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Ho guardato con interesse, in Tv, qualche sera fa il film su Giovanni Pascoli dal titolo Zvanì. Tanti si sono chiesti se era credente. Non lo fu nel senso dogmatico del termine, ma non fu neppure ateo.
Fu un uomo religiosamente inquieto, segnato da una crisi di fede che si tradusse in una religiosità sentimentale, etica e simbolica. In età adulta non aderì più alla fede cattolica come sistema di verità certe. Nei suoi testi non c’è una fede salvifica chiara, né l’idea di una Provvidenza che ripari il male. Tuttavia, non nega Dio e non afferma neanche che il mondo sia puro caso. È solo ossessionato dall’idea che qualcosa c’è, ma non si lascia afferrare. Una religiosità del mistero, non della dottrina.
Luciano Verdone
È vero, la religiosità del poeta della Cavallina storna fu intima e inquieta, lontana dalla fede dogmatica. Dio è avvertito come mistero e, insieme, bisogno di consolazione, più che come certezza. Nei suoi versi emergono il dolore, il senso del male e il desiderio di protezione, affidati tutti a una religiosità del “cuore”, un po’ infantile e umana, segnata dal dubbio e dalla compassione. Merito del film di Giuseppe Piccioni aver mostrato questa attitudine di Pascoli, oggi così comune tra i nostri contemporanei.





