Termina quest’anno liturgico con l’invito a contemplare la regalità di Gesù. Una regalità grande e universale, ma che rischia di essere fraintesa. La prima lettura ci racconta il desiderio del re Davide di costruire per Dio una casa degna: un tempio. Se Davide è il re, Dio è il Re dei re. Eppure, Dio una casa così non la vuole. Lui è il Dio del cammino nel deserto, ha abitato in una tenda tra le tende, per stare con il suo popolo. Per il momento desidera continuare ad abitare una tenda, non ultimo per ricordare a tutti che essere in uscita, in esodo, è la condizione del credente, poiché corrisponde al modo di essere di Dio.
Abitare una terra, avere un re, identificarsi in un’organizzazione statale, non deve far dimenticare che appartenere all’alleanza con questo Dio straniero ci impegna a vivere da stranieri e ospiti anche in casa nostra. Semmai, sarà Dio a fare per Davide un casato, una discendenza, purché i re che verranno dopo di lui siano giusti, ovvero si comportino da figli, non da padri – e siano custodi, non ladri della vita altrui.
La lettera ai Colossesi ci richiama alla necessità di fare la volontà del Signore. Su questa volontà, però, abbiamo equivocato terribilmente. Intanto, volontà di Dio non è tutto ciò che accade. Non può volere terremoti, guerre, fame, violenze. In secondo luogo, se si tratta della volontà del Padre di Gesù, non potrà che essere il desiderio che facciamo del bene. Solo così possiamo piacergli davvero. Un bene che vada al di là della nostra persona, cioè che sia anche e soprattutto per molti altri; e che superi i confini della nostra Chiesa, ovvero che sia per tutti, anche per quelli di fuori. Solo la gratitudine potrà operare fino a rendere tanto grande il nostro animo, fino a farci magnanimi. Se la fede nasce da un dono, da un amore che ci precede, l’atteggiamento primo e fondamentale del cristiano è espresso dalla parola “grazie”.
Perché Gesù è venuto, o è stato mandato, fino a diventare carne per abitare in mezzo a noi, come noi (Giovanni 1,14)? Quando Lo abbiamo visto e contemplato, Lo abbiamo capito. Speravamo fosse il Re-Messia atteso, capace di liberarci e di renderci grandi con la sua potenza. Ma eccolo, oggi, davanti a Pilato che lo interroga. Poteva negare la sua regalità e forse se la sarebbe cavata. Invece no, afferma di essere Re, ma dice subito che il suo regno non è di questo mondo, cioè non segue le regole e la mentalità che hanno sempre caratterizzato i regni umani nella storia.
Gesù è Re, ma non fa guerre per difendere o peggio affermare sé stesso. Gesù è Re, ma non fa il padrone, non si appropria di cose e persone. Al contrario, dice di essere stato inviato per farsi testimone della verità. Il Vangelo di Giovanni non ha dubbi: la verità che Gesù testimonia è il Padre, che è l’origine buona di tutti, che chiede a ciascuno e a ciascuna di vivere da fratelli e sorelle. Questo è il Regno di cui il Vangelo parla, e il Re divino è letteralmente al servizio di questa buona notizia. Il Re è insieme un Servo per amore.


