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«Gesù sarà in agonia fino alla fine del mondo; non bisogna dormire durante questo tempo». Mi è tornata in mente, cari amici lettori, questa frase del filosofo Blaise Pascal pensando alle mille tragedie che si stanno consumando in tante parti del mondo: adesso gli occhi sono puntati sull’Iran e i Paesi del Golfo Persico, ma ci sono Gaza, la Cisgiordania, il Libano (si parla di 1 milione di sfollati), il conflitto tra Pakistan e Afghanistan, la catastrofe umanitaria di Haiti, il dramma di Cuba, la crisi nel nord-est della Nigeria (6 milioni di persone affamate). Sono come tanti Golgota sotto i nostri occhi, in cui la passione di Cristo “rivive” nelle vittime innocenti dei nostri giorni.
È una luce potente che ci aiuta a guardare forse con sguardo diverso al racconto della passione di Gesù, in questa Domenica delle Palme e durante la Settimana Santa. Cristo è stato vittima innocente di una somma di violenze umane. Dimentichiamo spesso che siamo discepoli di un Dio che si rivela in maniera paradossale: nell’ignominia della croce, nell’abbandono di Dio e degli uomini, persino degli amici più intimi. Anche in questo paradosso sta la vittoria della croce: l’aver trasformato la sua morte in un atto d’amore, il suo sacrificio in strumento di salvezza eterna.
Ma ci sono anche altri attori nella storia della Passione: i discepoli, per esempio, hanno ceduto al sonno durante l’agonia che Gesù ha vissuto nell’anima prima che nel corpo. «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora?». Quell’assenza dei discepoli, l’indifferenza rispetto al dramma che si stava consumando, è spesso anche la nostra.
Papa Leone all’Angelus di domenica 15 marzo ha esortato a «vivere un cristianesimo con gli occhi aperti». E padre Ibrahim Faltas, della Custodia di Terrasanta, ha commentato: «Occhi chiusi al bene, occhi accecati dal potere non riescono ad aprirsi, non riescono a vedere le sofferenze e il dolore del prossimo, non riescono a fermare le conseguenze di un odio che contagia e che uccide».
Mi è tornata in mente una famosa poesia, Cristiani e pagani, di Dietrich Bonhoeffer, il teologo luterano ucciso dai nazisti nel 1945, che fa riferimento proprio alla passione di Cristo che continua nel tempo. Mentre alcuni “uomini” vanno da Dio per chiedere (aiuto, liberazione dal male, ecc.), insomma per sé stessi e i propri bisogni («così fan tutti, cristiani e pagani»); altri uomini da Dio «vanno quando Lui ha bisogno / lo trovan povero, oltraggiato, senza pane e dimora / vedono come il peccato lo divora, / debolezza e morte».
È il movimento inverso, quello che nasce dalla fede nel Crocifisso: lo si riconosce nei sofferenti della storia e si è pronti a partecipare, a condividere, a solidarizzare. È una via non scontata, questa della fede adulta, cari amici.
Il Venerdì Santo vivremo la grande preghiera universale, riflesso del cuore di Cristo che ha dato la vita per tutti. Portiamo almeno nel cuore le sorti del mondo in questa settimana di liturgie così intense. Che essa ci aiuti ad aprire il cuore e le mani, per alleviare un po’ di sofferenza, portare un briciolo di bene e di amore, là dove possiamo, a chi ne ha bisogno. E che ci aiuti a sentire, come hanno scritto alcuni teologi italiani in un appello del 16 marzo scorso, «la responsabilità di unirsi a tutti coloro che rifiutano la violenza».
In collaborazione con Credere
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