Tre sono i personaggi emblematici che sfilano e dialogano con Gesù nei cc. 3-4 del Vangelo di Giovanni. Il primo, Nicodemo, è quello che ora faremo salire sulla ribalta; la seconda è una donna samaritana che abbiamo già presentato in passato nel suo intenso colloquio con Gesù; il terzo è un funzionario del re Erode Antipa, forse pagano, come il centurione romano di un racconto parallelo dei Vangeli sinottici. Dicevamo che i tre sono anche “emblemi” perché Nicodemo incarna l’ortodossia ebraica, dato che è definito «capo dei Giudei» e membro del Sinedrio ove difenderà Gesù (7,50-51); la Samaritana incarna l’eterodossia perché il suo era un popolo considerato eretico dall’Israele biblico (Siracide 50,25-26) e, infine, il funzionario che potrebbe essere un pagano. Siamo, quindi, di fronte a una triade religiosa diversificata.
Ritorniamo al nostro protagonista, Nicodemo, il cui incontro con Gesù avviene in segreto in una notte gerosolimitana forse di vento, come vedremo. Egli è entrato nella tradizione evangelica successiva quasi come un cristiano anonimo anche perché «portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di aloe» per le onoranze funebri del corpo di Gesù (Giovanni 19,39).
Anzi, a lui nel IV secolo sarà intitolato anche un Vangelo apocrifo giunto a noi in greco e in versione copta e latina, che assegna largo spazio alla figura di Pilato, tanto da avere come titolo originario gli Atti di Pilato. Non possiamo poi ignorare le intense Lettere di Nicodemo, il capolavoro del romanziere polacco Jan Dobraczynski, morto nel 1994.
Parlavamo sopra, un po’ liberamente, di una notte ventosa quando avvenne l’incontro con Gesù descritto da Giovanni (3,1-21), una pagina stupenda da leggere a cui possiamo solo rimandare a causa dell’intensità di quel dialogo che in realtà finisce in un monologo solenne e potente di Cristo. Noi facciamo cenno a una frase di Gesù: «Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove venga né dove vada: così è chiunque è nato dallo Spirito».
Si gioca sul duplice valore in greco e in ebraico di pnéuma / rûah, “vento” e “spirito”. È per questa via che Cristo prima aveva dichiarato: «Se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio». L’apertura di Nicodemo è evidente nel suo confronto con questo straordinario Maestro, ma rimane sospesa. Egli viene nella notte e sfuma nella notte: come si diceva, alla fine sulla scena rimane solo Gesù le cui parole si fanno sempre più potenti e solenni.
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui». Già si profila la croce di Cristo, «innalzata» tra cielo e terra come segno di salvezza e speranza, avvolta nella luce della Pasqua: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così è necessario che sia innalzato il Figlio dell’uomo…». È ciò che Cristo ripeterà verso la fine della sua vita terrena dichiarando: «Quando sarò innalzato da terra, io attirerò tutti a me» (12,32).


