Un cappuccio nero calato sulla testa, la mano stretta a quella del Papa vestito di bianco. Basta una fotografia, diffusa mercoledì pomeriggio dalla Sala Stampa vaticana, per capire che nel Palazzo Apostolico è entrato qualcosa che non somiglia a nessuna udienza. Bob Dylan, 85 anni, è in Italia con il Rough and Rowdy Ways Tour: dopo Milano canta stasera a Roma, al Palazzo dello Sport, poi sarà a Bologna. Prima del palco ha voluto vedere Leone XIV, il (primo) Papa americano. Il pontefice gli ha donato un rosario. Lui ha ricambiato con un libro: Chronicles – Volume 1, la sua autobiografia.

L’incontro è stato breve, riferiscono i media vaticani: saluti e battute, seduti a un tavolo. Nessun comunicato sui temi, nessuna dichiarazione congiunta. C’erano padre Antonio Spadaro, che ha reso possibile l’udienza, e Andrea Monda, direttore dell’Osservatore Romano. Spadaro ha parlato di un incontro «dal sapore della storia» e ha aggiunto che il Papa conosce la musica di Dylan e che Dylan era contento di conoscere il Papa americano.

Le canzoni e la bomba

Che il discorso cadesse sulla pace non sorprende. Nel luglio scorso Leone XIV ha firmato la prefazione di un volume della Libreria editrice vaticana, Disarmata e disarmante. La pace è un dono, e per parlare della bomba atomica ha scelto un Dylan sconosciuto ai più: Go Away You Bomb, testo di protesta scritto nel 1963, in piena Guerra fredda, mai inciso, il cui manoscritto è riemerso solo nel 2013.

Il Papa ne ha ripreso il verso più duro, quello che chiama in causa l’uomo: è lui che ha fatto l’ordigno, lui che lo possiede, lui che lo maneggia. Nel libro quei versi servono anche a mettere in guardia dai bombardamenti decisi dagli algoritmi dell’intelligenza artificiale. Non è una canzone da stadio, è una scheggia di coscienza. E nella stessa giornata, all’udienza generale, Leone aveva ricordato con Francesco che la guerra è un fallimento della politica e dell’umanità.

Il ragazzo di Hibbing

Ma chi è, nelle sue mille sfaccettature umane e artistiche, l’uomo vestito di nero salito al Palazzo Apostolico? Robert Allen Zimmerman nasce a Duluth, in Minnesota, il 24 maggio 1941 e cresce a Hibbing, città mineraria, in una famiglia ebrea i cui nonni erano arrivati da Odessa e dalla Lituania. Ascolta la radio, il blues e il country delle stazioni di Shreveport, poi il rock and roll: nell’annuario del liceo scrive di voler «conoscere Little Richard». Poi un disco di Odetta, la chitarra elettrica venduta per comprarne una acustica, il folk, che gli pare più vero perché dentro ci sono disperazione, trionfo, fede. Nel gennaio del 1961 va a New York a trovare Woody Guthrie, malato in un ospedale del New Jersey. Ha già un nome nuovo: legge i versi di Dylan Thomas, e la lettera D, dirà, «acquistava sempre più forza».

In pochi anni è il Greenwich Village. Con Blowin’ in the Wind e A Hard Rain’s A-Gonna Fall, uscita dopo la crisi dei missili di Cuba, il movimento per i diritti civili lo adotta; nel 1963 canta con Joan Baez alla marcia su Washington. Gli vogliono cucire addosso il ruolo del profeta. Lui non ci sta: nel 1964 It Ain’t Me Babe sembra una canzone d’amore ed è un congedo. Qui comincia la sua vera genialità: non essere ciò che gli altri hanno già deciso che sia.

A Complete Unknown

Il film di James Mangold, con Timothée Chalamet, che lo interpreta, racconta questo passaggio: lo sconosciuto che arriva a New York e il cantautore troppo noto che, a Newport, rifiuta di restare ingabbiato. Il 25 luglio 1965 sale sul palco del festival folk con una band elettrica e viene fischiato. Per lui il folk è la tradizione delle ballate, delle Bibbie e della morte, non un catechismo politico; il suo pubblico lo vorrebbe chiuso a chiave.

Nello stesso anno escono Bringing It All Back Home e Like a Rolling Stone, oltre sei minuti, mai visti in un singolo di successo, da cui il film prende il titolo: Springsteen la ricorderà come un calcio alla porta della mente, Rolling Stone la metterà al primo posto tra le cinquecento migliori canzoni di sempre. Poi Highway 61 Revisited e Blonde on Blonde, primo doppio album del rock. Nel 1966, a Manchester, un fan gli grida «Giuda!»: Dylan risponde che non gli crede e ordina alla band di suonare forte.

