherzosa è alla sua nazionale maschile di un tempo, nota come generazione di fenomeni, e in particolare ad Andrea Zorzi, squadra di cui De Giorgi seduto lì accanto faceva parte e che prende la palla al balzo da ottimo palleggiatore.
Tra i due la sintonia è intensa e l’ironia reciproca pure: «Volevo dire a Julio», replica Fefé ridendo come quasi sempre, «che quando noi parliamo di minatori, è per dire che noi vincevamo perché ci allenavamo di più e meglio degli altri, è un merito non è una critica: è un modo di far capire ai nostri atleti che nessuno è unto dal Signore».


Anche lui conosce la sensazione: «Ogni volta sembra che perché sei campione del mondo tu debba sempre rivincere, ma questa squadra ha sempre avuto un atteggiamento equilibrato verso i risultati: più che l’obbligo di vincere ha sentito l’obbligo morale di rappresentare meglio la maglia e questo l’ha sempre avuto. Quello che bisogna temere non è tanto l’ansia da prestazione che bisogna imparare a gestire e che può anche essere positiva perché dà adrenalina, ma il disastro è quando l’ansia naturale si trasforma in un’angoscia che ti blocca. Per questo dobbiamo far ragionare in nostri ragazzi partendo dagli esempi: ho fatto loro vedere la foto di Malinin con accanto il padre allenatore: ho attirato la loro attenzione sulle mani dei capelli del padre e sullo sguardo del figlio distrutto dal fallimento».
La storia di Malinin a Milano Cortina secondo De Giorgi è un messaggio potentissimo, non solo per il modo con cui è arrivata la sconfitta, ma per quello che ha fatto dopo: «Non solo c’è stato il fallimento di cui quella foto con il padre allenatore è l’emblema: andrebbe vietato ai padri di allenare i figli, pochissimi riescono a farlo in modo equilibrato. Ma c’è una lezione di cultura sportiva nel comportamento di Malinin figlio: fallisce ma non lascia i Giochi, rimane a tifare i compagni, e poi chiede di partecipare allo spettacolo del Gala conclusivo, fa di nuovo l’esercizio e lo fa bene, non solo si presenta sul ghiaccio con una maglia con scritto “fear”, paura, che dice della volontà dopo il fallimento di affrontare subito le sue paure profonde: un messaggio di cultura sportiva mandato anche a noi allenatori, di cui dobbiamo essergli grati»









