«Come la Laudato si’ non era una enciclica verde, questa non è una enciclica sull’intelligenza artificiale». Padre Giacomo Costa, segretario generale del Sinodo dei vescovi e già direttore di Aggiornamenti sociali, sottolinea subito che «la Magnifica Humanitas riguarda il modo in cui la Chiesa legge le grandi trasformazioni, le rerum novarum, cioè le cose nuove della storia alla luce del Vangelo, accompagnando l’umanità nelle fasi delicate. Ogni epoca ha le sue “cose nuove” e, quindi, sempre si pone la domanda su come preservare, rispetto a queste novità la dignità dell’essere umano».

Che implicazioni sociali ha questa enciclica?

«Un primo punto su cui riflettere riguarda la questione del potere. L’intelligenza artificiale non è soltanto uno strumento che si usa, che aiuta, che facilita dei compiti, ma è un sistema fatto di infrastrutture, di dati, di capacità di calcolo, di piattaforme, di interessi economici, di strategie geopolitiche. Tutte queste cose ci fanno capire che le tecnologie non sono neutre, ma veicolano cultura e portano con sé delle architetture morali. Il potere di decidere questa architettura è spesso concentrato nelle mani di pochi attori privati che incidono sulla vita delle persone molto di più di tanti Stati. Alcune condizioni fondamentali della partecipazione sociale - cioè quello che vediamo o meno, ciò che viene premiato e messo in evidenza e ciò che resta invisibile - sono mediate da sistemi che sfuggono a un controllo democratico. La domanda da farsi allora non è se l’intelligenza artificiale funziona o meno, ma a chi serve, chi la governa, chi ne trae vantaggio, chi ne paga il costo, se aumenta la libertà o se produce nuove dipendenze. E poi c’è una seconda considerazione».

Quale?

«Riguarda il lavoro. Qui il legame con la Rerum Novarum è veramente forte. Alla fine dell’Ottocento la questione era la dignità del lavoratore. Questa domanda continua anche oggi, ma assume forme nuove: l’automazione, gli algoritmi che organizzano il lavoro, la sorveglianza digitale, la sostituzione di alcune mansioni, la precarizzazione delle professioni. C’è anche poi il lavoro invisibile che rende possibile tutta questa economia digitale. Ci sono persone che etichettano e che vivono in condizioni dure pagate pochissimo. E poi ci sono le questioni delle terre rare, delle miniere, dei data center, del consumo di energia. Il digitale sembra leggero, pulito, senza peso, ma ha un corpo che consuma risorse. Questo corpo dipende dal lavoro umano e produce impatti sociali e ambientali. Nella prospettiva dell’ecologia integrale si chiede di guardare a tutta questa filiera e di domandarsi se questa innovazione è buona soltanto perché è efficiente o se promuove anche dignità, giustizia, partecipazione, sostenibilità, lavoro umano degno. Su questo bisogna confrontarsi».

E poi c’è il tema della pace.

«Questo è un punto su cui l’enciclica impatta molto. L’intelligenza artificiale rende la guerra più impersonale e allontana la responsabilità dal volto concreto delle vittime della guerra. I conflitti vengono normalizzati e il riarmo appare come l’unico realismo possibile. La pace, dice invece l’enciclica, non è ingenuità, ma è un lavoro politico, diplomatico, educativo, spirituale. È un realismo ancora più profondo perché tiene conto delle vittime, dei popoli e del futuro delle persone. Quella della pace si collega poi con la questione della verità e della democrazia. Una società democratica non vive soltanto di procedure formali, ma di fiducia, di parole credibili, di fatti condivisi. Se tutto diventa manipolabile - come si può fare con l’intelligenza artificiale - viene meno il terreno comune su cui la comunità politica può discutere. L’intelligenza artificiale può moltiplicare la potenza e la verosimiglianza di cose decisamente false. Per l’enciclica la verità non è soltanto una virtù individuale, ma è un bene comune, una condizione della convivenza».

Qual è il compito della Chiesa in questo contesto?

«La Chiesa è chiamata ad accompagnare questo tempo senza paura e senza ingenuità. Cioè senza né condanne né lasciandoci affascinare dalla novità. Deve aiutare a discernere e ad ascoltare la vita concreta delle persone, dei genitori che non sanno come rapportarsi ai figli in questo mondo digitale, degli insegnanti che vedono cambiare il modo di studiare, dei lavoratori che temono di essere sostituiti, dei giovani che cercano relazioni autentiche, degli anziani che rischiano di essere esclusi, dei poveri che pagano i costi dell’innovazione. Ci sono due sfide per le nostre comunità. La prima è quella dell’educazione che non significa soltanto dire che non bisogna usare l’intelligenza artificiale per copiare».

Cosa significa allora educare?

«Fare la fatica del pensiero, del confronto, dell’errore, del cercare. Non basta ricevere una sintesi automatica dalla IA, bisogna formare ad attraversare dei processi condivisi. C’è una grossa responsabilità anche riguardo al comunicare. Di fronte a una comunicazione sempre più aggressiva, polarizzata, frammentata, bisogna avere degli spazi in cui si impara un’altra qualità della parola. Delle parole capaci di verità, di rispetto, che non alimentano la contrapposizione. Questo disarmare le parole è veramente un primo passo per costruire la pace. E poi l’altra implicazione pastorale riguarda la sinodalità».

