No, la Russia non ha intenzione di attaccare noi europei, e non lo farà. Le nostre democrazie non sono in pericolo. Ma se non fosse così? Se le cose andassero diversamente da quanto speriamo e prevediamo, se davvero ci fossero in ballo il destino della sicurezza europea e dell’ordine mondiale e un mattino ci svegliassimo con un attacco di Mosca a un Paese europeo? Il futuro è aperto. Lo scenario è possibile. Ed è quello che, un anno fa, ha immaginato con grande lucidità Carlo Masala, docente di Politica internazionale presso l’Università delle Forze armate tedesche, nel suo libro Se la Russia attacca l’Occidente (pubblicato da Rizzoli nel 2025).

Masala collocava l’attacco russo nel 2028, dopo la fine della guerra in Ucraina con la sconfitta di Kyiv, e il bersaglio delle truppe di Mosca in Estonia, la piccola città di Narva, nell’estremità nordorientale del Paese, e l’isola di Hiiumaa nel Mar Baltico. Un’azione militare circoscritta e di bassa intensità, contro un Paese dell’Ue e della Nato per provocare l’Alleanza atlantica e testare la sua volontà e capacità di risposta. Una ricostruzione in forma di romanzo, certo, ma anche – e soprattutto - un illuminante saggio di geopolitica, che delinea con molta chiarezza una possibilità di sviluppo degli eventi futuri, basata sull’analisi dei fatti e degli elementi concreti a disposizione.

Il racconto di Masala torna tanto più lungimirante – e per certi versi inquietante - in questi giorni in cui solleva discussioni e preoccupazioni l’ipotesi di un attacco della Russia a un Paese europeo e si assiste all’escalation della tensione fra Mosca e Londra. Donald Trump ha dichiarato con fermezza che Putin non attaccherà un Paese Nato. E anche fonti dell’Unione europea frenano e ridimensionano l’allarme affermando di non vedere un rischio immediato per i Paesi Ue.

Ma intanto Mosca minaccia direttamente Londra ventilando possibili attacchi alle sue basi militari come rappresaglia per gli armamenti che il Regno Unito ha deciso di fornire all'Ucraina e che vengono usati da Kyiv per i raid contro raffinerie e infrastrutture nel territorio russo.

Il premier britannico Andrew Burnham con il sindaco di Londra Sadiq Khan in visita ad un supermercato londinese della catena Sainsbury .
Il premier britannico Andrew Burnham con il sindaco di Londra Sadiq Khan in visita ad un supermercato londinese della catena Sainsbury .

Il premier britannico Andrew Burnham con il sindaco di Londra Sadiq Khan in visita ad un supermercato londinese della catena Sainsbury .

(REUTERS)

Londra è uno dei principali sostenitori dell’Ucraina. Lunedì scorso a Kyiv per la riunione della Coalizione dei volenterosi, il premier Andrew Burnham ha annunciato il rafforzamento degli aiuti militari, «non solo per la difesa aerea ma anche per distruggere i missili russi prima che partano» e ha confermato la decisione di condividere con Kyiv la tecnologia del missile da crociera a lungo raggio Storm Shadow che gli ucraini potranno quindi produrre in casa.

L’avvertimento a Londra da parte della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, è arrivato quasi nello stesso tempo in cui il Cremlino dichiarava di considerare privi di fondamento gli allarmi diffusi sui media occidentali circa l'intenzione di Putin di mettere alla prova la determinazione della Nato con un attacco limitato contro un Paese dell'alleanza nei prossimi anni. Che potrebbe non essere necessariamente un’aggressione militare ma un’azione o una serie di azioni nell'ambito della guerra ibrida.

L’allarme è scaturito dalla visita-lampo nei giorni scorsi del direttore della Cia John Ratcliffe a Mosca, che avrebbe avuto lo scopo di avvertire il Cremlino di non lanciare attacchi a Paesi Nato - secondo il Wall Street Journal – e di arrivare a un negoziato per mettere fine alla guerra prima che le condizioni militari ed economiche della Russia peggiorino, secondo The New York Times.

Nonostante le rassicurazioni Londra si prepara al peggio e il Governo si appresta a diffondere una campagna di informazione per istruire i cittadini su come attrezzarsi in caso di una possibile azione aggressiva nei confronti del Paese, a partire dalle scorte di cibo, acqua e beni essenziali.

A prepararsi alla guerra, e non da ora ma già da tempo, sono i Paesi baltici, i più direttamente esposti alla minaccia russa. Già dal 2024, a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina, è partita la costruzione – che si prevede possa essere completata in un decennio - della Linea di difesa baltica, una rete di fortificazioni e installazioni militari difensive lungo i confini orientali dei tre Paesi baltici che li dividono da Russia e Bielorussia.

Un'esercitazione militare lungo il corridoio di Kuwalki.
Un'esercitazione militare lungo il corridoio di Kuwalki.

Un'esercitazione militare lungo il corridoio di Kuwalki.

(REUTERS)

Una delle principali preoccupazioni delle tre piccole Repubbliche dell’Europa nordorientale – e anche della Nato – è il corridoio di Suwalki, striscia di 65 km di terra lungo il confine fra Lituania e Polonia che separa l’exclave russa di Kaliningrad e la Bielorussia. Un’area strategica e una delle zone più calde del conflitto Russia-Ucraina: un eventuale piano di Mosca per avere il controllo del corridoio isolerebbe i Paesi baltici dal resto dell’Europa continentale e aprirebbe un canale diretto fra Kaliningrad e Bielorussia.

Ma la paura dell’ingombrante e potente vicino nei Paesi baltici comincia da molto più lontano della guerra in Ucraina. Nel libro On Russia. A Neighbour's Experience (Sulla Russia. L’esperienza di un vicino), pubblicato in Lettonia nel 2016, l’autore Vilis Vitols, filantropo che è nato e vive a Riga, anni prima dell’invasione russa del 2022 ha ripercorso la lunga storia aggressiva di Mosca - attraverso la prospettiva non comune di uno studioso di un Paese di confine - mettendo in guardia l’Occidente dal pericolo russo.

Il presidente russo Vladimir Putin al Cremlino durante un'intervista.
Il presidente russo Vladimir Putin al Cremlino durante un'intervista.
Il presidente russo Vladimir Putin al Cremlino (REUTERS)

In Lituania, Lettonia ed Estonia l’intera cittadinanza già da tempo viene regolarmente coinvolta in un grande piano strutturato di difesa e sicurezza nazionale, chiamato anche “difesa totale”, insieme alle forze militari, che si è sviluppato in anni recenti. I cittadini vengono inclusi in programmi di addestramento militare: in Estonia dal 1918 esiste la Lega di difesa, organizzazione paramilitare costituita da volontari, cittadini che scelgono di prestare servizio e vengono impiegati in vari contesti, dallo spegnimento degli incidenti alla sicurezza nei grandi eventi.

Come sottolinea l’International Centre for defence and security (Icds) in Estonia, il servizio nella Lega di difesa estone fa parte della vita quotidiana dei cittadini. Nei Paesi baltici, spiega l’Icds, la deterrenza non è qualcosa di astratto ma comincia dalle persone e la sicurezza nazionale non riguarda solo l’ambito militare, ma è parte del senso civico degli abitanti. A prescindere dall’incombenza o meno di una minaccia diretta di Mosca.