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Dopo le elezioni Gadi Eisenkot sventola la bandiera israeliana.
Dopo giorni di attesa e intense trattative, seguiti alle elezioni politiche del 27 ottobre dalle quali non è uscita alcuna maggioranza, in Israele arriva la svolta: sarà Gadi Eisenkot, leader del partito Yashar, a formare il nuovo Governo. La decisione del presidente israeliano Isaac Herzog è arrivata alla fine dello Shabbat, dopo incontri con diverse personalità del sistema politico, compresi gli stessi Netanyahu e con Eisenkot. Il 66enne generale ex capo di Stato maggiore delle Idf, le Forze di difesa israeliane, riceverà formalmente l’incarico oggi, domenica 8, nel pomeriggio presso la residenza presidenziale, in una cerimonia che sarà trasmessa in diretta.
L’esito è arrivato al termine di due giorni di consultazioni parlamentari, nelle quali le forze politiche che rappresentano complessivamente 67 membri della Knesset hanno indicato Eisenkot, leader del Blocco del Cambiamento. La coalizione del premier uscente Benyamin Netanyahu ha ottenuto 46 indicazioni dagli eletti in Parlamento. Mentre il partito Ebraismo Unito (alleanza tra due partiti ultraortodossi ashkenaziti) ha deciso di non indicare nessun candidato.
Eisenkot, secondo la legge, avrà 28 giorni di tempo per formare il nuovo Esecutivo. Poco prima dell’annuncio di Herzog, Netanyahu si è espresso in un video-messaggio: «Chiedo la formazione di un Governo di unità nazionale che includa tutti i partiti del campo nazionale e tutti i partiti sionisti. Un Esecutivo che dipende dai sostenitori di Hamas non combatterà Hamas, un Governo che dipende da coloro che odiano l'ebraismo non preserverà Israele come Stato ebraico. Un Governo che dipende dagli islamisti smantellerà lo Stato di Israele dall'interno, come sta accadendo nei Paesi europei».
Eisenkot dal canto suo ha dichiarato: «Se il Likud e i suoi membri sono improvvisamente interessati all'unità e a un Governo di coalizione, sono più che benvenuti ad annunciare pubblicamente lo scioglimento della loro alleanza con gli estremisti, ad accettare i principi di Gadi Eisenkot e a esprimere la loro disponibilità a unirsi a un governo guidato da lui come primo ministro. Fino ad allora, questo non è altro che una patetica propaganda». E ha aggiunto: «Colui che ha diviso, lacerato e causato conflitti nella società israeliana usa improvvisamente la parola “unità” solo quando si rende conto che i suoi giorni al potere sono contati».
Ora, la partita è tutta nelle mani del Blocco del Cambiamento. E il compito non è semplice. La strada possibile è un Governo di minoranza con i partiti arabi, che alle elezioni del 27 ottobre hanno conosciuto uno storico exploit, conquistando 19 seggi nella Knesset, ed era già chiaro all’indomani del voto che avrebbero rappresentato l’ago della bilancia, sebbene lo stesso leader di Yashar negli ultimi giorni della campagna elettorale aveva detto che non avrebbe cercato alleanze con i partiti arabi. La Lista Unificata e Ra’am, le due grandi formazioni arabe, sono pronte a sostenere il Governo Eisenkot.
Tuttavia questa strada al momento sembra bloccata dall’improvvisa decisione di Avigdor Liberman, leader di Ysrael Beitenu, il partito più piccolo del Blocco del Cambiamento, di porre un fermo no a qualunque patto con i partiti arabi e ha messo in discussione la coscrizione militare dei giovani ultraortodossi. Fra i punti del programma di Eisenkot c’è infatti l’estensione del servizio militare a tutti gli israeliani senza distinzioni, compresi gli ebrei ultraortodossi. Il leader di Yashar, inoltre, punta ad affermare pari diritti per tutti i cittadini, non ha mai messo in discussione la guerra a Gaza, ma appoggia la formazione di una commissione d’inchiesta per chiarire i fatti del 7 ottobre 2023.
In una società molto frammentata ed estremamente polarizzata, sulla quale pesa il trauma dell’attacco del 7 ottobre 2023, buona parte dell’elettorato non riesce ancora ad accettare l’ingresso al Governo di formazioni rappresentative dei palestinesi, che costituiscono il 21% della popolazione di Israele e alle elezioni per la prima volta sono andati a votare in massa, rivendicando la partecipazione politica nel Paese del quale sono cittadini. La costruzione del dopo-Netanyahu, il leader rimasto al potere per 19 anni, si profila come un cammino molto complicato.
Intanto, in Cisgiordania le autorità israeliane hanno arrestato 14 attivisti internazionali mentre aiutavano i contadini palestinesi impegnati nella raccolta delle olive. Tra loro ci sono sei volontari italiani, che sono stati espulsi e rimpatriati. In Cisgiordania non si fermano gli attacchi e le aggressioni dei coloni israeliani contro i contadini palestinesi impegnati in questa stagione nella campagna della raccolta delle olive, risorsa fondamentale per la sopravvivenza dell’economia palestinese. Secondo i dati delle Nazioni unite, le violenze hanno raggiunto numeri record, con centinaia di episodi solo fra settembre e ottobre del 2026.




