Non è soltanto una questione di toponomastica, né un semplice paradosso etimologico. Che Capri tragga l’origine stessa del proprio nome dal latino caprae è memoria antica, incisa nella roccia e nella storia di un’isola che per millenni ha visto questi animali arrampicarsi lievi sui suoi precipizi. Oggi però quella convivenza ancestrale tra l’uomo, il territorio e la fauna celestiale delle alture campane sta vivendo un cortocircuito inatteso.

Il celebrerrimi faraglioni di Capri
Il celebrerrimi faraglioni di Capri

Tra i sentieri impervi del Monte Solaro e i terrazzamenti di Anacapri, il passo leggero dei ruminanti si è trasformato in un problema ecologico e strutturale. Le capre, diventate improvvisamente troppe per un ecosistema circoscritto e fragile, divorano senza sosta i giovani germogli della macchia mediterranea, la ginestra, il cisto, gli arbusti che ancorano la terra ai pendii, e finiscono per sbriciolare con i loro zoccoli i secolari muretti a secco, antica opera d'arte dell'ingegno contadino isolano.

L’intreccio con il cinema: il lascito di Mario Martone

A rendere la vicenda ancora più singolare è una ricostruzione che mescola la realtà ambientale con la finzione della settima arte. Secondo diversi residenti e le stesse autorità locali, a partire dal sindaco di Anacapri, Franco Cerrotta, ad accentuare la proliferazione e a mutare la composizione della fauna locale avrebbe contribuito, seppur involontariamente, il mondo del cinema.

Nel 2018, il regista Mario Martone sceglie l'isola per girare la sua acclamata pellicola Capri-Revolution, un film incentrato sulle vicende di una comune di artisti agli inizi del Novecento e sulla figura di una giovane pastora.

Cultura e spettacoli

Una pastorella salva gli hippy di Martone

Una pastorella salva gli hippy di Martone
Una pastorella salva gli hippy di Martone

Per le esigenze della produzione vennero portate sull'isola circa venticinque capre di una razza non autoctona, particolarmente vigorosa e riproduttiva. Finito il ciak e riposte le telecamere, non tutti gli esemplari fecero ritorno sulla terraferma. Alcuni rimasero, integrandosi con gli individui già presenti e dando vita a una popolazione ibrida e numerosa che negli anni ha colonizzato le zone più selvagge e inaccessibili dell’isola.

Tra bellezza naturalistica e rischio idrogeologico

Ciò che a un primo sguardo potrebbe sembrare un pittoresco idillio pastorale nasconde in realtà un pericolo strisciante per la tenuta del territorio. A sollevare con forza l'attenzione sul tema è stato di recente anche il procuratore generale di Napoli, Aldo Policastro, assiduo frequentatore dell'isola, che attraverso le pagine della stampa ha espresso profonda preoccupazione per l'impatto di questo fenomeno su Monte Solaro.

Quando la vegetazione viene bruciata dal pascolo eccessivo, le radici smettono di trattenere il terreno. I muretti a secco, lasciati privi di protezione e sottoposti al continuo calpestio degli animali, cedono rovinosamente, trasformandosi in pericolose pietraie. Il rischio non è soltanto estetico, ma di vero e proprio dissesto idrogeologico: rocce lesionate o divelte rischiano di rotolare a valle, minacciando sentieri e abitazioni sottostanti. In un territorio isolano, l'equilibrio della Creazione richiede una cura vigile, dove ogni elemento dell'ecosistema deve potersi armonizzare senza soffocare gli altri.

Verso una soluzione etica e rispettosa

Di fronte all'emergenza non mancano le accese polemiche. Se da un lato c'è chi in passato ha ipotizzato piani di eradicazione o trasferimenti forzati sulla terraferma, ipotesi che hanno sollevato una forte mobilitazione popolare con oltre 5.000 firme raccolte contro l'allontanamento degli animali, dall'altro lato le associazioni animaliste e i medici veterinari chiedono un approccio incruento e scientifico.

Stella Cervasio, presidente di Animal Day Aps, sostiene la necessità di intervenire con la sterilizzazione selettiva dei maschi, un'operazione già valutata dalle autorità sanitarie locali in intesa con il comune. Consentire una sterilità controllata permetterebbe di arrestare il raddoppio annuale della popolazione caprina senza arrecare sofferenza agli animali e senza decontestualizzarli dal loro habitat.

Capri si trova così di fronte a una sfida di custodia e responsabilità: preservare la bellezza selvaggia delle sue vette e tutelare la vita animale, senza però dimenticare che l'ambiente è una casa comune fragile, la cui armonia passa dal rispetto dei limiti che la natura stessa ci impone.