Isaia ci racconta un Dio strano. Non si è mai sentito dire che un divino si sia fatto cercare e trovare da chi non aveva nessuna intenzione di intrattenere una relazione significativa con Lui. Invece all’inizio del capitolo il profeta lo descrive come colui che si presenta dicendo che è qui: «Eccomi, eccomi» (65,1), e lo fa presso gente che non conosceva il suo nome. Ci ha cercati, voluti, perdonati, eppure non abbiamo accolto l’offerta di sé che ci ha fatto. Continuiamo invece a cercare e custodire altro, che consideriamo sacro senza che abbia a che fare con Dio: riti, sacrifici, perfino oggetti e tanto altro ancora. Non basta la qualifica di sacro per essere in rapporto con Dio. Ci serve piuttosto l’umiltà di lasciare che il Dio che si rivela ci dica chi è e dove possiamo trovarlo.

Intanto ci è chiesta la disponibilità a convertirci e ad ascoltare. Un resto buono c’è sempre, e spesso si trova là dove noi vediamo roba da buttare, perfino in un grappolo d’uva un po’ appassito. Questo resto è ciò che fa ripartire la storia, grazie ad esso Dio rinnova promesse che riguardano la salvezza di tutti, a cominciare da chi non lo merita. Prima di chiederci di amare, sperare, credere in lui, mostra di amare, sperare, credere in noi, nonostante tutto.

C’è dunque nella storia un buon seme? L’Apostolo non ha dubbi. Porta l’esempio del contadino. Si ara e si trebbia per seminare. E nessuno semina se non ha la speranza di raccogliere, sebbene non sappia quanto otterrà, né quando. Paolo interpreta così il suo ministero di evangelizzatore: lui insieme ad altri ha seminato il Vangelo tra i Corinzi. Si tratta di una semina che dovrebbe cambiare il modo di vivere, ed è sorpreso di non ottenere almeno un po’ di gratitudine. Eppure, non la pretende, affinché non si offuschi il carattere gratuito del dono che è Gesù e del suo Vangelo.

A Gesù piaceva insegnare il regno di Dio, la nuova esistenza resa possibile dall’incontro con il Figlio di Dio che si fa presente e dice «eccomi», attraverso parabole. Il Vangelo di Matteo, incorniciato dal tema della presenza, «il Dio con noi» all’inizio, e «Io sono con voi tutti i giorni» alla fine può bene essere raccolto in questo «eccomi» isaiano. Se molti sono i modi di questa presenza, certamente il più a portata di mano è la parola. Una parola che è stata seminata, nell’attesa che porti finalmente frutto.

Notiamo due cose. La prima è che non si parla di coloro che rifiutano questa parola; quindi, il riferimento è a chi in qualche modo pensa di averla accolta (cioè noi). La seconda è che il seme non cambia, è sempre lo stesso, giacché si tratta della parola del Regno; diverso invece è il modo di accoglierla, una diversità rappresentata nella parabola dai terreni. In sintesi, potremmo dire che questo buon seme deve superare ostacoli, pericoli, ostilità. Fuori, ma anche tra di noi e dentro ciascuno di noi. Non finiremo mai di imparare che cosa sia il regno di Dio. Il suo mistero però ci è stato consegnato. La mossa vincente è fare domande a chi ci può dare spiegazioni, ovvero Gesù in persona.

Luca Moscatelli