Cosa c’entra la sinodalità con l’intelligenza artificiale?

«C’è un’immagine molto bella che guida tutta l’enciclica, quella di Babele, città grandiosa, potente, ma uniforme e quindi disumana, che nasce da un desiderio di dominare. E poi c’è Gerusalemme che si ricostruisce col contributo di molti. Ognuno fa un tratto del muro e nessuno fa tutto da solo. La ricostruzione della città va insieme con la ricostruzione dei legami. Di fronte alla trasformazione digitale, la Chiesa non può e non vuole rispondere solo con esperti e documenti, ma ha bisogno di processi comunitari di discernimento in cui si mettono in gioco tutte le competenze, le esperienze, generazioni diverse e soprattutto le persone più vulnerabili. La Magnifica Humanitas ci chiama, come Chiesa, non ad aggiungere solo qualche incontro sull’intelligenza artificiale ai nostri programmi diocesani, ma ad andare più in profondità. Il punto è fare delle comunità cristiane dei luoghi in cui l’umano, questo magnifico umano, viene custodito nella sua fragilità, nella sua debolezza, nelle sue relazioni. Dobbiamo continuare a tenere aperti dei luoghi in cui si pensa e in cui si imparano dei criteri di verità. Luoghi in cui la fragilità non è un fallimento, dove ci sono spazi possibili di comunione in cui ci si assume la responsabilità della speranza. La domanda allora non è su quali saranno i prossimi sviluppi dell’intelligenza artificiale, ma cosa diventeremo noi uomini e donne dentro questo cambiamento. Saremo più efficienti, forse più veloci, più connessi. Ma saremo più umani? Saremo più capaci di giustizia, cura, libertà, verità e pace? L’enciclica, ripeto, senza paura, né fascinazione, pone un criterio per attraversare questo futuro. E il criterio è che il progresso va misurato sulla dignità delle persone, soprattutto quelle più fragili, sulla capacità di custodire i volti di ogni persona, nessuno escluso. Questa è la forma più concreta della missione della Chiesa e della responsabilità sociale di tutti».

In un momento in cui assistiamo alla disgregazione del diritto internazionale e alla debolezza delle grandi istituzioni multilaterali è possibile custodire l’umano?

«Il Papa non vuole né fare politica in senso stretto e né togliere la responsabilità di tutti quelli che sono sul terreno. Vuole aiutare a porsi le domande sperando che chi è responsabile riesca ad affrontarle in maniera concreta. Non si può pensare di affrontare le situazioni facendo a meno di una relazione multilaterale in cui si cresce insieme. La storia recente mostra i fallimenti dei tanti tentativi di risolvere unilateralmente e con violenza le situazioni. Certo, il cammino indicato dall’enciclica può sembrare più lungo, ma sappiamo che i cammini più lunghi sono quelli che di fatto costruiscono qualcosa di duraturo e non solo una parvenza di soluzioni. In questo, come Chiesa, dobbiamo avere il coraggio di metterci in gioco. In questa prospettiva non violenta, in questa prospettiva per la pace non possiamo soltanto parlare, ma dobbiamo fare. Dobbiamo mostrare credibilità costruendo una capacità di convivenza anche nelle differenze e nelle divisioni che abitano la comunità».

Qual è la responsabilità della stampa cattolica?

«Come comunità cristiana abbiamo la sfida di costruire, dimostrare e vivere un altro modo di comunicare. Realisticamente dobbiamo tenere conto di costi, tempi e modalità. Ma dobbiamo investire sul gusto di qualcosa di diverso. Abbiamo visto nel cammino sinodale quanto la conversazione nello Spirito si sia diffusa in tutto il mondo dal Polo Nord al Sudafrica. Penso che questo sia il segno del desiderio di una qualità nel nostro modo di parlare e di comunicare totalmente diversa da quella della velocità dell’intelligenza artificiale. C’è una capacità di ascoltarsi, di stabilire dei legami, delle relazioni e, insieme, di identificare che cosa dà vita, che cosa promuove l’umano. Possiamo avere visioni diverse, ma a partire dalla nostra fede si può costruire una qualità di conversazione diversa. Penso che la nostra stampa dovrebbe ascoltare profondamente questo desiderio. Credo che sia un desiderio non sia soltanto delle comunità cristiane ma di tanti altri che vogliono una qualità diversa delle relazioni, del nostro modo di parlare. Dobbiamo essere consapevoli che la comunicazione è costruita in maniera polarizzata e cercare di identificare le manipolazioni, le scorciatoie che ci invitano a un pensiero divisivo, di contrapposizione, violento. È importante ascoltare il desiderio, che c’è, di una qualità nella comunicazione che vada da tutta un’altra parte. Questa è la sfida: non ragionare in base a quei criteri che sembrano dominanti, ma avere un tipo di comunicazione che riesca ad accompagnare delle comunità che fanno crescere le persone in maniera diversa».