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La scuola Verga a Centocelle dove un alunno di 13enne ha accoltellato un'insegnante
Fabrizio Fantoni
Psicologo psicoterapeuta
L’ennesimo caso di accoltellamento a scuola pone un problema che appare ancora non affrontato né dalla politica né dalla società nel suo complesso. Sono eventi altamente drammatici, per la brutalità sanguinaria del gesto, per l’età dell’aggressore, per le circostanze di preparazione e diffusione online delle immagini, che generano reazioni di rifiuto e raccapriccio.


Le risposte a cui abbiamo assistito solo state finora relative a un maggior controllo e a una prevenzione attraverso la proibizione, e più annunciate che realizzate. Si va dall’ipotesi di divieto dei social sotto a una certa età, all’adozione dei metal detector (avvenuta solo in rari casi). Se da un lato questo discuterne è un bene, perché attesta il dibattito necessario tra le diverse posizioni quando si parli di adozione di misure in qualche modo repressive e proibizionistiche, dall’altro però rischia di lasciare nell’incertezza e nella paura, e consente la ripetizione di questi gesti. L’esercizio del controllo è una componente indispensabile della funzione educativa, ma da sola non è sufficiente.
Ci sono, a mio parere, due interventi in chiave preventiva che vanno considerati. Il primo riguarda l’educazione all’online. Non si tratta più solo di insegnare come utilizzarlo: è in atto un processo di immersione nel mondo online che riguarda tutti, adulti e ragazzi. Oggi consideriamo gli strumenti digitali come protesi che sono parte di noi e non più semplici accessori. Luciano Floridi parla a questo proposito di onlife: un mondo, quello virtuale, al quale non possiamo più dirci estranei, anche quando ci asteniamo o li sospendiamo, come durante una vacanza “disintossicante” o nei periodi in cui si disinstalla un social per sentirsi meno dipendenti (come oggi fanno molti giovani, per tempi più o meno lunghi).


I ragazzi delle medie usano l’intelligenza artificiale (AI) per fare i compiti, al punto che in alcune scuole si evita di dare compiti a casa. La soluzione non può essere solo la proibizione (ovvia), ma una misurata e pensata introduzione dell’AI in classe per imparare a utilizzarla. Ancora, oggi le dinamiche proprie dei social (la trasformazione del soggetto in personaggio, l’esibizione dei corpi, la validazione sociale, la community che commenta, un linguaggio ridotto a brevi slogan…) escono dai confini delle piattaforme e si manifestano nei programmi televisivi seguiti dai ragazzi, da X Factor a Temptation Island. Il meccanismo delle recensioni e dei like pervade ogni settore delle attività produttive e commerciali. La scuola non può quindi ignorare questa realtà in cui siamo immersi: gli strumenti della cultura scolastica (argomentazioni logiche, capacità espressive, capacità di contestualizzare, senso critico ecc.) devono abilitare gli adolescenti ad affrontare questa che è la realtà in cui sono immersi.
Il secondo concerne l’educazione emotiva. La rabbia, l’invidia, l’aggressività, che esplodono in questi fatti eclatanti, sono stati emotivi che si trasformano in atti quando non vengono pensati. In modo meno distruttivo, molte altre emozioni non vengono pensate nell’esperienza scolastica, ma sono agite e vanno a boicottare l’apprendimento: noia, disaffezione, disinvestimento, incapacità di tollerare le frustrazioni. Si traducono nella difficoltà ad affrontare la fatica mentale e nella ricerca di mezzi per salvarsi senza sforzo (dalla copiatura all’AI). Per molti anni si è parlato delle dimensioni emotive dell’apprendimento, ma oggi sembrano essere espunte dalle aule scolastiche. Non si parla più neppure di un (illusorio) benessere a scuola: sembra che molti ragazzi pensino solo a sopravvivere in apnea, turandosi il naso e arrivando a fine anno. In alcuni ragazzi più sofferenti, questi stati emotivi vengono racchiusi e coltivati in una bolla mentale, alimentati attraverso i siti di haters del web, poi avviene l’esplosione, approdando alla cronaca nera.


Più spesso restano inespressi, danneggiando però gli apprendimenti e la convivenza scolastica. Sempre, comunque, sono incompresi ed evitati, per incapacità di riconoscere ed affrontare il conflitto. Parlare di educazione affettiva nella scuola, allora, non significa solo trattare le dinamiche sentimentali correlate alla sessualità e al genere, come erroneamente si pensa; vuol dire dare la parola a quanto sta nella mente dei ragazzi, che si attiva nella vita in aula.














