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Alcune persone sulle macerie dopo un attacco a una stazione di polizia a Teheran
«Quando è cominciato questo conflitto, con l’attacco americano all’Iran, si pensava che durasse pochi giorni. Poi l’Iran ha risposto, la guerra si è allargata, Israele ha attaccato il Libano. È una guerra che non durerà poco, purtroppo». È preoccupato monsignor Aldo Berardi, vicario apostolico dell’Arabia settentrionale, con giurisdizione su 4 Paesi del Golfo Persico: Bahrein, Kuwait, Qatar e Arabia Saudita, dove i fedeli cattolici sono circa 3 milioni.
Il vescovo risponde da Awali, dove ha sede il Vicariato Apostolico di Arabia del nord (AVONA).
Eccellenza, qual è la situazione adesso?
«Da sabato viviamo costantemente sotto allarme. Anche questa mattina sono tornati i missili. All’inizio si pensava che il conflitto sarebbe rimasto circoscritto, soprattutto dopo che erano già state colpite le basi americane; si immaginava che potesse esaurirsi lì. Invece ora si teme l’ingresso in una seconda fase, con possibili attacchi alle infrastrutture petrolifere e ad altri obiettivi strategici e politici. Il controattacco dei Paesi del Golfo, finora, ha contenuto la distruzione al di fuori delle basi americane, ma la situazione resta estremamente fragile. I missili continuano ad arrivare, persino durante la preghiera del mattino: segno che il conflitto è tutt’altro che concluso».


Le autorità civili hanno invitato alla massima prudenza e in alcuni casi chiuso anche chiese e moschee.
«Dipende dai singoli Paesi. In un primo momento abbiamo chiuso subito tutte le chiese, il sabato e la domenica, per capire come si sarebbe evoluta la situazione. Poi sono intervenute le disposizioni delle autorità statali: in Kuwait è stato chiesto di sospendere ogni incontro, con la cancellazione di tutti gli eventi, anche nelle moschee. C’è un ordine preciso di non organizzare nulla; perfino durante il Ramadan, quando abitualmente la gente si riunisce, ora si prega individualmente per evitare raduni che potrebbero diventare pericolosi in caso di attacchi. In Qatar la chiusura delle chiese è stata imposta per legge e i sacerdoti non possono entrare né uscire.
Il Bahrain ha adottato un atteggiamento più flessibile: non sono state date disposizioni specifiche, ma poiché la cattedrale si trova vicino a obiettivi sensibili, avevamo scelto di chiudere per prudenza, soprattutto per il rischio di detriti più che di esplosioni dirette. Successivamente si è deciso di riaprire per la preghiera personale: i fedeli possono entrare, pregare, ricevere la comunione e accostarsi alla confessione. È stata anche una loro richiesta, perché sentono il bisogno di venire in chiesa. In tutte le parrocchie ci sono cappelle con l’esposizione perpetua del Santissimo, e questo permette un raccoglimento silenzioso, senza assembramenti. Restano infatti sospesi tutti i raduni. Il catechismo prosegue online, così come le Messe, celebrate e trasmesse dai sacerdoti che pregano insieme per la pace. Nella cattedrale del Bahrain ad Awali è stata riaperta la possibilità della preghiera personale e qualcuno partecipa anche alla Messa serale. Si avverte però un clima di angoscia diffusa: uffici e scuole sono chiusi, la paura è palpabile e tutti attendono che le ostilità cessino».
Il conflitto si è già allargato ma l’escalation potrebbe essere ancora più drammatica.
Sì, è proprio questo che temiamo: che il conflitto si allarghi ulteriormente. Noi continuiamo a pregare per la pace, ma se i Paesi del Golfo – Qatar, Bahrain, Emirati, Arabia Saudita – dovessero rispondere militarmente agli attacchi, si entrerebbe in una fase drammatica. Finora non lo hanno fatto, pur avendo espresso una condanna, e questo ha contribuito a contenere l’escalation».
Qual è la sua preoccupazione più grande?
«Ciò che spesso si sottovaluta è che in questa parte del mondo i conflitti assumono rapidamente una dimensione etnica e religiosa. L’Iran è un Paese a maggioranza sciita e comunità sciite sono presenti in diversi Stati della regione: in Libano con Hezbollah, in Bahrain, nell’Arabia Saudita orientale. Il rischio è che lo scontro politico si trasformi in un confronto religioso. Si è parlato anche di una possibile fatwa da parte iraniana, ma non vi sono conferme. Se il conflitto dovesse assumere i contorni di una “guerra santa”, le conseguenze sarebbero catastrofiche. È un aspetto che troppo spesso viene dimenticato: qui non si tratta solo di equilibri politici, economici o strategici, ma di identità religiose profondamente radicate. Per questo speriamo che la coesistenza e la tolleranza che, pur tra difficoltà, caratterizzano i Paesi del Golfo possano reggere. La regione è segnata da una pluralità di appartenenze tra sciiti, sunniti e altre realtà e questa complessità, se strumentalizzata, può diventare esplosiva. È questo il timore più grande».


