Per Donald Trump non è una buona notizia: i cattolici americani non sono più una certezza elettorale per il Partito repubblicano. Alle elezioni di metà mandato di martedì scorso, dalle quali il presidente è uscito pesantemente sconfitto, il voto cattolico si è diviso quasi a metà, con un lieve vantaggio dei democratici: 50 per cento contro 49. Un risultato che segna una discontinuità rispetto alle presidenziali del 2024, quelle del bis trumpiano alla Casa Bianca, quando il 59 per cento aveva scelto i repubblicani e soltanto il 39 per cento i democratici. Più che una conversione di campo, è il segnale di un elettorato che torna a fare i conti con le proprie priorità e non sembra più disposto a seguire Trump per appartenenza politica o religiosa come hanno scritto, nell’analisi del voto, America Magazine, la rivista dei gesuiti statunitensi, e Religion News Service (RNS), agenzia americana specializzata nell’informazione religiosa. Le analisi delle due testate, incrociate con una ricerca condotta prima del voto dal Center for Applied Research in the Apostolate (CARA) della Georgetown University e con un sondaggio del Pew Research Center, restituiscono l’immagine di un cattolicesimo americano tutt’altro che omogeneo. E soprattutto suggeriscono che il rapporto con Trump non può essere spiegato soltanto attraverso le appartenenze religiose o le dichiarazioni del Papa e dei vescovi.

L’economia prima della religione

«Non credo che sia stata un’elezione religiosa. Penso che sia stata sostanzialmente un’elezione economica, un’elezione sull’inflazione, un’elezione di insoddisfazione nei confronti di Trump», è stata l’analisi di Ryan Burge, politologo, studioso della religione e professore alla Washington University di St. Louis, intervistato da Religion News Service. Burge invita a non interpretare il risultato come una presa di posizione dei cattolici contro il presidente sul terreno dei valori o della fede. A suo giudizio, a orientare il voto sono state soprattutto le difficoltà economiche, il caro-vita e la crescente insoddisfazione per l’operato dell’amministrazione repubblicana, come ha detto anche ad America Magazine: «È una questione di economia che va male. Sia chiaro: è questo il tema di tutta questa elezione. L’economia andava male». Non si tratta di un’interpretazione isolata. Una ricerca del CARA, realizzata tra maggio e giugno 2026 su 2.401 cattolici adulti, aveva già individuato le priorità degli elettori. Il costo della vita e l’inflazione erano indicati come questioni importanti dal 73 per cento degli intervistati, seguiti dalla disoccupazione (45 per cento), dalla povertà, dalla fame e dall’emergenza abitativa (43 per cento). L’immigrazione si collocava al quarto posto, con il 41 per cento. Il dato suggerisce che, prima ancora delle elezioni, tra i cattolici americani fosse forte la preoccupazione per le condizioni materiali delle famiglie e per le disuguaglianze sociali.

Le operazioni di voto in un seggio di Detroit, in Michigan
Le operazioni di voto in un seggio di Detroit, in Michigan

Le operazioni di voto in un seggio di Detroit, in Michigan

(EPA)

La frattura tra cattolici bianchi e ispanici

Il dato complessivo del 50 per cento ai democratici e del 49 ai repubblicani nasconde però differenze profonde. La più evidente riguarda la provenienza etnica degli elettori. Secondo gli exit poll di Nbc News, il 56 per cento dei cattolici bianchi ha votato repubblicano, mentre il 65 per cento dei cattolici ispanici ha scelto i democratici. Tra i cattolici afroamericani il voto democratico ha raggiunto l’87 per cento, anche se in questo caso il campione degli intervistati è sensibilmente più piccolo.

Anche l’età e il genere hanno inciso sugli orientamenti elettorali. Tra i cattolici sotto i 29 anni il 65 per cento ha votato democratico; tra gli uomini cattolici, invece, il 55 per cento ha scelto i repubblicani. Le donne cattoliche hanno premiato i democratici con il 54 per cento dei voti.

