Caro don Stefano, ero ancora giovanissimo quando incontrai il mio primo ed unico amore. Otto anni di fidanzamento, poi le nozze a cui seguirono 54 anni di vita felice insieme. Lei era perfetta, mai un lamento, sempre positiva anche nei numerosi momenti difficili che la vita gettava nel nostro cammino. Abbiamo girato il mondo vivendo in numerosi paesi, alcuni pericolosi e difficili. Ognuno era una sfida. Lei mi ha sempre sostenuto. Era al mio fianco nel momento del bisogno. Tra noi una simbiosi totale. Ogni decisione condivisa. Tutti le volevano bene. Portava e distribuiva la sua pace e serenità a chiunque incontrasse. Io ero fortunato, e anche lei era felice.

L’unica volta in cui mi nascose qualcosa fu dieci anni dopo il nostro matrimonio. Eravamo a Kabul e mi disse: «Devo tornare in Italia. Tu resta, vado da sola. Ho un male che dicono sia incurabile. Non ti preoccupare, non credo ai mali incurabili, sono sicura che guarirò». Pregai molto. Ero disperato e mi sono rifugiato nella mia fede. Lei smentì i pronostici dei medici, sconfisse la malattia e riprendemmo per molti anni ancora la nostra felice vita insieme. Dio mi aveva ascoltato. Lo ringraziai profondamente.

Cinque anni dopo celebrammo le nostre nozze d’argento. Poi arrivarono quelle d’oro. Ma un giorno, più di 44 anni dopo il primo intervento, un accadimento prese il sopravvento. Mi fu portata via. La nostra felicità era troppo grande. Dio decise che doveva porvi termine. Lei era troppo bella, la volle con sé. Lui è l’Onnipotente, e faceva la sua volontà. Lo pregai nuovamente, ma a nulla sono valse le mie suppliche. A nulla servirono le nuove attenzioni e cure dei medici. Ci dissero di metterci l’anima in pace. Non poteva più essere curata. Lei non si lamentò mai. Per quattro lunghi anni e fino all’ultimo momento combattette una lotta impari. Alla fine, un pomeriggio, si arrese e si addormentò per non svegliarsi più, serenamente, come sempre aveva vissuto. Come era il suo nome: Serena.

Io fui gettato nel baratro più profondo. Dio me l’aveva tolta. L’aveva voluta con sé. La nostra felicità era troppo grande e aveva deciso di porvi fine. Mi aveva distrutto. Mi aveva tolto ogni ragione di essere. Sono trascorsi ormai dieci mesi e non riesco a venirne fuori. Mi chiedo perché dovrei continuare a lottare senza di lei. A quale scopo? Ecco dunque il mio dilemma. Credere in Dio e insultarlo in ogni momento, oppure non credere nella sua esistenza, disconoscendo tutti gli insegnamenti religiosi che mi hanno accompagnato nella vita? È questo il bivio che mi trovo ora a dover affrontare.

Cesare Capitani

Caro Cesare, grazie della testimonianza dell’amore grande che hai vissuto con Serena. Quello che vivi è un dolore grande, vero, profondamente umano. Non c’è nulla, nella tua esperienza, che sia fuori dalla fede: al contrario, è dentro il cuore stesso della fede cristiana, che non è fatta di risposte facili, ma di attraversamenti, di notti, di silenzi di Dio. Hai vissuto un amore raro, lungo una vita intera, fedele e fecondo. Cinquantaquattro anni di matrimonio non sono solo un tempo: sono una storia sacra, un luogo in cui Dio stesso ha abitato. Serena, non è stata soltanto una compagna: è stata un dono, un riflesso concreto della grazia di Dio nella tua e nella sua vita. E questo dono non viene cancellato dalla morte.

Comprendo la tua domanda, che è anche una ferita: «Perché Dio me l’ha tolta?». Per i cristiani Dio non è colui che sottrae per capriccio o per gelosia della felicità umana. Non è un Dio che spezza ciò che è bello. La morte, il dolore, la separazione non sono voluti da Dio come punizione o come misura della fine della nostra gioia. Sono parte di una condizione umana ferita, che Cristo stesso ha voluto attraversare fino in fondo nella sua Pasqua. Oggi ti trovi davanti a un bivio che in realtà è una tentazione: o credere e insultare Dio, o non credere più. Ma la fede vera conosce una terza via: restare, feriti, anche senza capire. Anche gridando. Anche dicendo a Dio: «Non ti riconosco più». Questo non rompe la relazione, la rende semmai più vera.

Pensa a quante volte nei Salmi l’uomo si rivolge a Dio con parole dure, quasi di accusa (leggiti i versetti 2 e 3 del Salmo 22). Eppure, anche quella è preghiera. Anche la tua rabbia può diventare preghiera. Anche il tuo smarrimento può essere offerto. Non sei stato privato della tua felicità: l’hai vissuta pienamente. E questo è un dono immenso, che nessuno ti potrà togliere. Serena ha portato nella tua vita e nel mondo pace, serenità, luce. Ora quella luce non è scomparsa: è custodita in Dio. E, in modo misterioso ma reale, continua a vivere anche in te. Il tempo che stai vivendo è il tempo del lutto, e il lutto non si risolve: si attraversa. Non ti si chiede di “venirne fuori” in fretta. Ti si chiede, piuttosto, di non chiuderti alla speranza, anche quando questo sembra umanamente impossibile.

Qual è allora lo scopo di continuare? Non c’è una risposta teorica, ma solo una presenza da coltivare: continuare a vivere è, oggi, un atto di fedeltà all’amore che avete condiviso per tanti anni. È portare nel mondo, anche con la fatica che ti è richiesta, quel bene che avete costruito insieme. Forse un giorno – non subito forse – potrai scoprire che il legame con tua moglie non è finito, ma trasformato. Che lei non è perduta, ma affidata. E che Dio non te l’ha tolta, ma la custodisce in una pienezza che ora a noi sfugge.

Nel frattempo, non aver paura di restare così come sei: ferito, confuso, anche arrabbiato. Dio sa abitare anche questi luoghi. E non smette di starti accanto, proprio lì dove senti di averlo perduto.

E noi tutti con te, in quella comunione spirituale intrisa di preghiera che anticipa la definitiva comunione in Dio, quando Egli «tergerà ogni lacrima dai loro occhi; quando non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Apocalisse 21,4-5).