Yassine Baradai, presidente Ucoii (Unione delle Comunità Islamiche d'Italia) torna indietro a quando era bambino e i genitori lo spingevano ad andare in oratorio. «Mi avevano anche iscritto all’ora di religione» sottolinea, «e questo mi ha aiutato molto. Il dialogo lo conosco da quando sono piccolo. Credo che sia grazie a questo dialogo che ho conosciuto me stesso». Un consiglio, quello di far frequentare ai propri figli musulmani l’ora di religione cattolica a scuola, che arriva anche da Adnane Mokrani, teologo musulmano, «perché è molto utile non solo per conoscere una religione che ha segnato la storia di questo Paese, ma anche per capire meglio la cultura e la storia italiana e creare una memoria condivisa».

È questo che spiega perché le schede Cei-Pisai, indirizzate soprattutto a insegnanti ed educatori, non sono un esercizio per addetti ai lavori, ma pezzi di una formazione civica vissuta, prima ancora che teorizzata.

Una formazione al dialogo che ha radici solide e una pietra miliare, quella di Nostra Aetate. Documento che, come ha ben riepilogato don Giuliano Savina, direttore dell’Ufficio Cei per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, dovremmo rileggere ogni volta che il dibattito pubblico scivola nella paura: «La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra», si legge nel testo. Non una concessione al politicamente corretto, ma una constatazione reale.
Le schede, già presentate lo scorso novembre nella sede del Pisai, tornano protagoniste nella cornice dell’Ambasciata italiana presso la Santa sede. Una istituzione, come ha sottolineato l’ambasciatore Francesco Di Nitto «che di dialogo ne sa qualcosa». Don Savina e don Alberto Castaldi, l’altro moderatore dell’incontro, hanno spiegato con semplicità che il progetto nasce da un desiderio elementare: far conoscere correttamente le tradizioni religiose, perché la conoscenza è l’unico anticorpo efficace contro il pregiudizio. E il pregiudizio, quando parliamo di Islam, è ancora la malattia più diffusa.
Monsignor Gaetano Castello, ausiliare di Napoli e presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, ha ricordato che occorre portare avanti un processo, non occupare spazi. È la lezione di Papa Francesco, certo, ma è anche la logica stessa del dialogo: non si tratta di conquistare, ma di camminare. E camminare insieme, ha aggiunto Castello, serve a costruire una società migliore di quella in cui viviamo. Non un esercizio intellettuale per anime belle, dunque, ma un’operazione di igiene pubblica contro l’ignoranza che alimenta la diffidenza.

Il professor Wasim Salman, preside del Pisai, ha spiegato che il lavoro è frutto di anni di riflessione con l’obiettivo di spiegare come l’Islam sia una grande religione monoteista che vive i valori della pace, della misericordia, dell’amore verso il prossimo. Inoltre ha sottolineato che per dialogare bisogna scegliere il giusto partner. Non si dialoga con chi per definizione esclude l’altro dalla verità. Ma il compito dello studioso, e del cittadino, è saper distinguere. E la semplificazione è il nemico comune.
Le schede sono state scritte da un’équipe paritetica, cristiani e musulmani, tutti con solida preparazione accademica, tutti capaci di leggere le fonti nelle lingue originali. Don Valentino Cottini, biblista e islamologo, ha spiegato che tra loro è nata non solo fiducia, ma amicizia. E che questo ha permesso di correggersi a vicenda senza acrimonia, di aggiungere e togliere, di discutere senza incaponirsi. È il metodo che conta. Non il prodotto editoriale, per quanto utile. E il metodo è dialogare con il mondo, come diceva Paolo VI, dialogare per la pace, secondo lo stile di Giovanni Paolo II, fare la verità nella carità, come diceva Benedetto XVI, scoprire la fratellanza nella diversità, come ripeteva Francesco.
Un dialogo che tiene conto anche della dimensione spirituale, ha spiegato il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Cei. Sottolineando che il dialogo non è un’eccentricità teologica, ma a una responsabilità civile, ha ricordato che «non possiamo affrontare questi temi senza un coinvolgimento interiore e spirituale», perché il dialogo non è una tecnica negoziale, è un’esperienza che trasforma chi la vive. E chi non parla, ha avvertito, resta indietro mentre «il mondo va avanti».

Baradai ha poi sperato che le schede «comincino a far uscire l’Islam dalla bolla» in cui lo relega un’ottica securitaria, e ha ricordato le sue radici: i genitori marocchini, la madre che abitava sulle montagne dell’Atlante, i vicini ebrei che il venerdì davano loro il fuoco per cucinare e lavare i vestiti. «Per loro l’ebreo non era visto come ebreo, era visto come un marocchino con una fede diversa». Quella visione, ha detto, «l’abbiamo persa nel dialogo e dobbiamo recuperarla». E, così come Wasim Salman aveva ricordato di essere siriano e italiano, cattolico di fede e musulmano di cultura, Baradi ha precisato di essere, al contrario, «musulmano di fede, ma cattolico di cultura». «Festeggio il Natale, ho sposato una cattolica, e dunque vivo il dialogo quotidianamente anche in casa».
E Lidia Ottoleghi, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, intervenuta in video conferenza, ha ricordato anche le analoghe schede preparate per far conoscere l’ebraismo. Schede che combattono il pregiudizio e generano amicizia. Un percorso virtuoso, una buona pratica da replicare. L’Italia che esce da questi incontri non è un’Italia ingenua, che cancella le differenze o le annega in un relativismo uniformante. È un’Italia che sa che le differenze esistono, che alcune sono persino insanabili sul piano teologico, ma che rifiuta di trasformarle in muri.
Il dialogo, è stato detto più volte, non chiede di rinunciare alla propria identità. Chiede di abitarla con maturità. Una fede autentica non teme la conoscenza. Una società democratica non teme la pluralità. Sembrano frasi ovvie, finché non si accende la televisione e si sente parlare di Islam come se fosse esclusivamente un problema di sicurezza e non una religione millenaria con cui condividiamo la città, la scuola, il lavoro, il futuro.
Ecco perché il dialogo serve a costruire l’Italia del futuro. Non perché sia un valore aggiunto, un ornamento per convegni, ma perché il nostro Paese sarà, e in parte già è, inevitabilmente plurale. La domanda non è se avremo cittadini musulmani nelle nostre scuole e nelle nostre piazze: li abbiamo già. La domanda è se sapremo formarli, e formarci, a vivere quella pluralità senza paure. Le schede Cei-Pisai sono un cammino che continua, con aperture anche alla conoscenza di altre religioni. Perché le parole ostili nascono da una mancata conoscenza. Le schede, agili e semplici, ma non semplicistiche, non pretendono di dire tutto sull’Islam, ma di dire solo cose corrette. Con un monito che i relatori mutuano dal maestro ebraico Hillel Il vecchio. Interrogato da un pagano sull’ebraismo il rabbino rispondeva che il comandamento principale – simile all’«amerai il prossimo tuo come te stesso» -, era «Ciò che non è buono per te non lo farlo al tuo prossimo. Il resto è commento». Con l’invito finale del maestro, che le schede sposano, «Vai e studia!». Perché, come ha spiegato Nadjia Kebour, algerina, docente di islamistica al Pisai, «questo è un lavoro piccolo, ma sostanziale perché è l’ignoranza la radice del male».