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L’IRGC conduce un’esercitazione militare nello Stretto di Hormuz, a febbraio 2026.
«Quivi vengono d’India per navi tutte ispezie e drappi d’oro e le portano i mercatanti per tutto il mondo». Così Marco Polo descrisse l’attuale Hormuz, che ai suoi tempi si chiamava Cormosa ed già era crocevia di commerci. Lo Stretto di Hormuz, situato tra l’Oman e l’Iran, collega il Golfo Persico con il Golfo di Oman e il Mar Arabico. Lungo circa 160 chilometri, nel suo punto più stretto misura 33 chilometri, ma le rotte di navigazione in entrambe le direzioni sono larghe appena 3 chilometri.
Questo collo di bottiglia è uno dei punti nevralgici più importanti al mondo per il trasporto del petrolio. Nel 2024, il flusso di petrolio attraverso lo Stretto è stato in media di 20 milioni di barili al giorno, circa il 20% del consumo globale. I membri dell’OPEC Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iraq esportano la maggior parte del loro greggio attraverso lo Stretto, principalmente verso l’Asia. E lo utilizza il Qatar, uno dei maggiori esportatori mondiali di gas naturale liquefatto.
Dopo che Israele e Stati Uniti hanno lanciato attacchi contro l’Iran il 28 febbraio, provocando ritorsioni da parte dell’Iran in tutta la regione, Teheran ha comunicato alle navi presenti nell’area che lo Stretto di Hormuz era chiuso. Tuttavia, non ci sarebbe ancora stata una decisione ufficiale in questo senso. Il traffico delle petroliere si è comunque di fatto bloccato. Nel primo lunedì dopo lo scoppio della guerra, il 2 marzo, si è registrato un aumento dei prezzi del petrolio, anche se è prematuro parlare di shock petrolifero.
Gli operatori del settore erano in allerta da settimane. Secondo la banca di investimenti Morgan Stanley, esistono diversi fattori che potrebbero alleviare la tensione sul mercato petrolifero. Una quantità significativa di greggio si trova già al di fuori del Golfo a bordo di petroliere, inoltre l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno aumentato le esportazioni dall’inizio dell’anno.
L’Arabia Saudita potrebbe anche convogliare 7 milioni di barili al giorno di greggio al suo terminale di esportazione sul Mar Rosso, aggirando così lo Stretto di Hormuz. La Cina, il più grande acquirente di petrolio dal Golfo, ha accumulato quasi 1 milione di barili al giorno di greggio negli ultimi sei mesi per far fronte a eventuali interruzioni. Tuttavia, l’estensione del conflitto e la sua durata rappresentano una grossa incognita. Secondo alcuni esperti citati dal Financial Times, lo scenario più temuto non è la chiusura dello Stretto di Hormuz, ma un grave danno alle infrastrutture petrolifere e del gas. Con inevitabili e pesanti ricadute per l’economia globale.














