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Tra le strade di Gerusalemme il tempo pare sospeso nell’attesa di scoprire cosa succederà alla Knesset, il parlamento monocamerale israeliano.
A pochi giorni dal voto i primi risultati parlano chiaro: 27 seggi per il Likud e Netanyahu, 21 per Yashar! e Eisenkot e 19 per la lista araba unita più Ra’am, ovvero i partiti arabi. Risultati che restituiscono la fotografia di un paese che, nonostante tutto, premia ancora Bibi ma di cui fanno parte anche 2 milioni di palestinesi con un peso politico capace di cambiare le sorti delle elezioni e il futuro d’Israele.


“Il sabato prima delle elezioni, con quella grande manifestazione a Tel Aviv, c’era nell’aria una specie di speranza messianica in un cambiamento. Però il cambiamento è una cosa che va costruita e non un atto di fede”, commenta Sarah Parenzo, ricercatrice italo-israeliana che vive a Tel Aviv. “I risultati elettorali hanno dato un pugno sulla pancia a tutti quelli che auspicavano un miracolo.
Però, chi come me ha votato la lista araba unita sapeva benissimo che non c'erano quei presupposti, perché l'opposizione sionista, oltre a essere estremamente frammentata, è anche estremamente cauta, incapace di offrire un'alternativa per paura di perdere elettori di centro destra. Oggi ci ritroviamo di nuovo in stallo, ma il coraggio potrebbe venire dal desiderio di liberarsi di Netanyahu, perché potrebbe essere davvero l’ultima occasione”.


Mentre il partito di Bibi si riconferma il primo in Israele, nonostante abbia perso molto rispetto ai 68 seggi della coalizione uscente, l’intero blocco di Netanyahu si attesta a 53 seggi mentre quello guidato dall’ex capo di stato maggiore Gadi Eisenkot a 48. Nessuno dei due schieramenti dispone dei 61 seggi necessari per governare. Prima di venerdì, quando si avranno i numeri definitivi dello spoglio, mancano ancora alcune centinaia di migliaia di buste doppie: i voti di soldati, diplomatici, ricoverati e detenuti. Poi la proclamazione ufficiale dei risultati elettorali, prevista per legge entro una settimana dalle votazioni, aprirà formalmente la fase delle consultazioni presidenziali.
“In tre anni, nonostante i processi per corruzione a suo carico, ha saputo far quasi scomparire il 7 ottobre dal dibattito pubblico, e una parte consistente della società ebraica continua incredibilmente a cadere nella trappola della sua costante autopromozione, vedendo in lui un uomo forte, uno scudo contro Hamas e la minaccia nucleare dell’Iran”, continua Parenzo, “è qui, probabilmente, il paradosso più doloroso: metà del paese sembra preferire una vita sospesa tra una guerra e l’altra, piuttosto che affrontare le domande che il 7 ottobre ha posto alla società israeliana, mentre questioni come il caro vita, il malfunzionamento dei trasporti e la crisi della sanità sono rimasti quasi del tutto assenti dalla campagna elettorale. Così come i palestinesi, l’occupazione e il genocidio”.


Ed è anche per questo che la vera sorpresa di queste elezioni è stato proprio il voto dei palestinesi di Israele, che costituiscono circa un quinto della popolazione. Se per anni molti di loro avevano disertato le urne, questa volta l’ondata di criminalità che insanguina le città arabe e il terrore che dopo Gaza e la Cisgiordania i prossimi a dover andar via possano essere loro, li hanno spinti a recarsi in massa ai seggi. Il risultato, in grado di cambiare le carte in tavola, si è tradotto in 12 seggi per la Lista Comune e in altri 7 per Ra’am, il partito islamico conservatore di Mansour Abbas.
“A questa conquista senza precedenti ha contribuito parzialmente anche il voto di diversi ebrei che, soprattutto a fronte dell’ostinato e imbarazzante silenzio su Gaza, non si riconoscono più nella sinistra sionista incapace di promuovere apertamente l’uguaglianza, la pace e soprattutto la fine dell’occupazione”, conclude Parenzo.


Mercoledi il Likud ha pubblicato una grave accusa contro i cittadini arabi di Israele, sostenendo che "le elezioni sono state rubate da partiti arabi che sostengono il terrorismo e la distruzione dello Stato ebraico, attraverso gravi reati penali quali corruzione, minacce, violenza, frodi elettorali e utilizzo di software vietati per incentivare gli elettori". Ieri i sostenitori dell’attuale governo hanno invitando a manifestare davanti al Comitato Elettorale Centrale, chiedendo di fermare lo spoglio dei restanti voti.
“Avevamo previsto che questo fosse uno scenario possibile. Ora dicono che gli arabi hanno truccato le elezioni e chiedono di indire nuove elezioni con battaglioni dell'esercito a sorvegliare tutte le schede elettorali degli elettori arabi”, commenta Raluca Ganea attivista e membro del movimento Zazim che incontriamo nel suo appartamento di Tel Aviv. “In Israele non significa nulla essere il partito più grande. Bennett è stato Primo Ministro con sei seggi. Devi saper formare una coalizione. Devi avere 61 voti di altri partiti che ti sostengono come candidato Primo Ministro. Questo è ciò che ti serve. Adesso l’unica opzione che Netanyahu ha per formare un governo è cercare di farsi strada con un governo di unità nazionale oppure un'altra elezione dove probabilmente andrà a votare molta meno gente”, continua la donna.


Intanto cresce la paura che dopo le elezioni di Midterm negli Stati Uniti, possa di nuovo alzarsi la tensione con l’Iran. “Bibi sta aspettando la prossima settimana per iniziare una guerra con l'Iran. Sappiamo che la scorsa settimana era già in programma. Siamo andati a dormire la notte mentre il comandante dell'IDF ha dovuto fermare Netanyahu dall'iniziare una guerra”, commenta ancora Ganea.
“Dobbiamo fare di tutto per convincere Eisenkot, Lapid e Bennett a formare una coalizione con i partiti arabi, perché è l’unica possibilità di cacciare Netanyahu. Queste sono le due opzioni: il percorso della democrazia o soccombere a Bibi. Oltre a questo, la manipolazione di Netanyahu è forte, che se il governo non riconosce l'uguaglianza dei palestinesi, ci vorrà poco per annullare del tutto le elezioni. Questo è il test più importante che la nostra società sta affrontando”, conclude Ganea.
Sabato è prevista una manifestazione nazionale a Tel Aviv per chiedere ad Eisenkot, che in campagna elettorale ha promesso che mai si sarebbe alleato con i partiti arabi, di fare una coalizione con la lista araba unita e Ra’am, che intanto si sono dichiarati disponibili a collaborare.
