Ha sentito papa Leone?
«Abbiamo ascoltato il suo messaggio all’Angelus di domenica scorsa ed è il nostro punto di riferimento. Il Santo Padre ha parlato chiaramente del rischio di una spirale di violenza, se non si interviene subito per fermare le ostilità e riaprire un canale di dialogo diplomatico. Tuttavia, dopo la morte della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei sembra che il dialogo si sia interrotto. Forse sono stati commessi errori, ma almeno con lui esisteva un interlocutore. Ora, con il mondo sciita che si sente colpito e ferito, il sentimento di rivalsa è molto forte e potrebbe alimentare tensioni anche nei Paesi del Golfo. Non basta analizzare la situazione dal punto di vista politico o geopolitico: occorre comprendere e rispettare anche la cultura locale e le sue dinamiche religiose e culturali».
Leone XIV è stato molto cauto sul “regime change” in Iran e ha detto che la «stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi».
«Il Papa deve sempre tenere conto, anzitutto, della popolazione locale e poi della presenza cristiana. L’esperienza del passato insegna che parole troppo forti possono avere ripercussioni molto pesanti sui cristiani che vivono in questi contesti. Non si tratta mai soltanto di dichiarazioni politiche: ciò che talvolta in Occidente si sottovaluta è che qui ogni presa di posizione può avere conseguenze anche sul piano religioso ed etnico. Noi non possiamo giudicare le scelte politiche dei singoli Paesi, ma sappiamo bene che il Golfo non è un blocco uniforme, così come non lo è l’intero Medio Oriente. Esistono realtà molto diverse. Nel Golfo vivono circa tre milioni di cattolici, appartenenti a molte etnie e riti, giunti soprattutto per lavoro: non sono popolazioni autoctone, ma ospiti. È una situazione molto diversa da quella di Paesi come Libano, Egitto, Giordania, Iraq o Iran, dove esistono comunità cristiane orientali con radici e tradizioni secolari. Questa distinzione è fondamentale: da una parte ci sono comunità storiche, parte integrante del tessuto nazionale; dall’altra, nel Golfo, fedeli che vivono una condizione di migrazione temporanea, senza cittadinanza. Per questo le parole del Papa devono essere particolarmente prudenti, perché potrebbero avere conseguenze dirette sulla Chiesa locale. Al momento non si è ancora arrivati a un conflitto religioso aperto. La nostra speranza è che non si arrivi mai a questo punto».
Martedì è stata eletta la nuova Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Hosseini, secondogenito di Ali Khamenei ucciso sabato scorso, molto vicino ai Pasdaran. Un profilo molto discusso anche per i suoi presunti arricchimenti all’estero. Che idea si è fatto?
«Il padre è stato ucciso, la famiglia è stata decimata, e le bombe continuano a cadere su Teheran e sull’intero Paese: non possiamo quindi aspettarci concessioni eccessive. Dobbiamo osservare come reagirà il nuovo leader e come, da erede di questa ideologia e di questa corrente dell’Islam sciita radicale, guiderà l’Iran.
Si nota subito che, dopo la morte della Guida Suprema, l’amministrazione si è radicalizzata nelle risposte, orientata più alla vendetta che al dialogo. Noi speriamo che possa agire nel bene del popolo. In passato (nel giugno 2022, ricevuto da papa Francesco, ndr) l’Ayatollah Alireza Arafi (succeduto ad interim a Khamenei prima dell’elezione della nuova Guida Suprema, ndr) è venuto in Vaticano e ha avuto un dialogo con la Santa Sede. Speriamo che questa nuova guida possa prima di tutto proteggere il suo popolo, ma come farlo nel modo giusto? Il dialogo e la diplomazia sarebbero l’ideale. Per ora però, come si può dialogare con migliaia di bombe che cadono sulla popolazione? Non siamo per niente ottimisti. Lo scenario attuale della politica internazionale complica ulteriormente la situazione: forse gli americani sono troppo ottimisti sul cambio di regime, mentre gli israeliani adottano un approccio più aggressivo, orientato alla distruzione del nemico. C’è molta ambiguità sulle motivazioni e anche la reazione dei Paesi del Golfo non è chiara: condannano gli attacchi e difendono i loro territori, ma resta l’incertezza su quale direzione prenderà la situazione».
Cosa auspica?
«Chiediamo almeno un cessate il fuoco, per permettere alle persone di ritrovare un minimo di speranza e di riprendersi. Vedremo nei prossimi giorni come reagiranno le parti coinvolte: già da questa mattina, qui in Bahrain, i missili continuano a arrivare come se nulla fosse. Per il momento non possiamo nutrire ottimismo».












