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«Manipolare la macchina affinché essa manipoli gli esseri umani»: è l’ultima (finora) frontiera dell’intelligenza artificiale. Lo ha spiegato il giornalista esperto di IA, Luigi (Gigio) Rancilio, intervenuto come relatore alla Scuola di formazione “Giancarlo Zizola” dell’Unione Cattolica Stampa Italiana (UCSI), che si è svolta dal 30 ottobre al primo novembre, ad Assisi, sul tema della democrazia. Con lui, il professore di Sociologia Politica dell’Università Ray Juan Carlos di Madrid Roberto Barbeito; la conduttrice e autrice RAI, Francesca Fialdini; Francesco Pira, professore di Sociologia dell’Università di Messina; Giuseppe Riggio, consulente ecclesiastico nazionale UCSI.
Rancilio, l’intelligenza artificiale mette a rischio la democrazia?
«La democrazia è a rischio, ma non è colpa delle macchine. Joseph Goebbels, ministro della propaganda nazista, diceva: “Devi ripetere una bugia cento volte, affinché suoni come verità. Se individui una persona come colpevole di qualcosa, la gente finirà col coalizzarsi contro”. E Hannah Arendt: “Chi delega la propria partecipazione democratica, è la persona ideale per le dittature, perché è la più facile da manipolare”. Noi abbiamo semplicemente trasposto nel mondo digitale quello che alcuni avevano già compreso, cioè le debolezze delle persone. Il digitale è un moltiplicatore: può moltiplicare le fragilità delle persone, arrivando a distruggerne alcune, e può moltiplicare i talenti delle persone dando loro grandissima visibilità. Ma il prima l’abbiamo costruito noi, con le nostre scelte».
È sempre all’essere umano, dunque, che dobbiamo guardare?
«Il problema è sorto quando si è cominciato a capire che l’IA poteva essere manipolata. Quando andiamo a cercare argomenti legati, per esempio, a questioni delicate come quelle politiche, o sanitarie, o economiche, l’intelligenza artificiale, addestrata con dati e informazioni ad hoc, spesso restituisce delle bugie. Ma per le molte persone che non hanno voglia di verificare, si tratta di verità. Deleghiamo alla macchina e ci accontentiamo dell’epistemia, ovvero ci illudiamo di sapere delle cose, solo perché l’IA le scrive bene. Perciò, dietro alla possibilità di manipolazione, ci sono le nostre scelte, le nostre capacità, e anche i nostri limiti. Gli esseri umani – nessuno escluso – hanno dei limiti intrinsechi legati al funzionamento del nostro cervello che, a un certo punto si stanca, e cerca delle scorciatoie cognitive, cioè il modo più facile per leggere la realtà. Non confrontiamo, non dubitiamo, non giudichiamo, lasciamo fare alla macchina, perché informarsi in maniera corretta e ampia, è faticosissimo. Siccome più stiamo dentro nei loro recinti digitali, più le piattaforme guadagnano, ci vengono offerti contenuti che ci trattengono, perché solleticano i nostri preconcetti, o ci fanno arrabbiare, o suscitano le nostre emozioni. Ed è lì che la democrazia viene messa a rischio».
I leader politici hanno imparato bene il meccanismo...
«Se non l’hanno imparato loro, l'hanno imparato i loro spin doctor. È la strada meno faticosa, quella che restituisce il maggior consenso. L'attenzione delle persone scende sempre di più, e quindi bastano pillole di pensiero, o una frase slogan. Oppure, un’invasione di contenuti. Se io ti inondo di contenuti inventati, anche se a un certo punto arriverà un contenuto reale, certificato, tu non crederai più a niente, perché penserai che tutto è stato inventato. L'OCSE registra che l'11 per cento degli italiani è analfabeta funzionale, significa che non riesce a comprendere testi o discorsi complessi. Bisogna tornare a valorizzare il ruolo degli insegnanti, che non devono preoccuparsi di non essere esperti di IA; devono educare al pensiero e alla coscienza critica».
Un esempio di fake news recente?
«L’8 ottobre, Kiev ha colpito con dei droni tre stabilimenti di Yandex, la “Google russa”, situata a Sasovo, a sud-est di Mosca. Le esplosioni hanno danneggiato i server causando notevoli disagi agli utenti che sfruttano i servizi web offerti dall'azienda. In poche ore, il traffico web è diminuito del 33 per cento. Per il presidente Zelensky la propaganda dei Bot russi era stata abbattuta. Gli utenti sostenevano che sui social comparivano meno post a sostegno del movimento statunitense Maga. Molti giornali europei hanno ripreso la dichiarazione di Zelensky. Ma il problema era tecnico, non politico. Russian Today ha preso la palla al balzo e ha fatto una serie di articoli dicendo che a spararle grosse sono i media europei. Volevamo insegnare loro che noi siamo capaci di bloccare la disinformazione, invece siamo stati utilizzati per continuare a fare disinformazione».
Come siamo arrivati alle divisioni se i social erano nati per connettere meglio il mondo?
«È successo che i detentori delle piattaforme si sono accorti che alle persone piaceva litigare, che le persone preferivano contenuti bassi, così come i siti dei giornali si sono accorti che ai loro lettori piaceva molto di più cliccare sulla notizia della nascita di un orango, piuttosto che su un reportage su un tema importante. L’algoritmo non fa altro che darci quel sempre meno qualità che scegliamo».
L’IA può aiutare il giornalista nel suo lavoro?
«Si può usare l’intelligenza artificiale per fare inchieste, per raccogliere materiale, per incrociare dati, per costruire anche alcune presenze social. Tutti noi siamo iscritti a decine e decine di newsletter. Con l’intelligenza artificiale si può insegnare alla macchina a far sì che ogni mattina, all’ora che vogliamo noi, ci dia un sunto di ciò di cui parlano le nostre newsletter. Sembra una banalità, ma per un giornalista leggersi trenta newsletter è una cosa, leggere un sunto e poi scegliere che cosa approfondire è un’altra. Il problema vero sono le competenze. Secondo l’ultimo Rapporto dell’Agicom, solo un giornalista su sei ha buone conoscenze del digitale, e soltanto l’1 per cento ne ha ottime conoscenze. Dobbiamo impegnarci. Il 65 per cento delle persone afferma che vorrebbe avere maggiore potere sugli algoritmi, ma non ha mai utilizzato strumenti per filtrare i contenuti. E ci sono. Vogliamo, ma non facciamo, vogliamo, ma non scegliamo».