È soprattutto il comportamento dei cattolici latinoamericani a meritare attenzione. La loro esperienza quotidiana è stata segnata dalle politiche migratorie dell’amministrazione Trump, dalle retate degli agenti dell’Ice e dal clima di paura che si è diffuso in molte comunità tanto da spingere nei mesi scorsi diverse diocesi, tra cui quelle di San Bernardino, Columbus e Indianapolis, a concedere la dispensa formale dal precetto domenicale e festivo per proteggere i fedeli dal rischio di arresto, detenzione ed espulsione da parte degli agenti anti-immigrazione dell’Ice.

Un’esperienza che si è fatta sentire al momento del voto, come ha spiegato Nicholas Hayes-Mota, docente di studi religiosi alla Santa Clara University, al Religion News Service: «Sospetto che per i cattolici latinoamericani ciò che dice il Papa o i vescovi conti molto meno della loro esperienza diretta dell’impatto delle politiche migratorie del presidente Trump sulle proprie comunità». Per molti cattolici di origine latinoamericana, infatti, la questione migratoria non è una disputa astratta tra partiti, ma riguarda familiari, amici, vicini di casa, persone che frequentano le stesse parrocchie e che sono state coinvolte nelle operazioni di controllo e rimpatrio.

Un giudizio sempre più critico su Trump

Che il rapporto tra il presidente e una parte consistente dell’elettorato cattolico si fosse raffreddato lo confermava già un’indagine del Pew Research Center pubblicata a ottobre. L’approvazione dell’operato di Trump tra i cattolici era scesa dal 47 per cento del gennaio 2025 al 30 per cento dell’ottobre 2026. Il 67 per cento esprimeva invece un giudizio negativo. La disapprovazione era ancora più marcata tra i cattolici ispanici: soltanto il 18 per cento approvava l’operato del presidente, contro il 78 per cento che lo giudicava negativamente. Tra i cattolici bianchi l’approvazione era al 39 per cento. Il risultato delle elezioni di midterm arriva dunque al termine di mesi nei quali si sono accumulate le tensioni tra la Casa Bianca e la Chiesa di Leone XIV: le critiche del Pontefice alla guerra in Iran, le sue prese di posizione in difesa dei migranti, le polemiche seguite agli attacchi personali di Trump e gli interventi di diversi cardinali e vescovi americani. Sarebbe tuttavia azzardato attribuire direttamente solo a queste tensioni il cambiamento del voto.

Un sostenitore di Donald Trump alla festa elettorale di Ken Paxton a Dallas, in Texas, prima del voto
Un sostenitore di Donald Trump alla festa elettorale di Ken Paxton a Dallas, in Texas, prima del voto

Un sostenitore di Donald Trump alla festa elettorale di Ken Paxton a Dallas, in Texas, prima del voto

(EPA)

Una Chiesa che non vota in blocco

La ricerca del CARA aiuta a comprendere anche un altro aspetto: non esiste un unico orientamento politico dei cattolici americani. Prima delle elezioni, il 34 per cento degli intervistati si identificava con i democratici, il 32 con i repubblicani e il 34 si dichiarava indipendente. Le differenze erano ancora più evidenti sul piano etnico: tra i cattolici ispanici il 43 per cento si riconosceva nel Partito democratico, percentuale che saliva al 54 tra gli afroamericani e scendeva al 28 tra i cattolici bianchi non ispanici. Anche la distribuzione ideologica era sostanzialmente equilibrata: il 33 per cento si definiva liberal, il 31 conservatore e il 36 moderato.

È in questa pluralità che va letto il risultato del 3 novembre. I cattolici bianchi continuano a rappresentare una componente importante dell’elettorato repubblicano, mentre quelli ispanici e più giovani si orientano in misura maggiore verso i democratici. Nel mezzo ci sono elettori che valutano le scelte politiche anche alla luce delle condizioni economiche, della pace, della giustizia sociale e della tutela della dignità umana.

La conclusione è che il voto cattolico non può essere considerato tout court una bocciatura religiosa per Trump ma neanche una conversione collettiva al Partito democratico. È piuttosto il segnale di un elettorato composito, nel quale l’identità di fede non coincide automaticamente con quella politica. E per la Chiesa americana, che da tempo cerca di parlare a sensibilità diverse senza lasciarsi assorbire dalla polarizzazione partitica in cui è precipitato il Paese, questa è forse la lezione più importante delle elezioni di metà mandato.