Tutti invitati, buoni e cattivi

C’è una festa preparata da tempo, la tavola è apparecchiata, tutto è pronto ma gli invitati non arrivano. Da qui prende avvio la parabola raccontata da Gesù nel Vangelo di questa domenica. Un’immagine che sorprende perché a preparare il banchetto è un re e l’occasione è una festa di nozze per suo figlio. Ci si aspetterebbe che un invito simile fosse accolto con entusiasmo. E invece gli invitati trovano altro da fare: uno va al campo, un altro pensa ai propri affari, altri ancora reagiscono con ostilità.

Il racconto sembra quasi voler fotografare una situazione molto più vicina alla nostra di quanto si possa pensare. Non sempre, infatti, ci si allontana dalle cose importanti con una scelta precisa. Più spesso succede lentamente, lasciandole semplicemente da parte. Ci sono sempre altre urgenze, altri appuntamenti, altre preoccupazioni che sembrano meritare attenzione. Così anche ciò che un tempo aveva un posto centrale nella vita può finire ai margini, senza drammi e senza grandi decisioni, semplicemente perché ci si è abituati a farne a meno. Davanti al rifiuto degli invitati, la festa però non viene annullata. Il re manda i suoi servi per le strade e li invita a raccogliere tutti quelli che incontrano. La sala si riempie di persone molto diverse tra loro, «buoni e cattivi», dice il Vangelo. È un’immagine che allarga improvvisamente l’orizzonte del racconto: la festa non appartiene a un gruppo ristretto e non è il premio riservato a chi si considera migliore degli altri. La porta è aperta e l’invito raggiunge anche chi non avrebbe mai pensato di riceverlo.

È proprio questo uno dei tratti più belli della pagina evangelica, che trova un’eco immediata nella I lettura (Isaia 25,6-10). Il profeta Isaia, molti secoli prima, aveva immaginato il futuro come un grande banchetto preparato da Dio «per tutti i popoli»: vino, cibi abbondanti, una tavola finalmente libera dalle paure e dalle tristezze che accompagnano la vita. E soprattutto un Dio capace di asciugare le lacrime. La festa diventa così il modo con cui la Bibbia racconta una promessa: quella di un mondo finalmente riconciliato, nel quale nessuno debba più sentirsi solo o abbandonato. La parabola di Matteo, però, introduce un elemento inatteso. Quando la sala è ormai piena, il re si accorge di un uomo che non indossa l’abito nuziale e lo fa allontanare. Ma se quell’uomo è stato raccolto per strada, come avrebbe potuto essere pronto per una festa di nozze?

La questione non riguarda un vestito ma è piuttosto l’immagine di qualcosa che deve accadere dentro la persona. Entrare alla festa non significa semplicemente occupare un posto, ma lasciarsi coinvolgere da ciò che sta accadendo. La fede non può rimanere una consuetudine esteriore, qualcosa che si riceve e poi si conserva senza che abbia conseguenze sulla vita. L’invito ricevuto chiede una risposta e, soprattutto, un cambiamento.

È un tema che attraversa tutto il Vangelo di Matteo: la Parola ascoltata diventa autentica quando comincia a prendere forma nelle scelte quotidiane. La “veste” è allora il modo concreto con cui una persona vive ciò che ha ricevuto. Non la perfezione o l’assenza di errori, ma una vita che prova a camminare nella direzione indicata dal Vangelo. Alla fine rimane una scena semplice e potente: una sala che rischiava di restare vuota e che invece si riempie di persone arrivate dalle strade. È forse questa la direzione verso cui conduce l’intero racconto.

Dio non smette di preparare la festa perché qualcuno ha rifiutato l’invito. Continua a chiamare e ad aprire le porte. Continua a cercare persone là dove si trovano.