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«Abbiamo totalmente demolito l'isola di Kharg, ma potremmo colpirla ancora qualche volta, giusto per divertimento. L'abbiamo totalmente decimata». Le parole di Donald Trump, che rifiuta i tentativi di mediazione per una tregua offerti dai Paesi del Golfo, allontanano una possibile fine della guerra. Il presidente americano, anzi, rilancia e vorrebbe che entrassero in guerra, con lui, anche Francia, Gran Bretagna, Cina, Giappone, Corea del Sud e «altri Paesi», non meglio specificati, «colpiti da questa restrizione artificiale», scrive riferendosi al blocco da parte iraniana dello Stretto di Hormuz da quale passa gran parte del greggio mondiale. Chiede «l’invio di navi da guerra» per trascinare nel conflitto anche altre nazioni. L’Italia, al momento, rifiuta e guarda avanti. Dopo che il Consiglio supremo di Difesa, riunito d’urgenza dal capo dello Stato Sergio Mattarella, lo scorso venerdì, ha ribadito che «l’Italia non partecipa e non parteciperà alla guerra», il nostro Paese sta cercando strade per la de escalation. «Il Consiglio», recitava il comunicato diramato alla fine dei lavori con il presidente della Repubblica, «ha constatato con preoccupazione che la crisi dell’ordine internazionale, incentrato sull’ONU, con la moltiplicazione delle iniziative unilaterali indebolisce il sistema multilaterale anche di fronte a sfide comuni come le effettive ragioni di sicurezza legate al rischio di realizzazione di armi nucleari da parte dell’Iran, quelle relative alla sicurezza di Israele e dei suoi cittadini, alla condanna del regime di Teheran e delle sue disumane repressioni». E ha sottolineato che «nell’attuale contesto di instabilità - irresponsabilmente aperto dall’aggressione della Russia all’Ucraina – con le progressive lacerazioni della pacifica convivenza internazionale, l’indebolimento delle istituzioni multilaterali e le numerose violazioni del diritto internazionale, l’Italia è impegnata a ricercare e sostenere ogni sforzo che riporti in primo piano la via negoziale e diplomatica».
Se l’Italia e l’Europa cercano di scongiurare l’allargamento del conflitto, Trump e Netanyahu, al contrario, gettano benzina sul fuoco. Il premier israeliano, parlando alla nazione dalla tv di Stato, ha apertamente sostenuto la sua volontà di «trasformare Israele in una superpotenza contro l’Islam». Sostenendo che, «con la guerra contro l’Iran assisteremo al ritorno del Messia», Netanyahu parla a quella parte di popolazione, i messianici, che sostengono che si possa accelerare la venuta del Messia conquistando tutto il territorio palestinese, compresa la Cisgiordania e allargandosi verso parte del Libano e della Siria, cancellando tutte le altre religioni dall’area e ricostruendo il terzo tempio di Gerusalemme laddove oggi sorge la moschea di Al Aqsa. Una sorta di “guerra santa” condotta, in nome del fanatismo religioso, contro altre religioni. Distruggendo l’Islam «sunnita e sciita che sono una minaccia per il mondo», dice il premier israeliano, «vedremo il ritorno del Messia ma non accadrà giovedì prossimo».
Dal canto suo, anche il segretario di Stato americano, Marco Rubbio, che lo scorso anno era apparso in tv nel giorno del mercoledì delle ceneri con una vistosa croce nera sulla fronte, ha dichiarato che bisogna continuare la guerra in Iran perché il Paese è «guidato da fanatici religiosi».
Chi non ci sta a coinvolgere le religioni in una guerra che sembra avere di mira, invece, il controllo mondiale del petrolio, sono invece proprio i leader mondiali delle religioni. A cominciare dal vescovo Yehiel Curry, presidente della Chiesa evangelica luterana in America (Elca), che ha criticato l’azione contro l’Iran spiegando che «La Chiesa di Gesù Cristo è chiamata a proclamare la pace del regno eterno di Dio e a lavorare per una pace terrena qui e ora». L’esistenza della pace, ha ricordato, «dipende dai leader che danno priorità alla diplomazia rispetto all'impegno militare e alla deterrenza rispetto alla guerra, e dai cittadini ai quali il Governo deve rendere conto prima di prendere in considerazione un’azione militare».
Il vescovo parla di «fallimento della guerra» ricordando che «i costi in termini di vite umane e sicurezza di questo fallimento saranno sostenuti da coloro che meno possono evitarlo: bambini, famiglie e quanti non hanno i mezzi per fuggire. Il suo tributo mortale è stato pagato, e continuerà a essere pagato, con la vita dei nostri vicini, compresi i nostri fratelli in Cristo in Medio Oriente». Per questo sostiene «l'urgente necessità di sforzi diplomatici e umanitari solidi e ben finanziati. I nostri compagni della Chiesa Evangelica Luterana in Giordania e in Terra Santa hanno chiesto alla nostra Chiesa di pregare con fervore per la pace e la sicurezza e di sostenere la dignità e la sicurezza di tutte le persone».
