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«Non ero estraneo al bagliore del lampo; non ero estraneo al fragore del tuono». Inizia così La zona d’interesse, il romanzo di Martin Amis da cui il regista Jonathan Glazer ha tratto l’omonimo film, uno dei più belli dell’anno. Dopo essere stato presentato in concorso al Festival di Cannes (Gran premio della giuria), desso è il favorito per vincere l’Oscar come miglior film internazionale. Da noi è stato presentato in anteprima alla Festa del cinema di Roma.
Siamo durante la Seconda guerra mondiale. Rudolf Höss sembra un ufficiale qualsiasi.
È un borghese, ha una vita tranquilla con la sua famiglia fuori città. I bambini si divertono, la moglie cura le piante. Ma a fianco del giardino c’è un muro, oltre il quale c’è il campo di sterminio di Auschwitz, di cui Höss è il direttore.


«Ho voluto mettere in scena la banalità del male: è il dolore più grande, a cui non possiamo sottrarci. Oggi abbiamo il dovere morale di saperla riconoscere. Com’è possibile che l’essere umano possa spingersi così in là? Che possa essere colpevole di tali orrori? Ho provato a dare una risposta con questo film. Gli aguzzini sono persone normali, stimate nella loro società. Gente comune, si direbbe, che ha scelto di uccidere la propria morale e di abbracciare la violenza. Assistiamo alla morte dell’anima, di ogni valore. Sopraggiunge l’apatia, che si trasforma in una difesa contro le atrocità. Questo “allontanamento” permette di rendere accettabile ogni tragedia. Ed è quello che dobbiamo combattere oggi», spiega Glazer.


Dalla banalità del male all’origine del male.
«Esatto, ieri come oggi. L’apatia è alla base di qualsiasi tema razziale, tribale, di prevaricazione. Non possiamo arrenderci alla bestialità, non possiamo dimenticare. Bisogna indagare le cause, avere consapevolezza, e applicare la metodologia giusta. Io studio molto, cerco di identificarmi nell’altro, di capire che cosa lo spinge. È un percorso interiore ed esteriore».
Qui vediamo i nazisti rilassarsi, vivere la quotidianità, mentre intorno a loro si consuma un genocidio.
«È l’approccio che ho voluto utilizzare. Immortalarli nella loro routine, ma allo stesso tempo prenderne le distanze, con freddezza. La mancanza di empatia è una condanna, un monito. Si tratta di un’indagine psicologica dagli esiti devastanti».


Che cosa ha scoperto?
«Il dolore, il disastro, il rimpianto, il senso di colpa. Quello che ci accompagna oggi. Chiudendo gli occhi, abbiamo davanti a noi le immagini dell’Olocausto, da cui non possiamo sentirci assolti. Con La zona d’interesse ho provato però a dare una visione alternativa. Non volevo che quelle ferite così profonde diventassero finzione. Così ho scelto di fare un passo indietro, di non mostrare, per avere un effetto ancora più potente sullo spettatore. Ho lavorato sull’orrore del subconscio, raccontando la verità dietro alla guerra, le urla, la cenere che piove dal cielo».


Per non dimenticare…
«Sarebbe imperdonabile. La Shoah fa parte di noi, non la si può rimuovere e neanche negare. Ci sono le prove. Abbiamo visto gli effetti, i luoghi, ciò che è rimasto e ciò che è andato perduto. Ci sono i fatti, che sono inconfutabili e vanno oltre ogni forma di revisionismo. Dobbiamo allontanare le ombre di chi sostiene il contrario, essere in prima linea perché tutto sia sempre alla luce. Indicare un estraneo e chiamarlo “mostro” non serve a nulla. La chiave è guardarsi allo specchio, analizzarsi, avere la consapevolezza di non essere come loro e dimostrarlo con la nostra personalità. Altrimenti siamo colpevoli».
È come se La zona d’interesse fosse un nuovo modo per affrontare l’Olocausto al cinema, per tracciare una strada alternativa. È d’accordo?
«Assolutamente. È una porta aperta, che spero altri registi avranno voglia di attraversare. È l’unico modo per alimentare la memoria e far uscire l’energia negativa che ci tormenta ogni giorno. Ammiro chi, con serietà e competenza, sceglie di cambiare i punti di vista su temi che sono centrali. È solo così che si crea dibattito, si sensibilizzano i giovani: il dialogo, la cultura, le fonti corrette. È impossibile racchiudere il significato della Shoah in un film, possiamo solo prenderne un pezzo e riflettere. Possiamo essere bugiardi, far credere a chi ci circonda che siamo migliori, ma il nostro corpo non mente mai, rigetta le nostre falsità. Da qui si arriva a domande necessarie: che cosa è cambiato da allora? Che cosa siamo diventati? Ognuno di noi ha l’arduo compito di rispondere a sé stesso».