Da Nashville al mondo

Dopo l’incidente in moto del luglio 1966 e mesi di silenzio, John Wesley Harding è un disco asciutto, sospeso tra il West e la Bibbia: il testo di All Along the Watchtower deriva dal libro di Isaia. Poi Nashville Skyline, 1969, country puro, voce calda, duetto con Johnny Cash, che fu suo alleato alla Columbia quando nessuno ci scommetteva. Quella radice di radio, blues e country è la stessa che poi lo porta ovunque: dal 1988 il Never Ending Tour lo spinge nei teatri di tutto il pianeta. Dieci Grammy, un Oscar nel 2001 per Things Have Changed, il Pulitzer nel 2008, la Medal of Freedom nel 2012. E il 13 ottobre 2016 il Nobel per la letteratura, primo cantautore a riceverlo.

ANSA

Il filo della pace, del resto, non si è mai spezzato. Nel 1975 scrive Hurricane per sostenere l’innocenza del pugile Rubin Carter, condannato per triplice omicidio, e la porta in ogni data del tour successivo. Nel 1985, al Live Aid, davanti a più di un miliardo di spettatori, chiede di destinare una parte dei soldi ai contadini indebitati con le banche: la frase, criticata come fuori luogo, ispira a Willie Nelson il Farm Aid.

epa05583832 The records 'At Budokan' (top, L-R), 'Another side of Bob Dylan', 'Blonde on Blonde, 'Emprie Burlesque' (bottom-C) and 'Infields' (bottom-R) by US singer-songwriter Bob Dylan lie in a record store in Munich, Germany, 13 October 2016. Dylan won the 2016 Nobel Prize in Literature, the Swedish Academy announced in Stockholm on 13 October 2016. EPA/SVEN HOPPE ILLUSTRATION
epa05583832 The records 'At Budokan' (top, L-R), 'Another side of Bob Dylan', 'Blonde on Blonde, 'Emprie Burlesque' (bottom-C) and 'Infields' (bottom-R) by US singer-songwriter Bob Dylan lie in a record store in Munich, Germany, 13 October 2016. Dylan won the 2016 Nobel Prize in Literature, the Swedish Academy announced in Stockholm on 13 October 2016. EPA/SVEN HOPPE ILLUSTRATION
I dischi "At Budokan" (in alto, da sinistra a destra), "Another Side of Bob Dylan", "Blonde on Blonde", "Empire Burlesque" (in basso al centro) e "Infidels" (in basso a destra) del cantautore statunitense Bob Dylan si trovano in un negozio di dischi a Monaco, in Germania, il 13 ottobre 2016. Bob Dylan ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura 2016, come annunciato dall'Accademia svedese a Stoccolma il 13 ottobre 2016. EPA/SVEN HOPPE ILLUSTRATION (EPA)

Nel 1991, ricevendo il Grammy alla carriera, a guerra del Golfo appena cominciata, canta Masters of War. Non è mai stato un pacifista di professione: è uno che, quando il mondo prende le armi, trova il modo di dirlo in una canzone.

Si è detto in fretta che Dylan lo avrebbe rifiutato. Non è andata così. Tacque per quindici giorni, poi fece sapere di accettare e di essere rimasto senza parole. A Stoccolma, il 10 dicembre, non andò: altri impegni, fece dire all’Accademia. Al suo posto Patti Smith cantò A Hard Rain’s A-Gonna Fall, si emozionò, ricominciò da capo e fu applaudita a lungo. Dylan ritirò medaglia e diploma in privato, in un hotel, nell’aprile 2017; a giugno arrivò la lezione. Non rifiutò il premio, mancò alla cerimonia: ancora una volta, a modo suo.

Una fede senza etichette

Resta la parte più difficile da raccontare. Il rosario è un oggetto cattolico, ma Dylan cattolico non è: ebreo di nascita, a fine 1978 dice di aver sentito una presenza nella stanza e diventa cristiano rinato, frequenta una scuola biblica evangelica in California e incide Slow Train Coming e Saved.

Dal palco ripete che Gesù Cristo è la risposta; molti fan lo abbandonano. Poi la fede prende altre strade. Nel 1997 spiega a Newsweek di aver trovato religiosità e filosofia nella musica e altrove no: «Io credo nelle canzoni». Quello stesso anno, a Bologna, canta davanti a Giovanni Paolo II al Congresso eucaristico, duecentomila persone, e il Papa costruisce il sermone su Blowin’ in the Wind.

Per questo quel rosario pesa. Dylan non è un convertito da esibire né un santino da appendere: è un uomo che da più di sessant’anni fa domande e sa che la risposta, come cantava, soffia nel vento. Leone gli ha dato la corona di una preghiera fatta di ripetizione e attesa; lui ha lasciato un libro di memorie, la prova che un’identità si costruisce scegliendo, ogni volta, chi non essere. Non sappiamo che cosa si siano detti. Sappiamo che cosa hanno scelto di portarsi dietro: una preghiera e una storia. E se qualcuno, nel buio di un palasport, aspetta ancora una risposta, forse è il momento di ascoltare la domanda.