Si sono mosse e si stanno muovendo anche le conferenze episcopali cattoliche di tutto il mondo. L’arcivescovo di Chicago, Blase J.Cupich, arcivescovo di Chicago, aveva definito « disgustoso e nauseante» il video della Casa Bianca «Giustizia alla maniera americana» che Trump aveva postato subito dopo l’attacco all’Iran. «Questa rappresentazione orribile in cui una vera guerra con morte reale e sofferenza reale sono trattate come un videogioco dimostra che viviamo in un'epoca in cui la distanza tra il campo di battaglia e il soggiorno è stata drasticamente ridotta. La guerra ora è diventata uno sport da spettatore o un gioco di strategia». Il cardinale Robert W.McElroy, arcivescovo di Washington, ha condannato la decisione degli Stati Uniti di entrare in guerra con l'Iran come «moralmente non legittima. Gli Usa non stavano rispondendo a un attacco iraniano esistente o imminente e oggettivamente verificabile. Come ha dichiarato categoricamente Papa Benedetto, la dottrina cattolica non sostiene la guerra preventiva, cioè una guerra giustificata da speculazioni su eventi futuri. Se la guerra preventiva fosse accettata moralmente allora tutti i limiti alla causa per entrare in guerra sarebbero messi in estremo pericolo». E ancora, dopo essere stato ricevuto in udienza da papa Leone, il cardinale ha ribadito che il governo Trump deve «fare un passo indietro rispetto a strategie e obiettivi che mettono a rischio la pace mondiale. Basta con categorie partigiane che incoraggiano la polarizzazione e le politiche distruttive».
Per tutti i vescovi americani, poi, ha parlato l’arcivescovo Paul S Coakley, presidente della Conferenza episcopale statunitense: «Il crescente conflitto rischia di trasformarsi in una guerra regionale più ampia», ha affermato chiedendo che si torni «all’impegno diplomatico multilaterale» per evitare «una tragedia di proporzioni immense». I vescovi hanno chiesto anche che i cattolici preghino perché i leader scelgano «il dialogo sulla distruzione».
Si sono mosse anche la Conferenza Episcopale Argentina, tra le prime a reagire alla guerra che ha definito «scioccante». «La violenza», ha ribadito, «non è mai un modo per risolvere i conflitti e porta solo distruzione». I cattolici, invece, sulla scorta di quanto ha predicato papa Francesco e continua a fare papa Leone, devono diventare «artigiani di pace e devono adoperarsi per la cessazione di ogni conflitto»
La Conferenza episcopale cattolica australiana ha condannato un intervento che porta «la perdita di vite umane e la paura e l’incertezza tra la gente comune e la destabilizzazione di una regione già fragile».
La Conferenza episcopale dell’India si è detta «profondamente preoccupata per le crescenti tensioni e i conflitti in corso» e ha chiesto che i leader politici «scelgano consapevolmente la pace rispetto alla violenza perché la violenza e il conflitto generano solo ulteriori sofferenze e disperazione».
La conferenza episcopale del Nord Africa ha denunciato che «la guerra non è mai la strada verso la pace: è sempre il suo fallimento. E, riprendendo quanto dichiarato dalle comunità cristiane in Marocco, ha sottolineato che i cristiani «rifiutano con tutta la forza del Vangelo il ricorso alla violenza e alla guerra come metodo per risolvere i conflitti tra popoli e nazioni».
La Federazione delle Conferenze Episcopali Asiatiche ha chiesto la «cessazione immediata delle ostilità» perché «la pace non può essere costruita su minacce o armi che seminano distruzione, dolore e morte».
Tra le prese di posizione, tante quelle degli episcopati europei, si distingue poi quella della Conferenza episcopale cattolica dell’Africa meridionale che ha espresso «sentite condoglianze alle famiglie in lutto, alla comunità sciita e al popolo iraniano» per la morte del leader sciita. Chiedendo la fine del conflitto hanno ricordato le parole di papa Leone per «un dialogo ragionevole, sincero e responsabile».
E proprio a papa Leone è stata recapitata una lettera da parte della autorità religiose iraniane con la quale gli si chiede di prendere posizione apertamente condannando «i crimini efferati americano-sionisti contro la Nazione iraniana». Il messaggio, reso noto dai media della Repubblica dell’Iran e firmato dall'ayatollah Alireza Arafi, direttore dei seminari religiosi iraniani e già membro del Consiglio di leadership ad interim istituito dopo la morte della Guida Suprema, Ali Khamenei, ha definito «gravissima» la sua uccisione. «Un crimine senza precedenti nella storia delle religioni, un insulto a tutti i seguaci delle religioni divine». Una lettera che, insieme a un accenno di dialogo, sembra contenere anche una velata minaccia. Khamenei, secondo Arafi, era «un convinto sostenitore dei diritti delle minoranze, in particolare dei cristiani in Iran». Colpire lui «rappresenta un precedente pericoloso che potrebbe rendere legittimo in futuro prendere di mira altri leader religiosi».





