«Cara prof, sì ti odio! Ma con tanto affetto…» Fino a che punto ci si può spingere nell’affetto e quanto mostrarsi amica può aiutarlo? La risposta di un’insegnante di sostegno tra professionalità, relazione e didattica, a colloquio con don Stefano Stimamiglio

Il suono della prima campanella non segna solo l’inizio della scuola ma l’inizio di un cammino. Zaino, computer, merenda e il cuore in trepidazione…

Sono un’insegnante di sostegno della scuola secondaria di primo grado e, nonostante le fatiche che questo comporta, non posso tacere la gratitudine che provo. L’anno appena trascorso mi ha insegnato più di quanto avrei immaginato. I ragazzi, se prendi sul serio questo lavoro, ti costringono a metterti in ascolto, a cambiare ritmo, ad adeguare il tuo passo al loro.

M. è stato per me una benedizione ma al tempo stesso una sfida. Nove mesi di scuola “estremi”, fatti di provocazioni, pianti, contrasti. Secondo la diagnosi M. è un ragazzo oppositivo provocatorio, “difficile da gestire”, ma, come per tutti i ragazzi che hanno molto sofferto, essa non è che la punta dell’iceberg.

Il primo giorno di scuola sono stata completamente ignorata e rifiutata. Passa un mese e i contrasti sono all’ordine del giorno. Allora cambio direzione: metto da parte lezioni, voti, compiti. Non è questa la strada. Alcune volte ci fermiamo a parlare: lui ha voglia di raccontare, parla della casa in Molise, dei film, degli zii, ma anche di situazioni difficili del suo passato. Io ascolto e basta. Ecco la strada!

Giorno dopo giorno si delinea l’obiettivo: «Se a fine anno M. si sarà sentito, anche in minima parte, voluto bene, avremo vinto tutti». Ma perché M. si sentisse voluto bene avrei dovuto volergli bene veramente. Con i ragazzi non si può mentire, hanno un sesto senso per l’autenticità.

Ho imparato così a voler bene a M., a non spaventarmi delle sue reazioni, a rimanergli di fronte, dimostrandogli che le sue fragilità non mi spaventavano, che mi interessava veramente di lui e che sarei rimasta fino alla fine. A volte sono affiorate le lacrime, altre tornavo a casa con una sensazione di fallimento, ma nel cuore risuonava un pensiero: «Il bene lascia sempre un segno».

Il tempo trascorso ad ascoltarlo, a condividere una merenda, il calore dei colleghi, il senso di famiglia hanno fatto sì che lui si sentisse voluto bene.

Tengo attaccato in casa un biglietto che mi scrisse al termine di una brutta crisi: «Ti odio con affetto». Le parole più belle mai lette. Parole che mi ringraziavano per non essermene andata.

In fondo tutti i ragazzi hanno bisogno di questo: adulti che rimangano, che siano al loro fianco, che “sprechino” il loro tempo con loro, che abbiano il coraggio di fermarsi, guardarli negli occhi e dire con la loro presenza: «Non me ne vado, resto».

Il giorno dell’esame orale M. mi ha chiesto di restargli accanto. Nove mesi di scuola sono il tempo di una gestazione, il tempo che ci è concesso per lavorare il terreno di molti cuori: il tempo della fatica, della pazienza, della cura. Nove mesi sono il tempo per insegnare, per lasciare nel cuore dei ragazzi una traccia d’amore.

Elisa O.

Cara Elisa, «ti odio con affetto». Capisco perché tu abbia conservato quel biglietto: dietro quelle quattro parole apparentemente contraddittorie c’è probabilmente il senso di un intero anno scolastico. M, a modo suo, ti stava dicendo: hai resistito anche quando ho cercato di mandarti via. Sei rimasta.

Mi colpisce all’inizio dell’anno scolastico che sta per cominciare soprattutto questo verbo che ritorna nella tua lettera: rimanere. Perché educare significa certamente trasmettere conoscenze, insegnare a ragionare, offrire strumenti per affrontare la vita. Ma prima ancora significa esserci. E non soltanto quando un ragazzo corrisponde alle nostre aspettative. Restare quando provoca, quando si chiude, quando sembra rifiutare proprio quell’aiuto del quale avrebbe più bisogno. Tu racconti di aver compreso a un certo punto che dietro una diagnosi e un ragazzo “difficile da gestire” c’era molto altro.

Questo non significa che l’affetto possa sostituire la competenza professionale, le regole o l’apprendimento. Un insegnante deve rimanere un insegnante. Significa però ricordare che davanti a noi non abbiamo mai una diagnosi, un voto, un problema disciplinare: abbiamo una persona. E ogni persona, soprattutto mentre cresce, ha bisogno di incontrare qualcuno che sappia guardare oltre i suoi comportamenti.

Trovo molto bella anche un’altra tua espressione: con i ragazzi non si può mentire. È vero. Hanno uno straordinario radar per riconoscere l’autenticità degli adulti. Possiamo pronunciare magnifici discorsi sull’ascolto e sull’accoglienza, ma capiscono rapidamente se siamo realmente interessati a loro oppure se stiamo semplicemente svolgendo una funzione. È una domanda che riguarda noi adulti.

I nostri ragazzi hanno moltissime connessioni, informazioni, opportunità. Ma hanno bisogno di qualcuno che “sprechi” tempo con loro. Un genitore, un insegnante, un educatore, un sacerdote capace di fermarsi e ascoltare senza guardare continuamente l’orologio.

Paragoni, poi, i nove mesi della scuola a una gestazione. È un’immagine molto efficace. L’educazione richiede infatti il tempo del seme: si prepara il terreno, si semina, si annaffia e spesso non si vedono immediatamente i risultati. A volte pensiamo di avere fallito. E invece non possiamo pretendere che ogni seme germogli secondo i nostri tempi. Altri raccoglieranno, come insegna Gesù («Uno semina e l’altro miete. Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica», Giovanni 4,37-38). Ma noi possiamo e dobbiamo fare la nostra parte. Possiamo esserci, con competenza, pazienza e verità. Perché quel tuo pensiero, «il bene lascia sempre un segno», contiene qualcosa di profondamente evangelico. Non sappiamo quando quel segno tornerà alla luce, né quali frutti porterà. Possiamo però continuare a seminare.

E qualche volta accade che un ragazzo, con il suo linguaggio imprevedibile, ci faccia intravedere che qualcosa è già germogliato.

Magari scrivendoci semplicemente: «Ti odio con affetto».