La fede nell’attesa

La parabola delle dieci vergini, proposta oggi dal Vangelo di Matteo, è una riflessione sul tempo, sull’attesa e sulla responsabilità personale. Dietro la scena di una festa di nozze e di dieci ragazze che aspettano lo sposo, Gesù pone una domanda decisiva: come custodire la fede quando l’attesa si prolunga e ciò che speravamo vicino sembra invece allontanarsi? L’immagine appartiene alla vita del suo tempo. Le feste di nozze potevano protrarsi nella sera e nella notte, accompagnate da cortei e fiaccole, e lo sposo poteva arrivare dopo una lunga attesa. Matteo trasforma questa scena quotidiana in una parabola: lo sposo è Cristo, la festa richiama la pienezza del Regno di Dio e le dieci vergini rappresentano coloro che attendono il Signore.

Il punto centrale non è solo l’arrivo dello sposo, ma ciò che accade durante l’attesa. Tutte aspettano, tutte hanno una lampada, tutte finiscono per addormentarsi. La differenza emerge quando lo sposo arriva: cinque hanno portato con sé una riserva d’olio, le altre cinque no. La saggezza delle une non è nel non conoscere la stanchezza, ma nell’aver preparato ciò che sarebbe servito al momento decisivo. La vigilanza cristiana, dunque, non è una continua tensione, ma la capacità di vivere il presente con responsabilità.

È un’esperienza che conosciamo bene. Ogni attesa prolungata mette alla prova ciò che abbiamo costruito. È facile essere fedeli quando una meta appare vicina; più difficile è perseverare quando il risultato tarda, quando la preghiera sembra senza risposta e la vita quotidiana non offre conferme immediate. È proprio allora che la fede si rivela: non soltanto nei momenti intensi, ma nella quotidianità, quando continuiamo a scegliere il bene senza sapere quando arriveranno i frutti.

L’olio rappresenta così una fede alimentata nel tempo: la preghiera, la perseveranza, la carità, il perdono, la responsabilità nelle piccole cose. Non una somma di meriti con cui conquistare la salvezza, ma una vita nella quale il Vangelo è diventato criterio concreto di scelta. Una lampada senza olio può essere bella, ma non illumina; allo stesso modo, una fede soltanto dichiarata rischia di non orientare realmente l’esistenza. La I lettura presenta la Sapienza come una realtà che si lascia trovare da chi la cerca e va incontro a chi la desidera (cfr. Sapienza 6,12-16). È un’immagine che illumina anche il Vangelo: essere saggi significa riconoscere ciò che conta e preparare la propria vita a ciò che si desidera incontrare.

La parabola richiama la responsabilità personale. Quando le ragazze stolte chiedono alle altre: «Dateci del vostro olio», non possono riceverlo. Non perché Gesù approvi l’egoismo, ma perché esistono dimensioni della vita che nessuno può vivere al posto nostro. Gli altri possono sostenerci, pregare per noi e accompagnarci; nessuno, però, può credere al nostro posto o scegliere al nostro posto di cambiare vita. La fede è un dono, ma anche una risposta libera.

La conclusione è severa: le ragazze rimaste senza olio arrivano quando la porta è ormai chiusa e gridano: «Signore, Signore, aprici!». Ma la risposta è: «Non vi conosco». Non basta, dunque, parlare di Dio: occorre lasciare che il rapporto con lui trasformi la vita e le nostre scelte. Per questo Gesù conclude: «Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora». La vigilanza cristiana non è paura del futuro, ma responsabilità del presente. Non sappiamo quando arriverà il Signore, ma possiamo decidere come vivere mentre lo attendiamo. Quando arriverà il momento dell’incontro, conterà anche la luce che avremo custodito durante la notte.