PHOTO
Lc 16,1-8 - Venerdì della XXXI Settimana del Tempo Ordinario
«Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza». La storia che il Vangelo di Luca ci racconta oggi non è l’elogio della furbizia. È la risposta più bella che Gesù si inventa per rispondere a certi pensieri che, a un certo punto, affiorano nella nostra testa. Arrivano quando ci accorgiamo di aver sprecato tanta parte della nostra vita e di non poter più tornare indietro per aggiustare il nostro passato. È lì che di solito ci fermiamo.
Restiamo a fissare quello che abbiamo rovinato e ci convinciamo che ormai non c’è più niente da fare. Il passato diventa così una prigione. E il rimpianto ne custodisce la porta chiusa. Ma Gesù ci suggerisce un’altra strada. Se io non posso aggiustare il mio passato, posso però decidere che cosa fare del resto della mia vita. Posso decidere di impiegare il tempo che mi rimane amando, sapendo che quell’amore non ha il potere di cambiare il passato, ma ha il potere di riscattarmi da quel passato.
L’amministratore non può più restituire ciò che ha sperperato, ma può ancora usare ciò che ha tra le mani per farsi degli amici. Anche noi possiamo farlo. Possiamo prendere il tempo, le energie, le capacità che ci restano e trasformarli in bene concreto per qualcuno. Se abbiamo sbagliato tanto nella vita, non dobbiamo semplicemente piangere tanto: dobbiamo amare tanto di più. È questa la contropartita delle cose che non si possono più aggiustare. Il rimorso ci lascia chiusi dentro quello che è stato, l’amore invece ci rimette in movimento verso quello che ancora può essere.
Aveva ragione la Scrittura quando ci diceva che «la carità copre una moltitudine di peccati» (1Pt 4,8). Non li nasconde, non finge che non ci siano stati. Li avvolge, li trasforma, li rende perfino il punto di partenza di una vita nuova.





