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La foto delle due donne uccise postate sui social da padre Gabriel Romanelli
Avevano appena provato a tornare a vivere. Maysa Khader Ibrahim Abu Daoud e sua figlia Mari Hafez Michel Al-Najar erano state accolte nella parrocchia della Sacra Famiglia, a Gaza, dove avevano trovato riparo insieme ad altri cristiani durante la guerra. Poi avevano deciso di fare un passo in più: prendere un appartamento in affitto e provare a ricostruire, per quanto possibile, una quotidianità. Una casa, qualche oggetto, la possibilità di dormire sotto un tetto che non fosse quello di una chiesa. Un ritorno alla normalità che è durato pochissimo. Nella notte di venerdì, il palazzo nel quartiere residenziale di Rimal dove abitavano è stato colpito da un bombardamento israeliano. Due ordigni hanno distrutto l’edificio e ucciso Maysa, la figlia Mari e altre tre persone. Secondo le ricostruzioni riportate dai media, il bersaglio dell’attacco era Ali al-Moudi, esponente di Hamas e collaboratore del defunto leader Yahya Sinwar. L’esercito israeliano non ha confermato che sia rimasto ucciso nel raid. A morire, però, sono state anche persone che con quel bersaglio non avevano nulla a che fare. Civili che abitavano nello stesso edificio, tra cui due donne cristiane che avevano appena cercato di riprendersi uno spazio di vita dopo mesi trascorsi nella paura.


I fedeli partecipano ai funerali di Mary Hafez Abu Daoud e della figlia Maysa Abu Daoud, cristiane ortodosse uccise in un raid aereo israeliano contro un edificio residenziale, nella chiesa di San Porfirio, a Gaza City
(REUTERS)Due bare a San Porfirio
Sabato mattina la comunità cristiana di Gaza si è ritrovata nella chiesa greco-ortodossa di San Porfirio. Due bare avvolte in un lenzuolo bianco, circondate dalle icone dorate appese alle antiche pareti, hanno raccolto la preghiera dei presenti. Con Maysa e Mari sono morte anche Yasmin al-Boubou, la madre Haloum al-Boubou e il 21enne Bilal Ali Khalil Awda.
La morte delle due donne ha colpito particolarmente la comunità cattolica della Striscia, che le aveva conosciute e accolte nella parrocchia della Sacra Famiglia guidata da padre Gabriel Romanelli. Le religiose e le Missionarie della Carità continuano da mesi ad assistere la popolazione, cristiana e musulmana, in condizioni sempre più difficili. ««Chiediamo al Signore di accoglierle nella sua infinita misericordia e di concedere loro il riposo eterno», ha scritto Romanelli sul suo account social.
Il cordoglio del cardinale Pizzaballa
Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca latino di Gerusalemme, ha espresso la propria vicinanza alle famiglie e alla comunità cristiana di Gaza. Anche il patriarca ortodosso Alexios ha ricordato le due donne: «Preghiamo Dio di concedere loro il riposo eterno». Alla parrocchia della Sacra Famiglia si sono uniti nel lutto padre Romanelli, padre Carlos Ferrero, le religiose e le Missionarie della Carità.


Un momento dei funerali
(REUTERS)Naza e i civili sotto le bombe
La vicenda riporta al centro anche il tema dei civili uccisi durante operazioni condotte contro obiettivi di Hamas. Nel racconto della guerra è stato utilizzato il termine «Naza», reso noto anche dal documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, premiato dalla giuria alla Mostra del cinema di Venezia.
Il termine viene associato a una pratica che prevede la distruzione dell’intero edificio in cui si trova il presunto obiettivo, con il rischio di coinvolgere le persone che vivono nelle abitazioni vicine. Nel caso di Rimal, la presenza di Maysa e Mari e delle altre vittime mostra ancora una volta il prezzo pagato dai civili.
Una comunità sempre più piccola
Con la loro morte si assottiglia ulteriormente la presenza cristiana nella Striscia. Prima della guerra erano circa mille; secondo le ultime stime riportate dalle fonti ecclesiali sono oggi 539. Fra una settimana sarà trascorso un anno dall’avvio del cessate il fuoco. Le incursioni, però, non sono terminate. Secondo le autorità sanitarie locali, controllate da Hamas, circa 1.400 persone sono state uccise nel periodo successivo alla tregua, tra cui almeno 300 bambini. Dati che non possono essere verificati indipendentemente. Maysa e Mari non erano combattenti, né avevano scelto di stare al centro della guerra. Avevano scelto una casa. Avevano provato a ricominciare. È bastato un bombardamento per cancellare anche quel fragile ritorno alla normalità.




